Benvenuti con un nuovo appuntamento a “Senti chi parla”, la mia rubrica dedicata al mondo del doppiaggio, alle voci, ai personaggi e a tutto quello che, in qualche modo, rimane oltre il tempo passato davanti a un microfono. Nel precedente articolo avevo scritto dei personaggi che, con il passare degli anni, finiamo per dimenticare. Succede. Magari hai lavorato a un film o a una serie, hai dato la tua voce a un personaggio, hai passato ore in sala e poi, dopo dieci, quindici o vent’anni, qualcuno te lo nomina e tu rimani lì a cercare di ricordare. “Questo l’ho doppiato io?” Eppure, per quanto possa sembrare strano, esiste anche il fenomeno opposto. Ci sono personaggi che non se ne vanno mai.
E non necessariamente sono quelli più importanti, quelli più famosi o quelli che hanno avuto più successo. A volte sono proprio quelli che non ti aspetteresti. Perché un personaggio, per chi fa questo mestiere, non è soltanto una voce registrata in una sala. Può diventare un piccolo punto di riferimento nella memoria. Un modo per ricordarsi di un periodo, di una persona, di un momento preciso della propria vita. Può bastare una battuta. Una risata. Un modo particolare di pronunciare una parola. E improvvisamente non ti ritrovi soltanto davanti a quel personaggio. Ti ritrovi davanti a te stesso.
La memoria è il diario che ciascuno di noi porta sempre con sé — Oscar Wilde
Magari avevi vent’anni ed eri ancora all’inizio del tuo percorso. Magari eri appena entrato in un certo gruppo di colleghi e, proprio durante quel lavoro, sono nate amicizie che ancora oggi fanno parte della tua vita. Oppure attraversavi un periodo completamente diverso da quello che stai vivendo adesso. Avevi altre preoccupazioni, altre ambizioni, magari anche un modo diverso di vedere il tuo lavoro e te stesso. E allora quel personaggio diventa quasi una fotografia. Solo che non è una fotografia che puoi vedere. È una voce. È una scena. È un ricordo che si riaccende semplicemente ascoltando quelle poche battute.
E c’è anche un’altra cosa che può succedere, quando dopo tanti anni ti capita di riascoltarti. Ti riconosci, naturalmente. Ma allo stesso tempo ti sembra quasi di ascoltare qualcun altro. Perché anche il tuo modo di recitare, nel frattempo, è cambiato. Non necessariamente nel timbro. È cambiato il modo di respirare una battuta, di darle un’intenzione, di trovare il ritmo giusto. Riascolti una scena e magari pensi: “Questa battuta oggi non la direi più così.” La diresti diversamente. Con un’altra intenzione, un altro ritmo, magari con una sfumatura che allora non avevi ancora imparato a cercare.
E qualche volta ti accorgi anche di alcuni difetti, di cose che oggi faresti meglio, di una scelta che magari adesso cambieresti, di un’ingenuità nella recitazione che all’epoca non riuscivi nemmeno a vedere. Tuttavia, la cosa curiosa è che quei difetti, invece di infastidirti, possono quasi farti tenerezza. Perché dietro quel modo di recitare c’era una persona più giovane. Meno esperta. Forse più istintiva. Sicuramente diversa. E allora non ascolti soltanto un personaggio: ascolti il momento della tua vita in cui quel personaggio è arrivato. Ed è una sensazione strana, ma anche bella.
Perché crescendo impari, cambi, affini il tuo mestiere. E inevitabilmente cominci a vedere con occhi diversi anche quello che hai fatto tanti anni prima. Ma non significa necessariamente voler cancellare quello che eri. Anzi. A volte quei piccoli difetti sono proprio la parte più autentica di quel ricordo. Sono la testimonianza del fatto che sei passato da lì. Che hai imparato. Che sei cambiato. Che nel frattempo sono successe delle cose.
Ed è una delle cose che trovo più affascinanti del nostro mestiere. Perché noi siamo abituati a pensare al doppiaggio come a qualcosa che appartiene al film, alla serie, al personaggio. Ma una parte di quello che facciamo finisce inevitabilmente per appartenere anche a noi. Ogni lavoro si porta dietro un periodo della nostra vita. E magari sul momento non ce ne accorgiamo nemmeno. Siamo concentrati sulla sala, sul copione, sulle indicazioni del direttore, sulla battuta da trovare nel modo giusto, sul ritmo della scena. Facciamo il nostro lavoro e poi passiamo al successivo.
Ma gli anni fanno uno strano lavoro. Mettono distanza tra le cose. E proprio quella distanza, qualche volta, ci permette di vedere quanto fossero importanti. Può capitare di incontrare dopo vent’anni un collega con cui avevi lavorato a una determinata serie e iniziare a ricordare aneddoti che avevi completamente rimosso. “Ti ricordi quel lavoro?” “Ti ricordi quella scena?” “Ti ricordi quando…?” E magari non ricordi più esattamente il numero dell’episodio, la data o perfino alcune delle battute che avevi registrato. Ma ricordi perfettamente quella persona. Ricordi com’eri tu. Ricordi l’atmosfera di quei giorni.
E allora capisci che forse non erano soltanto personaggi quelli che avevi incontrato in sala. Erano anche persone, esperienze, amicizie, periodi della tua vita. Forse è proprio per questo che alcuni personaggi rimangono più di altri. Non perché siano necessariamente più belli. Non perché siano necessariamente più importanti. Ma perché, per qualche motivo, si sono legati a qualcosa che per noi aveva un significato. E magari, dopo vent’anni, basta riascoltare una scena per tornare esattamente lì. In quella sala. Con quelle persone. In quel momento della nostra vita. Con quella versione di noi stessi che, nel frattempo, è cambiata completamente.
Forse è questo che mi piace pensare del doppiaggio. Che alcuni personaggi non rimangono soltanto nelle registrazioni. Rimangono dentro la nostra memoria perché sono legati a qualcosa che abbiamo vissuto. E così, quando li riascoltiamo, non ritroviamo soltanto una voce più giovane, una recitazione diversa o magari qualche difetto che oggi non avremmo più. Ritroviamo un periodo della nostra vita. Ritroviamo le persone che c’erano, le amicizie nate in quegli anni, le cose che stavamo vivendo e, soprattutto, ritroviamo noi stessi come eravamo allora.
Forse è proprio questo il motivo per cui alcuni personaggi non se ne vanno mai. Perché, in qualche modo, non ricordiamo soltanto loro. Ricordiamo noi.
Se siete curiosi di leggere le precedenti uscite di “Senti Chi Parla”, potete recuperarle cliccando -> QUI <-
La voce resta, anche quando il doppiatore dimentica: il curioso destino dei personaggi – L’Opinione
Direttore di doppiaggio: quando saper dirigere non significa soltanto dare indicazioni – L’Opinione
La voce non deve essere bella, ma deve avere qualcosa da raccontare – L’Opinione
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