La scorsa settimana, come ben ricorderete, abbiamo ripercorso la storia di quella che, sotto ogni punto di vista, sembrerebbe essere la prima cerimonia nuziale documentata tra due uomini, grazie all’aiuto di alcune curiose indicazioni rinvenute all’interno dei registri del Monastero galiziano di San Salvador de Celanova, uno degli archivi medievali ed ecclesiastici più ricchi della zona. Proseguendo sullo stesso filone, quest’oggi ci sposteremo un po’ più avanti nel tempo, per cercare di capire che cosa accadde, invece, nel Rinascimento.
Sono certo che vi domanderete il “perché” di questo “ritorno al passato”, benché la contemporaneità ci stia abituando, forse più del dovuto, a compiere dei passi indietro. Ebbene, a mio parere la risposta la possiamo facilmente trovare nell’assurda convinzione, dura a morire, che alimenta l’animo di chi continua ad inneggiare ad una fantomatica “normalità” e di coloro i quali ritengono che l’omosessualità non sia altro che una moda del momento, una “deviazione” relativamente recente o, al massimo, una rara anomalia appartenente ad un’epoca ormai remota. Sfortunatamente per loro, però, basterebbe documentarsi un po’ per scoprire che ciò che si tende attualmente ad “etichettare” come ‘diverso’ o ‘sbagliato’, pur strano che possa apparire, in realtà era ben più comune di quanto si possa immaginare.
L’errore più grande che si possa fare con il passato è giudicarlo con le categorie del presente — Michel Foucault
Innanzitutto, bisogna partire dal presupposto che nel Quattrocento e nel Cinquecento nessuno si definiva in base al proprio orientamento sessuale. Nel Rinascimento, in effetti, non esistevano né omosessuali né eterosessuali. E questo non perché le persone non si intrattenessero sessualmente con individui dello stesso sesso (anzi, di uomini che facevano sesso con altri uomini ce n’erano pure parecchi), ma semplicemente perché le categorie con cui, nel XXI secolo, leggiamo e definiamo il desiderio (orientamento, identità, inclinazione) non esistevano.
Difatti, la sessualità veniva giudicata esclusivamente per atti: contava ciò che si faceva, non tanto chi (o cosa) interessava alle persone, e soprattutto che ruolo si ricopriva. Un aspetto che in pochi conoscono o tengono in considerazione. E sarà forse per questo che si tende a pensare, spesso erroneamente, che i secoli che hanno preceduto il nostro fossero soltanto periodi cupi, repressivi, domani dal silenzio e dal moralismo, simili ad una sorta di anticamera dell’Inferno da cui l’era moderna ci avrebbe finalmente liberati. Tuttavia, la realtà è di certo più complessa e contraddittoria, perché nel nostro caso il Rinascimento, epoca che solitamente celebriamo come culla dell’arte, del pensiero e della bellezza, aveva un rapporto con il sesso tra uomini molto meno ipocrita e molto meno semplice di quel che si crede.
La parola che influenzava l’ago della bilancia morale e giuridica a quel tempo era “sodomia”. Un termine ampio, vago e che indicava pratiche considerate contro natura, compresi, dunque, i rapporti sessuali tra uomini. Quest’ultimi costituivano indubbiamente un reato, ma si trattava di un reato talmente diffuso da diventare quasi amministrativo. A Firenze, ad esempio, la sodomia era così comune che nel 1432 si decise di istituire un organo apposito per occuparsene, quello degli Ufficiali della Notte, una magistratura deputata esclusivamente alle indagini, alle denunce e alle punizioni per i sodomiti.
In circa settant’anni di attività, stando alle fonti raccolte dagli storici, suddetti ufficiali investigarono su oltre 10mila casi. Insomma, numeri che parlano chiaro e che evidenziano l’esistenza di un autentico fenomeno sociale che interessava ogni certo, in netto contrasto con quelle narrazioni edificanti in cui si parla di devianze marginali o di casi eccezionali. Svariati casi, inoltre, riguardavano la prostituzione maschile, mentre altri si focalizzavano su relazioni tra artigiani, apprendisti, nobili e mercanti.
Ed è qui che si innesca il primo cortocircuito perché chiunque potrebbe (e dovrebbe) chiedersi: ma se era un reato, come poteva arrivare ad essere un fenomeno di tale portata? Beh, ciò dipendeva dalla natura ambigua del controllo sociale rinascimentale. Solitamente, in effetti, le pene, a cui facevo riferimento poco fa, consistevano in multe pecuniarie. La repressione vera e propria, invece, scattava solo se si verificavano episodi di violenza, recidiva o di scandalo pubblico. Della serie, finché non veniva turbato l’ordine sociale, chiunque poteva cavarsela pagando una certa somma, che comunque restava alta. Il che, sinceramente parlando, sottolinea più una logica pragmatica che morale!
Ad ogni modo, il punto più sorprendente rimane un altro. In diverse fonti dell’epoca la sodomia non viene sempre descritta come un marchio infamante. Al contrario, se ne parlava apertamente, la si citava nelle lettere, la si usava come insulto politico, in certi contesti persino per fare delle battute. Ciò che risultava seriamente discriminante non era l’atto in sé, ma il ruolo che si assumeva nel rapporto: da un lato l’essere “attivi” equivaleva ad essere virili, maschili, uomini; dall’altro l’essere “passivi” era sinonimo di perdita dell’onore, dello status, della mascolinità.
Una concezione ampiamente diffusa e che ci viene suggerita dalla celebre frase di Francesco Gonzaga, Maschese di Mantova, il quale, nel 1503, scrivendo contro Galeazzo Sanseverino, si vantò dicendo: “Et io son uso di fare la festa a l’uscio de altri, et non al mio“. Una dichiarazione senza ombra di dubbio esplicita, che adesso non esiteremmo, nemmeno per un secondo, a percepire come imbarazzante, che all’inizio del ‘500 serviva a ribadire pubblicamente la propria posizione di uomo “attivo” e, di conseguenza, socialmente legittimo!
Tale schema mentale e sociale spiega perché personaggi di enorme rilievo, seppur coinvolti in accuse di sodomia, ebbero la possibilità di proseguire con la loro carriera. Uno fra tutti Leonardo da Vinci che, nel 1476, fu denunciato per sodomia insieme ad altri giovani. Il processo non portò ad alcuna condanna, ma di fatto ci fu (fermo restando che Leonardo non fosse “gay”, ma frequentasse ambienti in cui certi comportamenti erano diffusi), mostrandoci come la frequenza con cui accuse del genere potevano circolare fosse piuttosto elevata, arrivando addirittura a colpire figure di notevole rilievo storico, artistico e culturale.
Da Vinci, comunque, non fu un’eccezione dal momento che nei registri fiorentini compaiono nomi di intellettuali, artisti, membri della nobiltà. Fra costoro alcuni finirono multati, altri assolti e altri ancora beneficiarono della protezione delle proprie reti di potere. Naturalmente, non si può elevare la realtà di Firenze a modello dell’Europa rinascimentale nella sua totalità poiché in quelle aree in cui l’influenza papale o spagnola era molto forte la repressione fu notevolmente più dura e implicò perfino la condanna a morte.
Ciò nonostante, il quadro resta complesso: la stessa pratica poteva essere tollerata in un contesto e punita ferocemente in un altro. Non esisteva una morale unica, ma un mosaico di norme, consuetudini e ipocrisie. E chissà, magari è proprio questa complessità a rendere il passato così indigesto per chi cerca nella storia una comoda giustificazione ideologica. D’altronde, lo abbiamo appena visto, il Rinascimento non offre certezze rassicuranti, ma domande che a più di qualcuno potrebbero risultare scomode!
In fondo, abbiamo dato uno sguardo ad una società che era capace di condannare e tollerare allo stesso tempo, di punire e di chiudere un occhio, e perché no, anche di parlare apertamente di ciò che oggi molti vorrebbero relegare al silenzio. Usare categorie moderne per giudicare quel mondo non solo è un errore storico, ma un’operazione intellettualmente disonesta. Perché la storia, se letta davvero, non serve a confermare le nostre convinzioni: serve a incrinarle. E in tempi in cui la parola “normalità” viene agitata come una clava, ricordare quanto fosse fluida, incoerente e sorprendentemente umana la realtà del passato è forse l’atto più rivoluzionario che possiamo permetterci.
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