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Marco Briglione e il coraggio di continuare a credere nei propri sogni

Ciao a tutti e ben tornati ad un nuovo appuntamento di Senti Chi Parla! Oggi ho il piacere di avere con me un ospite davvero speciale, Marco Briglione. Benché sia molto giovane, ha già un curriculum di tutto rispetto. Difatti, tra i suoi ruoli più celebri troviamo il poliziotto Hwang Jun-ho in Squid Game e Guido Mista in Le bizzarre avventure di JoJo – Vento Aureo, oltre a tanti altri personaggi che gli hanno permesso di muoversi tra generi e stili diversi. Quello che rende la sua storia ancor più interessante, però, è il modo in cui si è fatta spazio in un ambiente che, alle volte, sembra risultare di difficile accesso dall’esterno.

Marco ha costruito la sua carriera con impegno, studio e talento, e la sua esperienza dimostra che, anche in un settore dove a volte si sente parlare di “casta”, ci sono tantissimi esempi di chi ce la fa grazie alle proprie capacità. Quella di oggi, ne sono certo, sarà una bella testimonianza, per voi e per tutti coloro che vogliono mettersi in gioco, anche se, più che un’intervista, io preferisco vederla come una piacevole chiacchierata tra colleghi e amici, per conoscerci meglio e per conoscere il suo percorso, le sfide affrontate, e perché no, condividere qualche riflessione sul mondo del doppiaggio.

Buona lettura!

Scegli il lavoro che ami e non lavorerai neppure un giorno in tutta la tua vita — Confucio

Marco Briglione – L’intervista x “Senti Chi Parla”

Ciao Marco, benvenuto tra le pagine di Senti chi parla! È un piacere averti qui con me. Oggi più che un’intervista sarà una chiacchierata tra colleghi e amici, anche perché condividiamo esperienze e sale di doppiaggio, e pure qualche serie importante. Partiamo dal tuo percorso e da tutto quello che ti ha portato fin qui.

Ciao Omar, innanzitutto ti ringrazio, il piacere di questa chiacchierata è assolutamente condiviso!

Marco, ti conosco come collega ma voglio partire dalle radici: ti ricordi il momento preciso in cui hai capito che il doppiaggio non sarebbe stato solo una passione, ma la tua strada?

Trovare un momento specifico è piuttosto complicato, perché la passione profonda che nutro per questo mestiere nasce da lontano, da quando ero bambino. Come molti colleghi della nostra generazione, sono cresciuto divorando cinema d’animazione e serie a cartoni, arrivando poi ad amare e approfondire il cinema a tutto tondo. Ma ciò che mi ha sempre affascinato davvero era il mondo “nascosto”: quello delle voci, dei suoni, dei titoli di coda con i cast dei doppiatori alla fine delle videocassette o in televisione. Già da piccolo li riconoscevo al primo ascolto, ne avevo imparato i nomi a memoria. Li imitavo, mi divertivo a dare voce ai giocattoli per intrattenere i miei cugini più piccoli e “recitavo” i personaggi dei fumetti mentre li leggevo.

Da adolescente ho capito che quell’ammirazione non poteva restare una passione passiva. A 16 anni ho frequentato un piccolo corso estivo di doppiaggio, senza troppe aspettative. È stato lì che ho capito che quella doveva essere la mia strada. Da quel momento, una volta diplomato, ho deciso di investire studio, formazione e amore in quello che è diventato il mio progetto di vita.

Marco Briglione/Credit: courtesy of Marco Briglione

Noi abbiamo condiviso l’esperienza di Squid Game — tu come Hwang Jun-ho — e sappiamo quanto sia stata intensa. Che ricordo personale ti porti dietro da quel lavoro, proprio a livello umano oltre che professionale?

Ci sono lavorazioni che ami profondamente, che incontrano il tuo gusto anche da spettatore ma che magari restano più “di genere”, e altre che invece sono grandi successi commerciali. Squid Game ha rappresentato per me la quintessenza di entrambe le categorie. Sono un appassionato del genere survival game / battle royale, quindi vidi la prima stagione appena uscì, in lingua originale con i sottotitoli. Me ne innamorai immediatamente: per il ritmo, per la regia e per una scrittura capace di mescolare intrattenimento e spessore sociologico con grande intelligenza.

Puoi immaginare, Omar, la gioia che ho provato quando ho saputo di essere stato scelto per dare voce a Jun-ho. È un personaggio che, tra le altre cose, mi ha fatto crescere molto anche dal punto di vista artistico. All’epoca non era esattamente nella mia zona di comfort — ero più abituato a caratteri, cartoni e personaggi più leggeri — e devo ringraziare Emilio Schroeder, che mi ha dato fiducia affidandomelo. È a lui che voglio dedicare questo ricordo. Oggi Emilio non c’è più, e già all’epoca non poté seguire direttamente la lavorazione, che fu poi affidata a Lucio Saccone — un professionista straordinario con cui è sempre un piacere lavorare — ma gran parte della sua distribuzione fu mantenuta.

Emilio era una persona spigolosa, ma di grande umanità. Ha dato opportunità a molti giovani talenti, e credo sia doveroso ricordarlo con affetto.

Guido Mista in JoJo – Vento Aureo è un personaggio amatissimo e pieno di energia. C’è qualcosa di tuo che hai ritrovato in lui mentre lo doppiavi?

Guido Mista è letteralmente un personaggio “centrifuga”: una di quelle sfide da attore che ti divertono in modo totalizzante. Dentro c’è davvero di tutto — toni bassi e alti, momenti seri e comici, voci pensiero più riflessive, monologhi eccentrici, azione, continue micro-caratterizzazioni. È un ruolo che ti costringe a essere sempre in movimento. E poi ci sono le vocine dei Six Bullets — i sei proiettili antropomorfi che rappresentano il suo potere — che ho doppiato personalmente. Anche lì è stato un lavoro di continua invenzione.

In Mista ho ritrovato molto di me, soprattutto la mia vivacità e una certa iperattività. Ci ho messo davvero tanto di personale. E non posso non omaggiare, a questo punto, le mie origini in parte napoletane, da cui ho attinto più volte senza alcun pudore — il buon Mosè Singh lo sa bene — e mio cugino Adriano, che è da sempre una fonte preziosa di conoscenze linguistiche partenopee e a cui voglio un gran bene. La scelta di contaminare l’adattamento con il dialetto è stata, secondo me, un colpo di genio, perfettamente coerente con lo stile dell’opera. Una scelta che solo un direttore coraggioso, giovane ma estremamente preparato come Mosè poteva portare fino in fondo.

A lui rinnovo i miei ringraziamenti, per avermi affidato uno dei ruoli della vita.

Essendo parte di una generazione giovane di doppiatori, ti chiedo una riflessione quasi tra colleghi: l’intelligenza artificiale ti spaventa davvero o pensi che, in qualche modo, possa cambiare il nostro mestiere senza distruggerlo?

Marco Briglione/Credit: courtesy of Marco Briglione

Non ho ovviamente capacità di preveggenza, quindi posso risponderti solo sulla base delle sensazioni che ho costruito osservando il presente. Per quello che riguarda nello specifico noi attori, non credo che l’intelligenza artificiale rappresenti una reale minaccia. Questo non significa — lo dico subito — che non si debba combattere nei canali opportuni per tutelare il futuro della nostra arte, anzi. Credo però che, anche con tutti i progressi possibili, difficilmente l’IA potrà raggiungere un livello davvero accettabile se paragonato al nostro lavoro, anche quando non è eccelso. E soprattutto, non a parità di costo.

Spesso si pensa che basti “premere un pulsante” — magari usando strumenti come OpenAI — per ottenere un prodotto finito, ma non è così: servirebbe comunque un lavoro di rifinitura da parte di specialisti, costi di licenza dei software e, soprattutto, il riconoscimento economico per l’utilizzo delle voci. È proprio su questo aspetto che la categoria deve continuare a muoversi, come già sta facendo, per ottenere maggiori garanzie a livello normativo.

Aggiungo anche una riflessione più “di pancia”: voglio credere che, anche in uno scenario più distopico in cui l’IA dovesse prendere davvero piede, il pubblico non la accetterebbe. Chi ama l’audiovisivo difficilmente si affezionerebbe a personaggi con una voce artificiale. Un esempio recente è quello dell’anime Banana Fish, a cui è stato aggiunto un doppiaggio in IA su Prime Video: è stato subito stroncato dagli spettatori e rapidamente ritirato. Magari è solo ottimismo da parte mia — o troppa fiducia nell’umanità (ride) — ma mi piace pensare che anche in futuro la reazione sarebbe la stessa.

Spesso si sente dire che il doppiaggio sia una “casta”. Tu invece hai costruito il tuo percorso da solo. Guardandoti indietro, quanto è stato difficile entrare e cosa risponderesti a chi sostiene che senza conoscenze non si vada avanti?

Il mio percorso, così come quello di tanti altri bravissimi colleghi, racconta proprio l’opposto del concetto di “casta”. La premessa è che non è tutto oro quel che luccica, non si può negare, e anche in questo ambiente si possono riscontrare sperequazioni. Delle volte per un po’ di inevitabile nepotismo, altre per semplice sfortuna, altre ancora per l’inasprimento delle condizioni di accesso agli stabilimenti imposte dai clienti. Da quando ho cominciato io ad oggi di cambiamenti ne ho visti tanti, e io stesso mettevo piede nel settore in una fase di grandi mutamenti.

Un tempo la filiera era abitata da pochi professionisti, dalle famiglie che coltivavano il talento dei propri figli e in egual misura da bravissimi attori provenienti da altri contesti della recitazione, che si affacciavano alle sale da completi outsider. Basta guardare quanti artisti strepitosi negli scorsi decenni si sono imposti con successo senza nessun legame di parentela. Parliamo in ogni caso di un numero di ingressi “esterni” contenuto, comunque proporzionato al rapporto domanda-offerta lavorativo dell’epoca. Con il tempo questa proporzione è cambiata.

Un panorama inevitabilmente diverso

Il lavoro è sì aumentato grazie alle piattaforme, ma il numero di nuovi professionisti o aspiranti si è moltiplicato oltremisura. Il mestiere, anche grazie ai social, si è sdoganato, e da qualche anno tutti vogliono fare i doppiatori. E quando la platea si allarga diventa per assurdo più difficile emergere per i più meritevoli che vogliono iniziare, e allo stesso tempo la filiera deve adottare dei meccanismi di difesa per chi già ne fa parte, magari anche a discapito di alcuni. A questo si aggiunge il profluvio dispersivo di offerte formative, per cui iniziare oggi è tutto fuorchè semplice.

Tutti questi elementi possono lasciar pensare, con superficialità, che il doppiaggio sia una casta. Io credo, al contrario, che sia l’unica vera “industria dell’intrattenimento” che nella sua storia ha aperto le sue porte con reale interesse e disponibilità a chi avesse le capacità per accedervi. Le condizioni di oggi sono più complesse, gli aspiranti e i lavoratori in erba molti di più, e quindi anche le persone insoddisfatte che non riescono a realizzarsi. Questo è inevitabile che generi frustrazione, ma fa parte del gioco e va accettato. Il doppiaggio non è una casta, ma un settore di eccellenza che coinvolge già un numero di professionisti elevato, tra chi ci è nato e chi vi ha messo piede dopo, senza discriminazioni.

C’è stato un momento in cui hai pensato seriamente di mollare o in cui questo lavoro ti ha messo emotivamente alla prova?

Questo lavoro ti mette di continuo alla prova, da un punto di vista emotivo ed esistenziale. Si possono vivere fasi rigogliose e fitte di convocazioni, come periodi più vuoti. Dipende da te ma può anche non dipendere da te, e può accadere a chiunque, ad ogni livello. È proprio questa altalena continua, dovuta alla natura libera ma anche precaria di questa professione, che può sbilanciarti e creare scompensi, ansie, paure per il futuro. Quindi sì, mi è capitato più di una volta di pensare di voler mollare. Ma non l’ho mai fatto, ed eccomi ancora qua. (ride)

Tra tutti i personaggi che hai fatto finora, qual è quello che ti ha fatto uscire davvero dalla tua zona di comfort, magari costringendoti a rimetterti in discussione?

Non posso che nominare Yatora Yaguchi, il protagonista di Blue Period, un anime meraviglioso, intimo e profondo. È stato il mio primo vero protagonista assoluto in una serie di più puntate. A mettermi in difficoltà non è stata tanto la natura del personaggio, un liceale sensibile e passionale che sogna di entrare in una prestigiosa accademia d’arte, ma semmai l’onere di seguire la sua progressione e crescita in tanti episodi. Tra tonnellate di monologhi interiori e dialoghi, tenere sempre il filo e la lucidità è stato faticoso, proprio perché era la prima volta in un ruolo di tale quantità e spessore. Ma è stata una lavorazione che mi ha regalato enorme gioia e appagamento. Consiglio di cuore di guardare questa serie, così come di leggere il manga, un vero capolavoro.

C’è qualche sassolino nella scarpa che senti il bisogno di toglierti sul nostro ambiente o su come viene raccontato fuori?

Ne parlavamo già in parte riguardo la questione “doppiaggio casta”. Questo settore, come tutti, coinvolge un tessuto sociale fatto di persone, di tante piccole realtà differenti e di individualità che cercano di emergere e spiccare, altre che hanno bisogno di consolidare la propria posizione, e ognuno cerca di farlo con i propri mezzi. È un settore che, come dicevamo, ha bisogno di difendersi e tutelare le proprie eccellenze. Non è proprio un sassolino nella scarpa a livello personale, ma mi piacerebbe che i direttori di doppiaggio tendessero ad essere un po’ più coraggiosi nelle scelte, e maggiormente curiosi sulle carriere di tutti i professionisti attivi. Capita spesso infatti che la distribuzione del lavoro, a parità di credibilità professionale già acquisita, sia un po’ ingenerosa. Lo dico da persona comunque soddisfatta e grata per il suo percorso.

Se oggi entrasse in sala un ragazzo o una ragazza con i tuoi stessi sogni di qualche anno fa, quale consiglio gli daresti, non quello da manuale, ma quello che avresti voluto ricevere tu?

Bella domanda, a cui non è semplice rispondere. Ricordo i molti moniti che ricevetti ai miei primi passi: “ci vuole pelo sullo stomaco”, “bisogna fare pubbliche relazioni”, “se non ti fai conoscere non vai da nessuna parte”. Tutte verità, ma rimangono un po’ superficiali se non accompagnate dall’esperienza. Il mestiere è imprenditoriale, e bisogna accettare anche questo lato commerciale.

Direi a un ragazzo di dare anima e corpo nella formazione artistica, consumare palchi teatrali, studiare recitazione e coltivare la propria coscienza di attore. Ma è importante anche allenarsi alla mentalità del marketing e dell’autopromozione, accettando questa parte del lavoro. I sogni e la passione sono fondamentali, ma senza una strategia e capacità di emergere, è difficile andare avanti.

Squid Game, Hwang Jun-ho (interpretato da Wi Ha-joon e doppiato da Marco Briglione)/Credit: web

E chiudiamo togliendo le cuffie e spegnendo il microfono: chi è Marco davvero, nel privato, quando non deve interpretare nessun personaggio?

Sono un inguaribile sognatore e idealista, a dispetto della razionalità che spesso mi guida — d’altronde sono Acquario ascendente Vergine (ahahah). Sono fragile ma risoluto, appassionato, amo la vita e le persone, la compagnia ma anche la solitudine. Amo il cinema, la musica, i fumetti, il mare e passeggiare nei boschi; mi piace nutrire una coscienza sociale, esprimermi — anche al di là del doppiaggio — e mettere il cuore in tutto quello che faccio.

Ho mille progetti per la testa e sento il bisogno di sentirmi continuamente attivo, di creare, di assorbire cultura e tutte le cose che mi piacciono. Sono dispersivo, e allo stesso tempo ben radicato. È chiaro che sono una persona fatta di contrasti: non so cosa farò o sarò fra dieci anni, ma so perfettamente che al mio fianco ci saranno mia moglie Cristiana e mia figlia Arianna, i pilastri della mia vita, così come tutte le persone che amo. Ti ringrazio tantissimo per questa chiacchierata, Omar, e per averci dato l’occasione di aprirmi!

E con questo si chiude la nostra chiacchierata. Voglio ringraziarlo di cuore per averci raccontato il suo percorso, per averci aperto una finestra sul suo mondo e per aver condiviso con noi non solo i successi e le sfide del doppiaggio, ma anche la sua umanità. Insomma, la sua storia ci rammenta che dietro ogni voce che ascoltiamo c’è sempre una persona pronta a mettersi in gioco, a esplorare, a imparare e a vivere la vita con passione e curiosità. Marco ci lascia il ritratto di un giovane talento che, con semplicità e determinazione, sa guardare avanti senza perdere di vista ciò che conta davvero: l’amore per ciò che fa, la voglia di crescere, di migliorarsi continuamente e di coltivare ogni piccolo momento della vita con entusiasmo e gratitudine.

Grazie, Marco, per averci parlato di te e per averci ricordato quanto possa essere prezioso restare autentici e curiosi, sempre!

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Omar Vitelli

Classe 1984, passione e dedizione, Omar Vitelli è un doppiatore italiano. Dal grande schermo alla televisione, passando per i videogiochi e le serie animate, la sua voce accompagna da tempo numerose generazioni e continua ad appassionare migliaia di telespettatori. Attivo sia a Roma che a Milano, ha vinto il Premio "Voce dell'anno emergente - Cartoni e radio al Gran Galà del Doppiaggio" al Romics nel 2003.

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