C’è qualcosa di profondamente stonato nella vicenda di Torino. Non è solo il reato – già di per sé gravissimo – ma ciò che accade dopo. Un uomo di 42 anni viene arrestato con l’accusa di aver compiuto atti sessuali su una ragazzina di 13 anni all’interno del suo minimarket. Le telecamere lo riprendono. Non solo: secondo gli inquirenti, appena quaranta minuti prima avrebbe molestato un’altra donna. Il pubblico ministero parla chiaramente di pericolo concreto di reiterazione del reato e chiede il carcere. Eppure, dopo appena due notti, quell’uomo è libero.
La giustizia cautelare non serve a punire, ma a prevenire – Montesquieu
Il cortocircuito delle motivazioni dopo i fatti di Torino
Il giudice riconosce i gravi indizi di colpevolezza, ma decide che il carcere non serve. Perché? Ebbene, perché l’indagato è incensurato, collaborativo, e – soprattutto – “dispiaciuto”. Secondo questa logica, il “trauma dell’arresto” e il pentimento sarebbero sufficienti a evitare nuovi reati. È qui che il sistema scricchiola. Perché la domanda è inevitabile: da quando il pentimento dichiarato diventa una garanzia di sicurezza? Il punto più critico è la prevenzione ignorata!
La giustizia cautelare non serve a punire, ma a prevenire. E in questo caso il rischio era esplicito:
- due episodi in meno di un’ora
- una vittima minorenne
- una dinamica documentata
Nonostante ciò, si sceglie la misura più lieve: l’obbligo di firma. Una decisione che, di fatto, lascia l’indagato libero di tornare nello stesso contesto sociale, potenzialmente a contatto con altre persone vulnerabili. È davvero questo il livello di tutela che lo Stato vuole garantire?
Il messaggio che passa (ed è questo il problema)
Le decisioni giudiziarie hanno sempre un impatto che va oltre il singolo caso. Qui il messaggio rischia di essere devastante:
- alle vittime: che la loro esperienza può non bastare a giustificare misure forti
- alla società: che anche in presenza di elementi gravi, la risposta può essere blanda
- ai potenziali autori: che la collaborazione e qualche parola di pentimento possono alleggerire subito le conseguenze
Non è una questione di “giustizialismo”, ma di credibilità del sistema. Una scelta legittima, ma discutibile. Sia chiaro: la decisione è legale, impugnabile e rientra nei poteri del giudice, ma proprio per questo è legittimo – anzi necessario – discuterla. Perché quando:
- il PM chiede il carcere
- gli indizi sono definiti gravi
- esiste un possibile schema di reiterazione
e si arriva comunque a una misura minima, allora non è solo una scelta tecnica. È una scelta che apre un problema politico, sociale e culturale. Questa non è una sentenza definitiva, ma è un segnale. E il segnale, oggi, è questo: tra il rischio per le vittime e il beneficio del dubbio per l’indagato, il sistema ha scelto di rischiare. Si potrà pure difendere sul piano giuridico, molto più difficile, invece, è difenderla davanti al buon senso.
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