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Roma non fu costruita in un giorno
Recita così quel famoso proverbio, ormai antico quasi quanto la città a cui fa riferimento, utilizzato di solito in quelle circostanze in cui appare doveroso ricordare che qualsiasi impresa, specialmente la più grande, necessita di tempo, impegno, costanza e soprattutto pazienza per poter essere realizzata. E a costo di risultare un po’ scontati, per non dire addirittura banali, va sottolineato che quello stesso proverbio aveva (e continua tutt’ora ad avere), per quanto strano ci possa sembrare, un fondo di assoluta verità, la quale non riguarda soltanto la grandezza e la complessità di Roma in sé, dal momento che il significato che gli attribuiamo potrebbe riflettersi persino nella storica data della sua fondazione.
Difatti, per chi non lo sapesse, o per coloro che non ci avessero mai riflettuto in maniera approfondita, la nascita di Roma viene tradizionalmente collocata in un giorno esatto, il 21 aprile del 753 a.C., e proprio oggi ne ricorre il 2779esimo anniversario. Una ricorrenza solenne, dunque, la cui precisione, però, ha suscitato non pochi dubbi tra gli storici. Ebbene sì, perché, come del resto accade con qualsiasi certezza antica che viene osservata da vicino a posteriori, ciò che all’apparenza sembra solido il più delle volte nasconde, in realtà, ricostruzioni molto meno lineari e definite di quel che ci si potrebbe aspettare.
Secondo la tradizione, infatti, al netto di rievocazioni storiche e simbolismi vari, il 21 aprile del 753 a.C. è il giorno in cui Romolo, il primo Re dell’Urbe, avrebbe tracciato il solco sacro che ha poi dato origine alla città eterna. Ciò nonostante, quella data potrebbe costituire uno dei più grandi paradossi della Storia poiché non possiamo stabilire con certezza se sia esatta e, ancor peggio, se realmente coincida con quanto ci è stato tramandato. Ma perché?
Beh, perché a fissarla fu un grande studioso romano del I secolo a.C., Marco Terenzio Varrone, che purtroppo non era uno storico nel senso moderno del termine e non disponeva di documenti attendibili sulla fondazione. Non a caso, si affidò ad un metodo retrospettivo e, partendo da eventi considerati certi (ad esempio l’inizio della Repubblica, tradizionalmente datato al 509 a.C.), ricostruì a ritroso la sequenza dei re. Ad ognuno di loro attribuì una durata media di regnanza di circa 35 anni e, sommando gli intervalli fra loro, finì per collocare la nascita della città nel 753 a.C.
Per fornire al suo calcolo una base maggiormente solida, inoltre, fece ricorso anche a studi precedenti, tra cui quelli dell’astrologo Lucio Taruzio, il quale avrebbe il merito dell’individuazione del 21 aprile, giorno che, stando a quel che riportano le fonti, cadeva in concomitanza della festività pagana dei Parilia, celebrata in quel periodo in onore della divinità pastorale Pales, protettrice dei pastori e del bestiame, per la purificazione delle greggi. Il risultato che ne ricavò fu senz’altro un sistema cronologico elegante, a prima vista coerente e decisamente facile da usare, grazie al quale Roma poté contare il tempo “ab urbe condita”, cioè dalla sua fondazione.
Tuttavia, per quanto ingegnosa possa apparire la ricostruzione varroniana, gli studiosi moderni non l’avrebbero accolta così favorevolmente, tanto da essere riusciti ad evidenziarne i numerosi limiti. Il primo riguarda proprio la regolarità dei calcoli, visto che, a detta degli storici, attribuire ad ogni regno una durata simile è sicuramente poco realistico. E in effetti, fonti più arcaiche a cura di Tito Livio o Dionigi di Alicarnasso raccontano una realtà ben più incerta e meno ordinata, in cui i dati, specie quelli cronologici, si trasmettevano oralmente e, di conseguenza, risultavano soggetti ad alterazioni nel tempo.
Ma non è tutto. Nell’antichità stessa non esisteva una data unica per la fondazione di Roma. Anzi, alcuni autori proponevano perfino cronologie e soluzioni che differivano di oltre un secolo! Per non parlare delle ricerche archeologiche (gli scavi sul Palatino per citarne una) che ci danno prova di un fenomeno chiamato “sinecismo”, ossia di un processo di aggregazione lenta e progressiva di villaggi sparsi pre-esistenti dalla cui unione sarebbe venuta fuori la realtà urbana della nostra amata capitale.
Chissà, probabilmente per via dei Parilia e della loro sacralità. Quel che è certo, comunque, è che Varrone non si limitò a fare una ricostruzione, dal momento che attuò una costruzione di un’origine nel verso senso della parola. Nel concreto egli unì mito, religione e quelle poche verità fattuali che aveva a disposizione per dare all’Impero un punto di partenza chiaro, contribuendo a rafforzarne pure l’identità. Del resto, non è un mistero per nessuno, e di sicuro non lo era per uomini del calibro di Plutarco e Tito Livio, che il racconto di Romolo appartenesse tanto al mito quanto alla storia. Ciò che conta, però, è che ai Romani questo non interessava perché il mito serviva a spiegare, a dare senso, a rafforzare il proprio carattere identitario.
E sarà per questo che gli studiosi moderni, da Andrea Carandini a Tim Cornell, concordano nel ritenere che il 753 a.C. sia una data convenzionale, il simbolo di una civiltà che decide quando iniziare a raccontare se stessa.
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Antichi romani e la nostra illusione di progresso: non era meglio ciò che c’era prima? – L’Opinione
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