Il film Michael, diretto da Antoine Fuqua e in uscita il 22 aprile 2026 in tutte le sale italiane, si presenta come il grande biopic su Michael Jackson. Ma basta andare oltre la superficie per accorgersi che non siamo di fronte a una semplice ricostruzione biografica. Siamo davanti a una scelta selettiva, ad una costruzione ben concepita.
Se vuoi rendere il mondo un posto migliore, dai un’occhiata a te stesso e poi fai un cambiamento – Michael Jackson
Perché raccontare una vita significa sempre decidere cosa includere e cosa escludere. E in questo caso l’operazione è evidente: il film si concentra sull’ascesa, sul talento, sull’icona, ma si ferma agli anni ’80, prima che la narrazione si incrini, prima che emergano le contraddizioni, prima che il mito venga messo in discussione.
Il punto centrale non è tanto ciò che il film mostra, ma ciò che sceglie di non mostrare. Prodotto con il coinvolgimento diretto dell’eredità dell’artista, Michael si inserisce perfettamente in una dinamica sempre più diffusa: il controllo postumo dell’immagine pubblica come vera e propria narrazione del ricordo che può accendere nello spettatore.
Il risultato è un racconto che non interroga, non problematizza, non mette in crisi. Consolida.
Dal punto di vista visivo e performativo, il film punta tutto sull’impatto emotivo: grandi scene live, ricostruzioni spettacolari, una attenzione quasi ossessiva dei movimenti e della presenza scenica.
Lo spettatore non è chiamato a riflettere: è chiamato a rivivere.
È un meccanismo potente, perché la nostalgia funziona come una forma di anestesia culturale: sospende il giudizio, attenua quelle zone d’ombra che conosciamo ma che sembrano accettabili, dettagli.
E così lo spettacolo diventa una strategia narrativa: più è immersivo, meno lascia spazio al dubbio. Funziona come spettacolo, meno come ritratto completo.
La scelta di affidare il ruolo principale a Jaafar Jackson, nipote dell’artista, è simbolicamente fortissima.
Da un lato rappresenta un’idea di autenticità quasi biologica: il corpo che eredita il gesto, la voce che riecheggia quella originale. Però, dall’altro lato rafforza una sensazione più sottile: quella di una memoria che non viene solo raccontata, ma custodita e sorvegliata. E questo solleva una domanda inevitabile: si tratta di un omaggio o di una forma di controllo?
Da una parte c’è l’entusiasmo per la performance, per l’energia, per la capacità di riportare in vita un’icona irripetibile. Dall’altra non si possono non considerare le omissioni e uno sguardo critico sulla complessità psicologica e sociale di Michael Jackson.
Perfino all’interno della famiglia Jackson il film genera divisioni. E questo è forse l’elemento più rivelatore: se nemmeno chi è parte diretta di quella storia condivide lo stesso racconto, allora è evidente che non esiste una verità unica, ma molte versioni in competizione.
Alla fine, il punto non è stabilire se Michael sia un buon film o meno. Il punto è un altro: chi ha il potere di decidere come ricordare una figura pubblica? Chi controlla il racconto? Cosa si decide di mostrare? Cosa viene escluso? E perché?
Perché questo biopic non ci restituisce semplicemente Michael Jackson. Ci restituisce il modo in cui l’industria culturale sceglie di conservarlo.
Un’immagine levigata, spettacolare, emotivamente potente, ma anche filtrata e incompleta.
Michael non è il film su Michael Jackson. È il film su come vogliamo ricordarlo!
“M – Il figlio del secolo”: quando la fiction si ferma dove la Storia comincia – L’Opinione
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