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Goli Kouhkan è salva! Ha 25 anni, è una giovane donna iraniana di origine beluci che ha trascorso sette anni nel braccio della morte. È appena uscita dal carcere centrale di Gorgan. In mano ha un sacco di plastica con pochi vestiti, qualche oggetto realizzato nei laboratori interni e un paio di foto spiegazzate. Il suo nome è la sua storia sono finite al centro della cronaca internazionale per via di una vicenda personale che, suo malgrado, l’ha vista tragica protagonista.
Prima di raccontare la storia di Goli, è utile soffermarsi per un momento su una voce che, dall’interno della stessa minoranza beluci (baluchi), è divenuta simbolo internazionale di resistenza civile: Fariba Balouch, attivista iraniana per i diritti umani originaria del Sistan e Belucistan. Per il suo impegno a denunciare le discriminazioni, le esecuzioni e le violenze subite dalla sua comunità, nel 2024 ha ricevuto l’“International Women of Courage Award”, riconoscimento assegnato dal Dipartimento di Stato degli Stati Uniti a donne che, in contesti difficili, difendono i diritti umani a rischio della propria sicurezza.
In una delle sue dichiarazioni più forti, che sintetizza la scelta di esporsi in prima persona, afferma:
Da Zahedan a Teheran, sacrifico la mia vita per l’Iran
Queste parole aiutano a comprendere il clima in cui vivono attivisti e attiviste beluci e fanno da cornice alla vicenda di Goli, inserendola in una storia più ampia di coraggio e richiesta di giustizia. Nella foto in alto Fariba Balouch al centro, presso la Casa Bianca.
Quello che segue è il racconto possibile della storia si Goli Kouhka, per come oggi può essere ricostruita da fonti aperte: ONG, comunicati delle Nazioni Unite, decisioni della magistratura iraniana, articoli di giornali internazionali. Non è “la verità definitiva”, ma un quadro parziale, aperto a correzioni e integrazioni, che può aiutare a comprendere meglio il contesto e le tensioni in gioco.
Di Mohammad parleremo più avanti nel racconto, ma vi anticipo che la sua storia non ha un semplice sfondo: corre in parallelo a quella di Goli fin dal 2018.
Goli nasce intorno al 2000 in una famiglia della minoranza beluci. Quest’ultimi sono prevalentemente musulmani e la maggior parte di loro appartengono alla scuola giuridica sunnita hanafita, pur essendoci un numero significativo di beluci sciiti. Circa il 60% della popolazione beluci vive nella regione pakistana del Belucistan, mentre il 25% vive nel sud-est dell’Iran.
Hanno una lingua propria, tradizioni culturali radicate, una forte identità comunitaria, e sono in prevalenza musulmani sunniti in un Paese a maggioranza sciita. La regione in cui molti di loro vivono è tra le più svantaggiate dal punto di vista socio-economico. Meno infrastrutture, meno accesso a istruzione e sanità, meno opportunità di lavoro. Accanto a una ricchezza di tradizioni (poesia orale, musica, artigianato, forme di solidarietà comunitaria) esiste una fragilità strutturale che incide sulle scelte quotidiane: matrimoni combinati, migrazioni verso altre province, economie di sopravvivenza.
In questo contesto, il matrimonio precoce delle ragazze non è solo una norma giuridica (in Iran l’età legale è 13 anni, con margini per deroghe): è anche una pratica sociale che intreccia povertà, sicurezza percepita, reputazione familiare e tradizione. Non riguarda solo i baluci e in alcune aree periferiche è più frequente.
Intorno ai 12 anni, quindi circa nel 2012, secondo le informazioni disponibili, Goli viene data in sposa a un cugino più grande. Non sappiamo come si sia svolto quel processo all’interno della famiglia. Non sappiamo chi abbia insistito, chi abbia avuto perplessità, se ci siano state voci dissonanti, opposizioni o altro.
Nel 2013 rimane incinta e dà alla luce un figlio quando ha all’incirca 13 anni. Nel racconto che arriva fino a noi, emergono anni segnati da violenza domestica: episodi di percosse, controllo dei movimenti, isolamento sociale. È importante ricordare che la violenza domestica è un fenomeno globale. È presente anche nelle nostre società.
Una testimonianza riportata da una ONG riferisce che, in un momento di crisi, Goli torna dalla famiglia d’origine chiedendo aiuto. Il padre la rimanda indietro al marito con una frase dura, che riflette un certo modo di intendere l’onore e il matrimonio. È una voce, tra molte altre possibili, che ci fa intravedere quanto possa essere difficile, per una ragazza giovane, sottrarsi a un’unione decisa dai grandi.
La giornata decisiva arriva nel maggio 2018. A quel punto la famiglia non vive più nel sud-est, ma nel nord dell’Iran, nella provincia di Golestan. Le ricostruzioni concordano su alcuni punti essenziali:
Su altri elementi non abbiamo un quadro completo. Non abbiamo contessa dell’esatta sequenza dei gesti, chi abbia causato materialmente la morte, cosa abbiano dichiarato tutti i presenti in ogni fase.
Dopo l’arresto, Goli entra in un sistema giudiziario che unisce elementi di diritto islamico e disposizioni del codice penale iraniano. Le organizzazioni per i diritti umani sottolineano alcuni punti critici:
Nel 2019, un tribunale la condanna alla pena di morte per il ruolo avuto nella morte del marito. Anche il cugino viene condannato. La sentenza è poi confermata nei successivi passaggi. Anche Mohammad Abil viene quindi rinviato nel braccio della morte: sulle sue dichiarazioni e sulla sua linea difensiva, tuttavia, la documentazione resa pubblica è ancora più scarna di quella relativa a Goli.
Vale la pena ricordare che il sistema giudiziario iraniano non è monolitico: al suo interno operano magistrati, avvocati, studiosi di diritto con sensibilità diverse. Vi sono giuristi che sostengono una lettura più rigida della qisas. Altri, pur muovendosi dentro il quadro normativo esistente, cercano spazi di interpretazione più attenti ai diritti delle donne e delle minoranze. La storia di Goli si colloca dentro questo campo di tensione.
Tra il 2018 e la fine del 2025, Goli vive nel carcere centrale di Gorgan. Per gli stessi sette anni, anche Mohammad rimane detenuto in attesa dell’esecuzione. Le fonti non descrivono nel dettaglio la sua vita quotidiana in carcere, ma lo indicano costantemente come coimputato nel caso e come persona ancora esposta al rischio concreto della qisas.
Alcuni elementi della sua quotidianità emergono con relativa chiarezza:
In parallelo, il tema della pena di morte in Iran diventa oggetto di crescente dibattito interno e internazionale.
Anche in Iran, attiviste e attivisti, spesso a prezzo di rischi personali, lavorano da anni per promuovere riforme. La storia di Goli si intreccia anche con questi sforzi, che raramente fanno notizia all’estero ma rappresentano un terreno importante di cambiamento.
Nel caso di Goli, il punto di svolta è legato alla qisas e al diya. La qisas, nella tradizione giuridica islamica, è spesso descritta come una forma di “retribuzione in natura” (“vita per vita”). La famiglia della persona uccisa può, anziché chiedere l’esecuzione, accettare un risarcimento (diya, “prezzo del sangue”) o concedere il perdono senza condizioni. Nell’ottica dei diritti umani contemporanei, questo meccanismo è oggetto di forte critica:
Nel 2025, dopo anni di chiusura, la famiglia del marito accetta di utilizzare la via del diya. Inizialmente la cifra richiesta è di 10 miliardi di toman (circa 100.000 euro), poi ridotta a 8 miliardi (circa 70.000 euro). Si tratta di somme molto elevate, se rapportate al reddito medio iraniano e ancor più alla situazione di una donna povera, baluci, senza documenti.
La vicenda di Goli inizia a uscire dal circuito locale nell’autunno 2025.
In risposta a questi sviluppi, e soprattutto grazie all’iniziativa di persone e gruppi dentro e fuori l’Iran, comincia una raccolta fondi per coprire il diya. Il 9 dicembre 2025, secondo quanto riportano ONG e autorità locali, l’importo fissato viene raggiunto e la famiglia dell’uomo ucciso firma il perdono condizionato.
Nei giorni successivi, i media annunciano che Goli è salva, l’esecuzione non è più all’ordine del giorno e poi è stata rilasciata dal carcere. Rimane ancora molto da chiarire sulle condizioni concrete in cui potrà ricostruire la propria vita, ma il rischio immediato del patibolo si allontana. Goli è salva! Nelle campagne pubbliche, il nome che emerge è quasi sempre quello di Goli, la posizione di Mohammad non genera una mobilitazione comparabile.
Dal 2013 ad oggi, il rapporto tra giustizia e potere politico in Iran si è fatto, secondo molti osservatori, sempre più stretto e securitario. Con l’elezione di Hassan Rouhani nel 2013 si era aperta la speranza di una maggiore apertura. La magistratura è rimasta però saldamente sotto l’influenza della Guida Suprema e degli apparati di sicurezza, con margini limitati di riforma strutturale.
La stagione successiva, segnata dalle proteste del 2017–2018, dall’aumento delle esecuzioni per reati di droga e dal ciclo di mobilitazioni del 2019 e del 2022 (‘Donna, Vita, Libertà’), ha visto una crescita del ricorso a imputazioni di sicurezza nazionale e alla pena di morte come strumenti di controllo sociale.
In questo quadro, le minoranze etniche e religiose, tra cui i baluci, risultano sovrarappresentate nelle statistiche sulle esecuzioni e spesso associate, nel discorso ufficiale, a rischio di instabilità o di collusione con gruppi armati.
Questo non significa che ogni giudice o funzionario condivida la stessa impostazione, ma aiuta a capire perché, per una giovane donna baluci come Goli, e per un uomo della stessa rete familiare come Mohammad, il contatto con il sistema giudiziario avvenga dentro una cornice di diffidenza reciproca, in cui la loro appartenenza minoritaria pesa, sia sull’accesso alle tutele, sia sulla percezione che lo Stato ha di loro.
Per orientarci, è utile soffermarsi sulla posizione dei beluci in Iran, evitando però immagini semplificate.
In questa cornice, la storia di Goli non rappresenta “la cultura beluci” in blocco, né l’Iran nel suo insieme. È piuttosto un caso esemplare di come fattori diversi – genere, povertà, appartenenza minoritaria, norme giuridiche – possano interagire producendo situazioni di forte vulnerabilità.
Uno sguardo orientato alla convivenza pacifica invita a essere chiari non solo su ciò che si denuncia, ma anche sui limiti di conoscenza. Sappiamo che:
Non sappiamo, o non sappiamo in modo completo, molti altri elementi: la percezione dei fatti da parte dell’altra famiglia coinvolta, la versione del cugino, i dettagli di ogni passo procedurale, le discussioni interne tra i giudici, le pressioni formali e informali che possono avere influito.
Ammettere questi limiti non indebolisce la legittimità delle preoccupazioni espresse da ONG e Nazioni Unite; al contrario, aiuta a evitare narrazioni polarizzate (“colpevoli perfetti” da un lato, “innocenti assoluti” dall’altro) e a riconoscere che ci muoviamo sempre all’interno di uno spazio interpretativo che va maneggiato con prudenza.
Nel racconto, accanto al proclama “Goli è salva” dovrebbe comparire anche “Mohammad Abil è condannato a morte”. Mohammad è il cugino del marito che lei chiama in aiuto durante la lite del maggio 2018. Secondo le informazioni disponibili, anche Mohammad è stato condannato alla qisas per il suo ruolo nei fatti di quella giornata ed è tuttora nel braccio della morte, perché il perdono e il pagamento del diya hanno riguardato soltanto Goli. Quindi sì, Goli è salva, ma non basta.
La stessa vicenda, quindi, si biforca: una persona viene simbolicamente “riaccolta” nella comunità grazie a una mobilitazione civile e internazionale, l’altra resta intrappolata nello stesso dispositivo giuridico, senza una campagna di pari intensità e senza che la sua voce sia arrivata finora al pubblico globale. Dal mio punto di vista è importante non trasformarlo in un “personaggio di contorno” né in un antagonista, ma riconoscerlo come un secondo soggetto vulnerabile, su cui pesano le stesse opacità procedurali, lo stesso contesto di violenza e povertà, la stessa asimmetria tra chi ha accesso alla visibilità e chi ne resta fuori.
La domanda che resta aperta – e che dovremmo poter porre senza demonizzare nessuno – è come un sistema possa distribuire così diversamente le possibilità di salvezza tra due persone coinvolte nello stesso evento critico, solo perché una è diventata simbolo e l’altra no. Da una prospettiva più oggettiva, includere stabilmente anche il suo nome nelle narrazioni significa ricordare che ogni percorso di giustizia dovrebbe interrogarsi sui destini divergenti di tutte le persone coinvolte, non solo di quelle che, per ragioni simboliche o mediatiche, diventano più visibili.
Se spostiamo lo sguardo dalla singola vicenda alle strutture, emergono almeno tre piani su cui lavorare:
Ritengo sia fondamentale inquadrare i conflitti in modo da aprire orizzonti di soluzione, non solo di condanna. In questo senso, raccontare il caso di Goli significa anche dare spazio a chi, dentro e fuori l’Iran, sta cercando di cambiare le regole che hanno reso possibile la sua condanna a morte.
Per un giornale italiano, la storia di Goli Kouhkan è anche uno specchio.
Ci ricorda che:
Goli oggi è fuori dal carcere di Gorgan. Dietro il suo nome, però, restano molte storie meno visibili, che non hanno avuto una campagna internazionale, né la possibilità di trasformare il “prezzo del sangue” in un’occasione di salvezza.
Raccontare la sua vicenda con uno sguardo da “Tempi Moderni”, come opinionista in questo progetto editoriale, significa tenere insieme empatia e rigore, denuncia e ascolto, attenzione ai singoli drammi e alle vie – lente, imperfette, ma reali – attraverso cui persone e comunità cercano di trasformare le proprie istituzioni. È in questo spazio, forse, che il suo caso può contribuire non solo a commuoverci, ma anche a farci pensare e agire in modo più responsabile.
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