Attualità

Goli, la giovane iraniana condannata è salva, ma Mohammad no!

Goli Kouhkan è salva! Ha 25 anni, è una giovane donna iraniana di origine beluci che ha trascorso sette anni nel braccio della morte. È appena uscita dal carcere centrale di Gorgan. In mano ha un sacco di plastica con pochi vestiti, qualche oggetto realizzato nei laboratori interni e un paio di foto spiegazzate. Il suo nome è la sua storia sono finite al centro della cronaca internazionale per via di una vicenda personale che, suo malgrado, l’ha vista tragica protagonista.

Mappa del carcere centrale di Gorgan (Iran)/Credit: Google Maps.

Le premesse alla storia di Goli

Prima di raccontare la storia di Goli, è utile soffermarsi per un momento su una voce che, dall’interno della stessa minoranza beluci (baluchi), è divenuta simbolo internazionale di resistenza civile: Fariba Balouch, attivista iraniana per i diritti umani originaria del Sistan e Belucistan. Per il suo impegno a denunciare le discriminazioni, le esecuzioni e le violenze subite dalla sua comunità, nel 2024 ha ricevuto l’“International Women of Courage Award”, riconoscimento assegnato dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti a donne che, in contesti difficili, difendono i diritti umani a rischio della propria sicurezza.

In una delle sue dichiarazioni più forti, che sintetizza la scelta di esporsi in prima persona, afferma:

Da Zahedan a Teheran, sacrifico la mia vita per l’Iran

Credit: Commons Wikipedia

Queste parole aiutano a comprendere il clima in cui vivono attivisti e attiviste beluci e fanno da cornice alla vicenda di Goli, inserendola in una storia più ampia di coraggio e richiesta di giustizia. Nella foto in alto Fariba Balouch al centro, presso la Casa Bianca.

Goli è salva: ecco il racconto (possibile)

Quello che segue è il racconto possibile della storia si Goli Kouhka, per come oggi può essere ricostruita da fonti aperte: ONG, comunicati delle Nazioni Unite, decisioni della magistratura iraniana, articoli di giornali internazionali. Non è “la verità definitiva”, ma un quadro parziale, aperto a correzioni e integrazioni, che può aiutare a comprendere meglio il contesto e le tensioni in gioco.

Di Mohammad parleremo più avanti nel racconto, ma vi anticipo che la sua storia non ha un semplice sfondo: corre in parallelo a quella di Goli fin dal 2018.

Goli è nata ai margini, è cresciuta in una minoranza

Goli nasce intorno al 2000 in una famiglia della minoranza beluci. Quest’ultimi sono prevalentemente musulmani e la maggior parte di loro appartengono alla scuola giuridica sunnita hanafita, pur essendoci un numero significativo di beluci sciiti. Circa il 60% della popolazione beluci vive nella regione pakistana del Belucistan, mentre il 25% vive nel sud-est dell’Iran.

Hanno una lingua propria, tradizioni culturali radicate, una forte identità comunitaria, e sono in prevalenza musulmani sunniti in un Paese a maggioranza sciita. La regione in cui molti di loro vivono è tra le più svantaggiate dal punto di vista socio-economico. Meno infrastrutture, meno accesso a istruzione e sanità, meno opportunità di lavoro. Accanto a una ricchezza di tradizioni (poesia orale, musica, artigianato, forme di solidarietà comunitaria) esiste una fragilità strutturale che incide sulle scelte quotidiane: matrimoni combinati, migrazioni verso altre province, economie di sopravvivenza.

In questo contesto, il matrimonio precoce delle ragazze non è solo una norma giuridica (in Iran l’età legale è 13 anni, con margini per deroghe): è anche una pratica sociale che intreccia povertà, sicurezza percepita, reputazione familiare e tradizione. Non riguarda solo i baluci e in alcune aree periferiche è più frequente.

2012–2013: dal gioco all’abito da sposa

Intorno ai 12 anni, quindi circa nel 2012, secondo le informazioni disponibili, Goli viene data in sposa a un cugino più grande. Non sappiamo come si sia svolto quel processo all’interno della famiglia. Non sappiamo chi abbia insistito, chi abbia avuto perplessità, se ci siano state voci dissonanti, opposizioni o altro.

Nel 2013 rimane incinta e dà alla luce un figlio quando ha all’incirca 13 anni. Nel racconto che arriva fino a noi, emergono anni segnati da violenza domestica: episodi di percosse, controllo dei movimenti, isolamento sociale. È importante ricordare che la violenza domestica è un fenomeno globale. È presente anche nelle nostre società.

Una testimonianza riportata da una ONG riferisce che, in un momento di crisi, Goli torna dalla famiglia d’origine chiedendo aiuto. Il padre la rimanda indietro al marito con una frase dura, che riflette un certo modo di intendere l’onore e il matrimonio. È una voce, tra molte altre possibili, che ci fa intravedere quanto possa essere difficile, per una ragazza giovane, sottrarsi a un’unione decisa dai grandi.

Maggio 2018: una lite, un figlio in mezzo, un morto

La giornata decisiva arriva nel maggio 2018. A quel punto la famiglia non vive più nel sud-est, ma nel nord dell’Iran, nella provincia di Golestan. Le ricostruzioni concordano su alcuni punti essenziali:

  • scoppia una lite violenta in casa;
  • al centro, ancora una volta, c’è anche il figlio piccolo;
  • Goli telefona a Mohammad Abil, cugino del marito, chiedendogli di intervenire;
  • al suo arrivo, la discussione degenera, segue un corpo a corpo;
  • il marito rimane ucciso;
  • Goli chiama i soccorsi;
  • sia lei sia il cugino vengono arrestati. Il cugino da quel momento seguirà un percorso giudiziario quasi identico a quello di Goli, fino alla stessa condanna alla qisas.

Su altri elementi non abbiamo un quadro completo. Non abbiamo contessa dell’esatta sequenza dei gesti, chi abbia causato materialmente la morte, cosa abbiano dichiarato tutti i presenti in ogni fase.

2018-2019: un processo, una confessione, una condanna

Dopo l’arresto, Goli entra in un sistema giudiziario che unisce elementi di diritto islamico e disposizioni del codice penale iraniano. Le organizzazioni per i diritti umani sottolineano alcuni punti critici:

  • Goli viene interrogata senza assistenza legale nelle prime fasi;
  • è analfabeta e firma una confessione che non sa leggere;
  • nella valutazione del caso, le precedenti violenze domestiche non avrebbero ricevuto adeguata attenzione;
  • il reato viene trattato secondo la logica della qisas, che non distingue tra diversi gradi di omicidio come avviene in altri ordinamenti.

Nel 2019, un tribunale la condanna alla pena di morte per il ruolo avuto nella morte del marito. Anche il cugino viene condannato. La sentenza è poi confermata nei successivi passaggi. Anche Mohammad Abil viene quindi rinviato nel braccio della morte: sulle sue dichiarazioni e sulla sua linea difensiva, tuttavia, la documentazione resa pubblica è ancora più scarna di quella relativa a Goli.

Vale la pena ricordare che il sistema giudiziario iraniano non è monolitico: al suo interno operano magistrati, avvocati, studiosi di diritto con sensibilità diverse. Vi sono giuristi che sostengono una lettura più rigida della qisas. Altri, pur muovendosi dentro il quadro normativo esistente, cercano spazi di interpretazione più attenti ai diritti delle donne e delle minoranze. La storia di Goli si colloca dentro questo campo di tensione.

2018–2025: il tempo sospeso del braccio della morte

Tra il 2018 e la fine del 2025, Goli vive nel carcere centrale di Gorgan. Per gli stessi sette anni, anche Mohammad rimane detenuto in attesa dell’esecuzione. Le fonti non descrivono nel dettaglio la sua vita quotidiana in carcere, ma lo indicano costantemente come coimputato nel caso e come persona ancora esposta al rischio concreto della qisas.

Alcuni elementi della sua quotidianità emergono con relativa chiarezza:

  • impara a leggere e scrivere, colmando un vuoto che la accompagnava dall’infanzia;
  • partecipa a corsi e laboratori (tappeti, legno, cuoio) che le permettono di acquisire competenze e una piccola forma di reddito;
  • incontra il figlio in rare occasioni, quando le procedure lo consentono;
  • i legami con la famiglia di origine appaiono molto fragili.

In parallelo, il tema della pena di morte in Iran diventa oggetto di crescente dibattito interno e internazionale.

Anche in Iran, attiviste e attivisti, spesso a prezzo di rischi personali, lavorano da anni per promuovere riforme. La storia di Goli si intreccia anche con questi sforzi, che raramente fanno notizia all’estero ma rappresentano un terreno importante di cambiamento.

Qisas e diya: giustizia, risarcimento, contraddizioni

Nel caso di Goli, il punto di svolta è legato alla qisas e al diya. La qisas, nella tradizione giuridica islamica, è spesso descritta come una forma di “retribuzione in natura” (“vita per vita”). La famiglia della persona uccisa può, anziché chiedere l’esecuzione, accettare un risarcimento (diya, “prezzo del sangue”) o concedere il perdono senza condizioni. Nell’ottica dei diritti umani contemporanei, questo meccanismo è oggetto di forte critica:

  • perché trasferisce alla famiglia della vittima una responsabilità enorme, decidere tra vita ed esecuzione;
  • perché la possibilità di salvezza dipende da fattori economici (raccolta fondi, rete sociale) che non dovrebbero incidere sul diritto alla vita;
  • perché rischia di ignorare le condizioni strutturali (povertà, violenza di genere, appartenenza minoritaria) che hanno preceduto il fatto. Nel caso concreto di Goli e Mohammad, l’accordo di diya viene infatti negoziato solo per lei: la famiglia del marito accetta di firmare il perdono che la riguarda, mentre Mohammad rimane formalmente sotto sentenza capitale.

Nel 2025, dopo anni di chiusura, la famiglia del marito accetta di utilizzare la via del diya. Inizialmente la cifra richiesta è di 10 miliardi di toman (circa 100.000 euro), poi ridotta a 8 miliardi (circa 70.000 euro). Si tratta di somme molto elevate, se rapportate al reddito medio iraniano e ancor più alla situazione di una donna povera, baluci, senza documenti.

Ottobre–dicembre 2025, la storia è ormai pubblica: si può dichiarare che “Goli è salva”

La vicenda di Goli inizia a uscire dal circuito locale nell’autunno 2025.

  • Il caso viene descritto in modo dettagliato da ONG iraniane e internazionali, che raccontano il suo matrimonio precoce, gli anni di violenza, il processo, la richiesta di diya.
  • Un grande quotidiano internazionale dedica un’inchiesta alla sua storia, contribuendo a portarla all’attenzione di un pubblico più vasto.
  • Il 2 dicembre 2025, un gruppo di esperti ONU diffonde un comunicato pubblico chiedendo la sospensione dell’esecuzione.

In risposta a questi sviluppi, e soprattutto grazie all’iniziativa di persone e gruppi dentro e fuori l’Iran, comincia una raccolta fondi per coprire il diya. Il 9 dicembre 2025, secondo quanto riportano ONG e autorità locali, l’importo fissato viene raggiunto e la famiglia dell’uomo ucciso firma il perdono condizionato.

Nei giorni successivi, i media annunciano che Goli è salva, l’esecuzione non è più all’ordine del giorno e poi è stata rilasciata dal carcere. Rimane ancora molto da chiarire sulle condizioni concrete in cui potrà ricostruire la propria vita, ma il rischio immediato del patibolo si allontana. Goli è salva! Nelle campagne pubbliche, il nome che emerge è quasi sempre quello di Goli, la posizione di Mohammad non genera una mobilitazione comparabile.

Il rapporto tra giustizia e potere politico in Iran

Dal 2013 ad oggi, il rapporto tra giustizia e potere politico in Iran si è fatto, secondo molti osservatori, sempre più stretto e securitario. Con l’elezione di Hassan Rouhani nel 2013 si era aperta la speranza di una maggiore apertura. La magistratura è rimasta però saldamente sotto l’influenza della Guida Suprema e degli apparati di sicurezza, con margini limitati di riforma strutturale.

La stagione successiva, segnata dalle proteste del 2017–2018, dall’aumento delle esecuzioni per reati di droga e dal ciclo di mobilitazioni del 2019 e del 2022 (‘Donna, Vita, Libertà’), ha visto una crescita del ricorso a imputazioni di sicurezza nazionale e alla pena di morte come strumenti di controllo sociale.

In questo quadro, le minoranze etniche e religiose, tra cui i baluci, risultano sovrarappresentate nelle statistiche sulle esecuzioni e spesso associate, nel discorso ufficiale, a rischio di instabilità o di collusione con gruppi armati.

Questo non significa che ogni giudice o funzionario condivida la stessa impostazione, ma aiuta a capire perché, per una giovane donna baluci come Goli, e per un uomo della stessa rete familiare come Mohammad, il contatto con il sistema giudiziario avvenga dentro una cornice di diffidenza reciproca, in cui la loro appartenenza minoritaria pesa, sia sull’accesso alle tutele, sia sulla percezione che lo Stato ha di loro.

La minoranza beluci: più di una cornice

Per orientarci, è utile soffermarsi sulla posizione dei beluci in Iran, evitando però immagini semplificate.

  • Dal punto di vista geografico, molte comunità baluci vivono in regioni di confine che hanno storicamente sofferto di sotto-investimento: mancanza di infrastrutture, opportunità limitate, economie informali.
  • Dal punto di vista religioso, l’essere sunniti in uno Stato a maggioranza sciita può tradursi, secondo diversi rapporti, in limiti nell’accesso a certe posizioni pubbliche e in un senso diffuso di marginalità.
  • Dal punto di vista politico-securitario, negli anni in alcune aree baluci si sono manifestate tensioni e violenze; lo Stato ha risposto con una forte presenza delle forze di sicurezza. In mezzo, la popolazione civile vive spesso una doppia vulnerabilità: esposta sia ai rischi legati ai gruppi armati, sia alle conseguenze delle operazioni di sicurezza.

In questa cornice, la storia di Goli non rappresenta “la cultura beluci” in blocco, né l’Iran nel suo insieme. È piuttosto un caso esemplare di come fattori diversi – genere, povertà, appartenenza minoritaria, norme giuridiche – possano interagire producendo situazioni di forte vulnerabilità.

Cosa sappiamo e cosa ignoriamo in merito?

Uno sguardo orientato alla convivenza pacifica invita a essere chiari non solo su ciò che si denuncia, ma anche sui limiti di conoscenza. Sappiamo che:

  • Goli è stata sposata in età molto giovane e ha avuto un figlio da adolescente;
  • ha denunciato, direttamente o tramite terzi, anni di violenza domestica;
  • è stata condannata a morte e ha trascorso sette anni nel braccio della morte;
  • l’accesso alla difesa legale è stato insufficiente nelle prime fasi;
  • la possibilità di salvarle la vita è passata dal pagamento di un’ingente somma tramite il meccanismo della qisas/diya;
  • una mobilitazione composita – iraniana e internazionale – ha contribuito a raccogliere quella somma e a ottenere il perdono.

Non sappiamo, o non sappiamo in modo completo, molti altri elementi: la percezione dei fatti da parte dell’altra famiglia coinvolta, la versione del cugino, i dettagli di ogni passo procedurale, le discussioni interne tra i giudici, le pressioni formali e informali che possono avere influito.

Ammettere questi limiti non indebolisce la legittimità delle preoccupazioni espresse da ONG e Nazioni Unite; al contrario, aiuta a evitare narrazioni polarizzate (“colpevoli perfetti” da un lato, “innocenti assoluti” dall’altro) e a riconoscere che ci muoviamo sempre all’interno di uno spazio interpretativo che va maneggiato con prudenza.

Mohammad Abil è ancora condannato a morte

Nel racconto, accanto al proclama “Goli è salva” dovrebbe comparire anche “Mohammad Abil è condannato a morte”. Mohammad è il cugino del marito che lei chiama in aiuto durante la lite del maggio 2018. Secondo le informazioni disponibili, anche Mohammad è stato condannato alla qisas per il suo ruolo nei fatti di quella giornata ed è tuttora nel braccio della morte, perché il perdono e il pagamento del diya hanno riguardato soltanto Goli. Quindi sì, Goli è salva, ma non basta.

La stessa vicenda, quindi, si biforca: una persona viene simbolicamente “riaccolta” nella comunità grazie a una mobilitazione civile e internazionale, l’altra resta intrappolata nello stesso dispositivo giuridico, senza una campagna di pari intensità e senza che la sua voce sia arrivata finora al pubblico globale. Dal mio punto di vista è importante non trasformarlo in un “personaggio di contorno” né in un antagonista, ma riconoscerlo come un secondo soggetto vulnerabile, su cui pesano le stesse opacità procedurali, lo stesso contesto di violenza e povertà, la stessa asimmetria tra chi ha accesso alla visibilità e chi ne resta fuori.

La domanda che resta aperta – e che dovremmo poter porre senza demonizzare nessuno – è come un sistema possa distribuire così diversamente le possibilità di salvezza tra due persone coinvolte nello stesso evento critico, solo perché una è diventata simbolo e l’altra no. Da una prospettiva più oggettiva, includere stabilmente anche il suo nome nelle narrazioni significa ricordare che ogni percorso di giustizia dovrebbe interrogarsi sui destini divergenti di tutte le persone coinvolte, non solo di quelle che, per ragioni simboliche o mediatiche, diventano più visibili.

Strutture da cambiare, attori da riconoscere

Se spostiamo lo sguardo dalla singola vicenda alle strutture, emergono almeno tre piani su cui lavorare:

  1. Il piano giuridico
    • il ruolo della pena di morte e la possibilità di limitarne progressivamente l’uso fino alla sua abolizione (consideriamo che i “civilissimi” Stati Uniti ne fanno ancora uso, e non dimentichiamoci che nel report sulla pena di morte nel 2024, Amnesty registra 1.518 esecuzioni nel mondo escluse Cina, Corea del Nord e Vietnam);
    • la riforma della qisas e del diya in modo da ridurre la dipendenza dalla capacità economica delle famiglie;
    • il rafforzamento delle garanzie procedurali, soprattutto per le donne e per le persone in condizione di vulnerabilità (povertà, analfabetismo, appartenenza a minoranze). Casi come quello di Goli e Mohammad mostrano in modo concreto come due imputati possano avere esiti opposti a partire dallo stesso fatto, anche in funzione della diversa visibilità pubblica e dell’accesso a reti di sostegno.
  2. Il piano sociale e culturale
    • il contrasto ai matrimoni precoci e forzati, attraverso politiche educative, sostegno alle famiglie, partecipazione delle comunità religiose e tradizionali;
    • la prevenzione e il riconoscimento della violenza domestica, con strumenti legali e servizi di supporto accessibili;
    • il rafforzamento delle voci interne – intellettuali, religiosi, attiviste, associazioni – che già oggi in Iran lavorano per una lettura dei testi religiosi e delle tradizioni più attenta alla dignità delle donne.
  3. Il piano delle relazioni internazionali
    • la possibilità di usare casi come quello di Goli non solo per denunciare, ma anche per costruire canali di dialogo con le istituzioni iraniane su terreni specifici (pena di morte, giustizia minorile, diritti delle donne);
    • il sostegno concreto, non paternalista, a quelle realtà civiche – iraniane e della diaspora – che lavorano in modo continuativo e competente su questi temi.

Ritengo sia fondamentale inquadrare i conflitti in modo da aprire orizzonti di soluzione, non solo di condanna. In questo senso, raccontare il caso di Goli significa anche dare spazio a chi, dentro e fuori l’Iran, sta cercando di cambiare le regole che hanno reso possibile la sua condanna a morte.

Uno specchio che ci riguarda tutti

Per un giornale italiano, la storia di Goli Kouhkan è anche uno specchio.

Ci ricorda che:

  • la violenza domestica e i matrimoni precoci non sono “un problema di altri Paesi”, ma fenomeni che esistono con forme diverse in molte società, compresa la nostra;
  • la pena di morte continua a essere praticata in diversi Stati nel mondo, e il lavoro abolizionista richiede coerenza e continuità, non solo indignazione episodica;
  • le minoranze – etniche, religiose, linguistiche – sono spesso più esposte a ingiustizie strutturali, e l’attenzione alle loro condizioni dovrebbe far parte stabilmente della nostra agenda, non solo quando un caso arriva sulle prime pagine.

Goli oggi è fuori dal carcere di Gorgan. Dietro il suo nome, però, restano molte storie meno visibili, che non hanno avuto una campagna internazionale, né la possibilità di trasformare il “prezzo del sangue” in un’occasione di salvezza.

Raccontare la sua vicenda con uno sguardo da “Tempi Moderni”, come opinionista in questo progetto editoriale, significa tenere insieme empatia e rigore, denuncia e ascolto, attenzione ai singoli drammi e alle vie – lente, imperfette, ma reali – attraverso cui persone e comunità cercano di trasformare le proprie istituzioni. È in questo spazio, forse, che il suo caso può contribuire non solo a commuoverci, ma anche a farci pensare e agire in modo più responsabile.

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Renato Ongania

Studioso di comunicazione, semiotica e vessillologia. Esploratore, attivista culturale e saggista. Già consigliere comunale e militante radicale "contro la pena di morte". Laurea in relazioni pubbliche (Iulm, Milano), diplomi di alta formazione nel pensiero filosofico di Tommaso d’Aquino e Anselmo d’Aosta presso atenei pontifici; “Esperto in criminologia esoterica”, master in bioetica. Tra i suoi interessi di ricerca: diritti umani, peace studies, hate speech online, analfabetismo religioso. Da oltre dieci anni Ministro della Chiesa di Scientology e rappresentante italiano dello scrittore statunitense L. Ron Hubbard.

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