Tra memoria storica e diritto internazionale. La questione israelo-palestinese continua a muoversi su un crinale in cui si intrecciano atti giuridici, rapporti di forza e simboli politici. Dal lascito del periodo mandatale e dalla promessa (mai “pacificata”) di due nazionalismi su una stessa terra, il dossier è passato per la stagione delle risoluzioni ONU e dei negoziati che hanno reso centrale la formula “due popoli, due Stati”, fino alle ricadute destabilizzanti della nuova fase di guerra aperta dopo il 7 ottobre 2023. In questo quadro, il “riconoscimento” non è una parola neutra. Sul piano interno italiano, la politica estera resta competenza statale. Ciò che le Regioni possono fare, semmai, è agire sul terreno politico-istituzionale previsto dalla Costituzione: promuovere iniziative indirizzate al legislatore nazionale.
Il 16 giugno 2025 la Giunta regionale ha approvato una proposta di legge al Parlamento intitolata “Riconoscimento dello Stato di Palestina”. La proposta era da trasmettere a Roma ai sensi dell’articolo 121 della Costituzione. Nella prima formulazione comparivano il riferimento a Gerusalemme Est come capitale e ai confini del 1967, oltre al richiamo alle risoluzioni ONU e al diritto internazionale. Dopo un iter consiliare, l’11 febbraio 2026 il Consiglio regionale della Toscana ha approvato l’atto nella versione finale, composta da un unico articolo:
L’Italia riconosce lo Stato di Palestina come Stato sovrano e indipendente entro i confini che si conformino alle risoluzioni delle Nazioni Unite e al diritto internazionale
L’Aula ha accolto all’unanimità un emendamento del presidente Eugenio Giani che ha rimosso i riferimenti a Gerusalemme Est e ai confini del 1967. È stato invece respinto un emendamento di Fratelli d’Italia che chiedeva di menzionare anche la sicurezza degli Stati confinanti. Sul piano politico, il provvedimento è passato con 23 voti favorevoli.
Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e Casa Riformista hanno votato sì. Forza Italia e una parte del centrodestra hanno scelto di non partecipare al voto pur restando in Aula, senza voti contrari (Già nell’estate 2025, la proposta risultava incardinata come “proposta di legge al Parlamento n. 18” nei lavori consiliari).
Dentro questo perimetro – un’iniziativa regionale che non “riconosce” direttamente sul piano diplomatico, ma sollecita il Parlamento italiano a farlo – si inserisce l’intervista che segue. A tal proposito,
A tal proposito, in questa conversazione Andrea Vannucci ci espone la lettura politica e giuridica della scelta del Consiglio regionale e la colloca nel contesto europeo e mediterraneo.
E’ necessario partire da un dato di consapevolezza, la Pace in Medio oriente oggi è molto più distante di venti, trenta anni fa. L’orrore del 7 ottobre e il massacro di Gaza arrivano dopo anni di scelte che vanno in direzione diametralmente opposta alla soluzione due Popoli due Stati. L’ascesa di Netanyahu e il consolidamento di Hamas nella Striscia hanno avuto un ruolo chiave nel determinare il contesto attuale. In questo quadro, con stragi civili che scuotono le coscienze di ognuno di noi c’è un bisogno umano di fare tutto il possibile per una pace giusta.
La Toscana è storicamente una terra che non ha mai smesso di guardare al resto del mondo, cercando di svolgere un ruolo propositivo nei processi di pace, di cooperazione e di cessazione dei conflitti. La proposta di legge al Parlamento per riconoscere lo Stato di Palestina è un’iniziativa del presidente della Regione Eugenio Giani e della Giunta. È sostenuta da tutta la maggioranza e approvata dal Consiglio regionale. Mi preme sottolineare, senza voti contrari. Da fiorentino poi, non posso non ricordare la figura di Giorgio La Pira, che fu un promotore instancabile del dialogo tra i popoli.
Certo, soprattutto perché la scelta della Toscana si inserisce nella tradizione che fa capo a La Pira. Prima Regione d’Italia ad assumere un’iniziativa formale per il riconoscimento dello Stato di Palestina attraverso una proposta di legge rivolta al Parlamento. È un atto che ha certamente un valore più che simbolico, ha un valore politico. Nasce da un principio molto concreto: il riconoscimento del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese.
Con questa legge abbiamo voluto assumere una posizione chiara e inequivocabile, chiedendo all’Italia di riconoscere lo Stato di Palestina. Oggi quello palestinese è già riconosciuto da Paesi che rappresentano circa l’80% della popolazione mondiale e oltre il 70% degli Stati membri delle Nazioni Unite. Continuare a rinviare questo passaggio, restando fermi a osservare quanto accade in Palestina e in altre parti del mondo, non è più accettabile. Qualora altre regioni seguissero, come mi auguro, la strada toscana sarebbe più difficile per il Parlamento e il Governo evitare un posizionamento sul tema.
Come rappresentanti delle istituzioni regionali, il nostro compito è contribuire al benessere collettivo. È un principio che tiene insieme gran parte delle politiche che portiamo avanti, perché il diritto alla salute, la sostenibilità ambientale e una società più giusta non sono separati da ciò che accade nel resto del mondo. Non abbiamo la pretesa di dare lezioni di moralità a nessuno. Sentiamo però la responsabilità di agire con consapevolezza rispetto alla gravità delle vicende che attraversano il nostro tempo. Per questo riteniamo necessario un impegno concreto a favore della fine del conflitto.
Il riconoscimento formale dello Stato di Palestina può rappresentare anche un tassello di una strategia italiana più autonoma in Medio Oriente. Il riconoscimento, infatti, consente l’avvio di relazioni diplomatiche piene, nonché la possibilità di instaurare rapporti economici e commerciali attraverso trattati con efficacia giuridica. Inoltre, si inserisce in un quadro internazionale in cui diversi Paesi, anche europei, hanno già compiuto questo passo, contribuendo alla piena legittimazione giuridica della nuova entità statale.
Sono convinto che il riconoscimento dello Stato di Palestina rappresenti un passaggio fondamentale per contribuire in modo concreto alla costruzione di una pace duratura in Medio Oriente. È un atto che si inserisce in una prospettiva chiara: lavorare per la fine del conflitto nel solco della soluzione “due popoli, due Stati”, che resta l’unica via credibile per una convivenza pacifica e stabile.
Con questa proposta di legge non vogliamo collocarci su una linea di frattura, ma al contrario rafforzare una spinta verso la costruzione di un modello di pace reale e duraturo. Siamo convinti che questo obiettivo passi necessariamente attraverso il riconoscimento del principio “due popoli, e due Stati”. La Toscana, terra di pace, intende contribuire a uno sforzo comune delle istituzioni, a tutti i livelli, per lavorare in questa direzione e favorire un clima di dialogo, rispetto reciproco e convivenza. La Toscana è la terra dove è nato il progetto Rondine Cittadella della Pace, un simbolo potente, ma anche una esperienza di pace concreta.
Partiamo da una considerazione. In questi anni il ruolo degli Stati uniti in Medio oriente è cambiato. Adesso è più difficile immaginare il Presidente Trump come mediatore tra le parti. Il Carter dell’accordo tra Israele ed Egitto o il Clinton che stringeva la mano di Arafat e Rabin prima e Arafat e Barak dopo avevano posture sostanzialmente differenti rispetto all’attuale inquilino della Casa bianca. E anche il clima degli Accordi di Abramo sembra molto lontano. In questo quadro l’Europa ha davvero un’occasione, l’occasione di porsi come riferimento per una soluzione pacifica nell’area. Ma per essere tale serve uno scatto, occorre una posizione comune, invero ad oggi piuttosto distante. E un contributo su questo possono darlo anche i livelli istituzionali locali e regionali.
Con questa legge rivolta al Parlamento abbiamo voluto farci promotori non solo di un principio giusto e necessario, ma anche di un percorso con prospettive concrete. Soprattutto se la scelta della Toscana non resterà una scelta isolata. Il riconoscimento di un nuovo Stato comporta, tra le conseguenze più evidenti, lo scambio di rappresentanze diplomatiche, l’apertura di ambasciate e consolati e l’avvio di relazioni istituzionali a pieno titolo. Inoltre, il riconoscimento è una delle condizioni che permettono a un nuovo Stato di partecipare, su un piano di parità, alle organizzazioni internazionali.
In questa prospettiva, il riconoscimento dello Stato di Palestina può contribuire a creare le condizioni affinché esso possa essere libero e sicuro nei propri confini, in una coesistenza pacifica con lo Stato di Israele, altrettanto libero e sicuro nei propri confini. La Pace è condizione preliminare e necessaria per la sicurezza di tutta l’area.
Insomma, a valle di questa intervista, Palestina e Toscana sembrano più vicine e le parole di Vannucci, insieme alla proposta da lui e dalla Regione appoggiata, possono aiutarci a capire come, seppur a livello regionale, si possa provare ad incidere sul lessico e sulle scelte della politica estera italiana, tra principi di diritto internazionale e realismo geopolitico!
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