In un Paese che vanta di essere “democratico“, o peggio, “esportatore di democrazia“, l’applicazione delle leggi non dovrebbe mai trasformarsi in paura e persecuzione, tantomeno in evidente violazione dei diritti umani fondamentali. Eppure, le operazioni condotte nel corso delle ultime settimane dall’Immigration and Customs Enforcement (la temutissima ICE) negli USA, tra morti, arresti ed intrusioni spesso definite ‘illegali’ (o comunque ai limiti del lecito) all’interno dei luoghi più intimi della vita quotidiana, gli stessi che un tempo avremmo ritenuto inviolabili, stanno dimostrando quanto il confine fra legalità e abuso sia piuttosto fragile.
Famiglie spezzate nella maniera più brutale, bambini prelevati dalle loro classi durante l’orario scolastico e scortati come si fa solo con i peggiori criminali, e comunità terrorizzate alla sola idea di imprevedibili incursioni da parte di agenti federali, i quali puntualmente si presentano a volto coperto, nemmeno fossero dei terroristi, e muniti di ‘mandati’ che di legale sembrano avere ben poco. Insomma, che si sia immigrati irregolari oppure cittadini a tutti gli effetti, è questa la realtà con cui gli statunitensi sono ormai costretti a scontrarsi ogni giorno. Ma fino a che punto l’esercizio della legge può giustificare una tale situazione senza tradire i principi su cui si fonda lo Stato di diritto? E soprattutto, perché i fautori di un simile contesto dovrebbero sbarcare in Italia in vista delle Olimpiadi?
Innanzitutto, è bene sottolineare che l’ICE è una delle agenzie federali più potenti e controverse. Nata nel 2003 come ramo del Dipartimento della Sicurezza Interna, essa si occupa principalmente di far rispettare le normative vigenti in materia di immigrazione e di contrastare una vasta gamma di crimini transnazionali (traffico di esseri umani, frodi finanziarie, contrabbando, cybercrime e così via). A differenza della Border Patrol, che opera ai confini, l’ICE agisce all’interno del territorio statunitense e, da un punto di vista istituzionale, risponde direttamente al governo federale (non ai governatori dei singoli Stati o ai sindaci delle città in cui svolge le sue funzioni) e all’amministrazione presidenziale in carica.
Come se non bastasse, dall’inizio del suo secondo mandato, Donald Trump ne ha ampliato notevolmente i poteri, rendendola di conseguenza più aggressiva e meno vincolata da limiti operativi. Difatti, arresti e deportazioni possono ora avvenire più facilmente, grazie all’estensione delle regole di rimozione accelerata e, in alcuni casi, alla collaborazione delle forze di polizia locali. Finanziamenti straordinari e nuove tecnologie di sorveglianza hanno aumentato, inoltre, la capacità di detenzione e di monitoraggio degli immigrati senza documenti, quelli che l’attuale inquilino della Casa Bianca ama chiamare “aliens“. Peccato solo, però, che in svariate circostanze la politica intrapresa da Washington si sia rivelata un boomerang che ha causato più danni di quelle soluzioni che si prefiggeva, perlomeno in teoria, di offrire.
Esattamente ciò che evidenziano i tragici casi di Alex Pretti e Renée Good, i quali hanno messo drammaticamente in discussione le pratiche dell’ICE. La loro ‘colpa’? Non di certo essere immigrati irregolari, in quanto erano cittadini statunitensi a tutti gli effetti, ma l’aver tentato di documentare o chiedere giustizia a forze armate fino ai denti che, nel pieno esercizio delle proprie funzioni, quella medesima giustizia non solo dovrebbero farla rispettare, ma anche (e soprattutto) applicarla e praticarla.
Pretti, ad esempio, era un infermiere di terapia intensiva di 37 anni senza precedenti penali. Ciò nonostante, lo hanno ucciso lo scorso 24 gennaio, per le vie di Minneapolis, mentre filmava e cercava di aiutare una donna colpita dagli agenti. Sebbene quest’ultimi si siano affrettati nel dichiarare che fosse un caso di legittima difesa e il Presidente non abbia perso tempo nell’appoggiare la loro versione, filmati verificati e foto scattate da persone presenti sulla scena l’hanno smentita categoricamente, mostrando un uomo disarmato e non minaccioso al momento degli spari. E che dire di Renée Good? Anche lei 37enne, era stata uccisa il 7 gennaio, in Minnesota, mentre si trovava nella sua auto in circostanze che hanno sollevato forti dubbi sulla necessità e proporzionalità dell’uso della forza, nonché sull’etica morale, dell’agenzia in questione.
Neanche a dirlo, entrambe le vicende hanno innescato una risposta decisa da parte della popolazione che, a Minneapolis e nelle principali città nordamericane, si è riversata in strada chiedendo, al grido di “ICE out now!“, trasparenza, responsabilità e indagini approfondite. Il Dipartimento di Giustizia ha avviato un’inchiesta, benché diverse comunità locali e numerosi attivisti critichino la lentezza e l’insufficienza della risposta federale. Perciò, la domanda mi sorge spontanea: possiamo essere davvero sicuri che episodi del genere non rimarranno impuniti e non si ripeteranno?
Beh, la vicenda di Liam Conejo Ramos, un bambino di appena cinque anni prelevato contro ogni aspettativa dal suo istituto scolastico, sembra suggerire di no, mettendo in luce una preoccupante escalation che mina pesantemente la fiducia riposta nelle Istituzioni. Come si può solamente pensare di utilizzare un bimbo come “esca” nella speranza di attirare altri membri della famiglia al di fuori dell’abitazione e arrestarli?
Ad ogni modo la famiglia, che secondo gli avvocati possedeva e possiede tutt’ora una richiesta di asilo attiva, era stata poi trasferita in un centro di detenzione in Texas, ma per fortuna, nella giornata di ieri, un giudice federale ne ha predisposto il rilascio immediato. Quello su cui non posso fare a meno di riflettere, però, è in che misura la sicurezza nazionale possa giustificare e legittimare interventi di questo tipo. In più, che posizione dovrebbe assumere la scuola di Liam viste le politiche di attacco al sistema educativo attuate da Trump? E chi verrà ritenuto responsabile delle conseguenze a lungo termine che, inevitabilmente, il piccolo porterà con sé?
Domande che, purtroppo, ho la vaga impressione rimarranno senza riposta. Tuttavia, è proprio in virtù di questi interrogativi che l’imminente presenza dell’ICE in Italia risulta ancor più problematica.
L’ingiustizia in qualunque luogo è una minaccia alla giustizia ovunque — Martin Luther King Jr.
Difatti, il prossimo 6 febbraio avranno inizio le Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026 e per l’occasione un’unità dell’Immigration and Customs Enforcement, affiliata in particolare alla Homeland Security Investigations (HSI), la componente investigativa dell’agenzia, arriverà nel nostro Paese. Ma perché? Ebbene perché, stando alle fonti ufficiali, svolgerà ruoli di supporto, consulenza e coordinamento nella sala operativa con le nostre autorità al fine di garantire la sicurezza della propria delegazione.
Nulla di strano, dal momento che è normale che una Nazione partecipante metta a disposizione i propri servizi di Intelligence per la protezione degli atleti e di eventuali personalità diplomatiche che decidono di presenziare ai Giochi. Quel che è assurdo (ma forse, a pensarci bene, neanche tanto!), invece, è che tra tutti gli enti ai quali avrebbero potuto attingere, gli Stati Uniti abbiano scelto di inviare un corpo di polizia che ha dato prova in più circostanze di essere violento, spregiudicato e alle volte impreparato, e per di più al centro di un dibattito che sta assumendo connotati internazionali.
Non si potevano fare altre scelte? E perché nessuno degli Stati partecipanti si è opposto fermamente a riguardo? Giorgia Meloni, la “donna, cristiana e MADRE” per antonomasia, a suo dire, cosa ha da dichiarare in merito? Al momento niente. Chissà, magari sarà impegnata a sfruttare l’occasione che le si è presentata in seguito ai fatti di Torino, e fornitale, diciamocelo, su un vassoio d’argento, per attuare misure ancor più anti-democratiche di quelle di cui, fino ad ora, era riuscita a darci solamente un assaggio!
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