Ed eccoci qui, si avvicina nuovamente la “notte più lunga” per eccellenza (definita “più lunga” per tutta una serie di motivi che nulla hanno a che vedere con il numero di ore di luce o di buio), quella che sancisce il passaggio dall’anno vecchio al nuovo. Roba che detta in questo modo risuona quasi come se stessimo parlando di un qualche rito di passaggio, lo stesso che puntualmente infonde in ognuno di noi una nota di incrollabile fiducia che, allo scoccare della mezzanotte, qualcosa possa davvero cambiare. In fin dei conti, però, si tratta soltanto di una notte fatta di botti più o meno leciti, brindisi al limite del coma etilico e buoni propositi destinati ad evaporare entro l’Epifania. Eppure, c’è una certezza che resta apparentemente incrollabile: il 31 dicembre è il giorno di San Silvestro, l’ultimo dell’anno. Ma è sempre andata così?
Ebbene, per quanto strano possa sembrare, nel corso dei secoli l’uomo pare essersi mostrato parecchio indeciso sul fissare un momento preciso in cui l’anno dovesse terminare e lasciare il passo, si fa per dire, a quello seguente.
Da Giulio Cesare a San Silvestro: nessun calendario ci restituisce il tempo sprecato
Oggi diamo quasi per scontato che l’anno termini con San Silvestro, ma di chi stiamo parlando effettivamente? Di un Santo come un altro? O di una figura esemplare della comunità ecclesiastica? Beh, a primo impatto, niente di tutto ciò. Anzi, Silvestro I fu un Papa del IV secolo, morto esattamente il 31 dicembre del 335 e famoso forse più per aver “prestato” il suo nome ad una serata di festeggiamenti che per le sue gesta ecclesiastiche. Nessun cenone originario, dunque, e nemmeno una festa o un’usanza pagana convertita nel veglione che tutti conosciamo, ma solamente la (s-)fortuna di morire nel giorno che avremmo in seguito associato alla fine di ogni anno.
La riforma gregoriana
Tuttavia, tale coincidenza è figlia, tra gli altri, del calendario “gregoriano”, che è relativamente giovane. Difatti, esso nacque nel 1582 quando Papa Gregorio XIII mise più o meno ordine, o perlomeno ci provò, al caos che il calendario romano o “giuliano” aveva generato, tentando di rimediare al calcolo sbagliato della durata effettiva dell’anno solare che accumulava un errore di circa un giorno ogni 128 anni. Il 24 febbraio 1582, infatti, il Pontefice emanò la bolla papale “Inter Gravissimus”, stabilendo che il giorno successivo al 4 ottobre 1582 sarebbe stato il 15 ottobre 1582, recuperando così i dieci giorni di ritardo all’incirca accumulati fino a quel momento.
Tuttavia, solo con Papa Innocenzo XII, nel 1691, si adottò come obbligatoria la data del 1 gennaio, poiché si stabilì in questo giorno la festa della circoncisione di Gesù. Derivò, quindi, da una scelta del soglio pontificio dell’epoca, seppur con qualche aggiustamento successivo, quella di fissare la data della celebrazione in questione, divenuta oramai una nostra tradizione, al 31 dicembre. Prima di allora, in effetti, il tempo pareva essere una questione decisamente più creativa, benché, a conti fatti, qualunque decisione sia stata presa in precedenza ha pesantemente condizionato le concezioni temporali posteriori.
L’introduzione del calendario “giuliano”
Nell’antica Roma, ad esempio, l’anno cominciava originariamente il 1° marzo. Per quale motivo? Presto detto! Il nome attribuito all’attuale terzo mese dell’almanacco proviene da Marte, il Dio della guerra, e in quel periodo si iniziava l’anno con la ripresa delle campagne militari. Inoltre, i mesi di settembre, ottobre, novembre e dicembre portano ancora nel nome il ricordo di quando erano rispettivamente il settimo, ottavo, nono e decimo mese. Perciò, come siamo arrivati all’impostazione odierna?
Come accennato poco fa, ben prima di Gregorio XIII ci fu Giulio Cesare che, nel 46 a.C., introdusse il già menzionato calendario giuliano per conciliare il ciclo della Luna e l’anno solare. Al di là dei problemi che provocò e che verranno poi risolti, esso formulò la durata dell’anno in 12 mesi, ciascuno dei quali possedeva in media dai 28 ai 31 giorni, per un totale di 365 giorni e un quarto, con l’aggiunta di un giorno intero ogni quattro anni per far fronte ad eventuali sfasamenti. Ciò portò all’esistenza di un anno di 366 giorni, che noi tutti conosciamo con la dicitura di “anno bisestile”, che si inseriva tra il 6° e il 5° giorno prima delle calende di marzo (principio del mese).
Nello specifico, Cesare fissò la data del Capodanno al primo giorno di gennaio, con conseguente fine al 31 dicembre precedente, introducendo persino una nuova festività dedicata al dio romano Giano, simbolo dei nuovi inizi, da cui proverrebbe il nome “gennaio”.
La confusione medievale
Andando in avanti giusto di un paio di secoli, nel Medioevo la preesistente confusione non fece altro che aumentare. Basti pensare che in molte parti d’Europa l’anno iniziava ‘solamente’ il 25 marzo, giorno dell’Annunciazione. Un’usanza, quest’ultima, che in Inghilterra resistette addirittura fino al 1752 mentre a Venezia si esaurì con la caduta della Repubblica nel 1797, il che sottintende che per i veneziani del ‘500 il 1° gennaio era una data qualsiasi. Ancor più strano, infine, è il caso dell’Impero Bizantino, dove l’anno iniziava il 1° settembre, in relazione al ciclo agricolo e alla riscossione delle tasse. Insomma, altro che fuochi d’artificio, l’anno cominciava con conti da pagare e granai da controllare!
I tentativi di cambiamento
Ad ogni modo, ci furono diversi tentativi, successivamente naufragati, di cambio di data. Il calendario repubblicano francese nato con la Rivoluzione, per citarne uno, faceva partire l’anno il 21 settembre (l’ultimo giorno, dunque, era il 20!). Al contrario, l’era fascista in Italia venne caratterizzata da una numerazione che prevedeva che il Capodanno ci fosse il 28 ottobre, data della Marcia su Roma. Per non parlare del calendario cinese, in cui fine e principio cambiano di volta in volta.
Il tempo non ha divisioni per segnare il suo passaggio, non c’è mai un temporale o una fanfara di trombe che annunci l’inizio di un nuovo mese o anno. Anche quando inizia un nuovo secolo, siamo solo noi mortali a suonare le campane e sparare fuochi d’artificio – Anonimo
Perciò, mentre ci prepariamo a salutare il 2025 che se ne va, tra rimorsi e rimpianti, più che stilare una lista di resoconti in nome di quella che, in fondo, non è che una mera convenzione, o chissà, magari farci delle promesse che sappiamo già di non poter mantenere, forse faremmo meglio a rammentare che il tempo (e ve lo dice uno che ne ha buttato via pure fin troppo!) è un compromesso e non c’è alcuna manovra, neppure quella più assurda ad opera di un Imperatore o di un Papa, che possa restituirci quello che sprechiamo!
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