Credit: Gabriele Ardemagni
Molti non lo sanno, ma Palawan (Filippine) ha ispirato il divo di Hollywood, in visita agli atolli più selvaggi davanti alla parte nord dell’isola, nel voler girare qui il film The Beach, poi di fatto realizzato a Phuket (Thailandia), più spendibile presso il pubblico mainstream. Arriviamo in questi posti da sogno atterrando a Puerto Princesa, capoluogo di quest’isola oblunga delle Filippine, prospiciente a Nord a Coron e ancora più a nord a Mindoro e all’isola di Luzon (dove si trova Manila); mentre a sud si proietta nel Mare di Sulu guardando in faccia il Borneo malese.
Il mondo è un libro, e quelli che non viaggiano ne leggono solo una pagina — Sant’Agostino
E’ un mattino di dicembre e il sole inizia a irradiare i suoi caldi raggi – d’altronde siamo ai tropici – quando ci infiliamo in un tuk tuk nel traffico disordinato, ma non caotico di Puerto Princesa, città che, soprattutto negli edifici, rivela il suo passato coloniale sotto gli spagnoli. Centro di un’alacre comunità di pescatori, commercianti, ma anche di piccoli uomini d’affari, è Plaza Cuartel, cuore storico con la Cattedrale dell’Immacolata Concezione di Maria, in stile neogotico, la chiesa madre del Vicariato Apostolico locale.
Qui, soprattutto in un colorato mercatino adiacente, fervono trattative, incontri, discussioni di ogni genere, e vengono venduti prodotti freschi della campagna e del mare, base nutrizionale di tutta la popolazione. Significativa è la presenza della Chiesa Cattolica, perfettamente integrata e sempre dalla parte dei bisognosi: “Siamo a fianco degli ultimi, li sensibilizziamo sui loro diritti, anche sindacali, e li sproniamo a migliorare la loro alfabetizzazione.
Oltre al fatto che ovviamente mettiamo loro a disposizione gli spazi delle nostre chiese e dei nostri oratori per rendere costante le attività religiose, ad iniziare dalle Messe con le chiese sempre gremite”, ci dice Padre Virginio, puglise, oltre 70 anni, molti dei quali nella Diocesi vicino a Puerto Princesa, un fiume di ricordi e di aneddoti, depositati indelebili nella sua memoria. Il piccolo gruppo di isole con al centro l’atollo di Honda Bay è uno spettacolo di colori, con mare e cielo che si fondono all’orizzonte illuminati, quasi infuocati per le prime luci dell’alba.
Attracchiamo proprio al rudimentale pontile di Honda Bay e, volendo dirigerci verso la modesta casupola che funge da bar (unica costruzione fisica in uno location tutta “nature”), fendiamo per arrivarci un intrico di mangrovie con l’acqua fino al ginocchio, dato che questa pianta ha le radici proprio sott’acqua. Ci sorbiamo un cocco appena colto e ci lasciamo andare al sapore inimitabile dei tropici, quando siamo bruscamente salutati da una sorpresa, da Jasmine. Jasmine è una piccola scimmietta, una mascotte-guardiano del piccolo “bistrot” per i turisti di Honda Bay, e miracolo, come se ci conoscesse da sempre ci salta sulle spalle e ci fa festa in ogni modo, allontanando decisa alcuni turisti inglesi, che volevano partecipare allo scambio di carezze, ma che il piccolo primate ha scambiato per disturbatori.
E, dopo aver goduto degli angoli immacolati di Honda Bay e degli altri lembi di terra della baia davanti a Puerto Princesa (che si trova nella parte centrale di Palawan), eccoci pronti per il trasferimento nella zona nord: ci aspetto un viaggio di oltre quattro ore di strada sì asfaltata, ma costellata da curve continue che mettono a dura prova i nostri stomaci. Con tratti di litorale sulla parte sinistra della carreggiata e una giungla anche fitta che ogni tanto si apre in risaie sul lato orientale, arriviamo a metà percorso per una sosta a dir poco adrenalinica.
Prendiamo una piccola imbarcazione e dopo un breve tratto lungo la costa il natante piega verso l’interno in corrispondenza della foce di un fiume, anzi di un torrente dalle acque limacciose e lo risale per almeno 500 metri. Qui inizia l’emozione da Indiana Jones e Lara Croft: entriamo in un’ampia grotta, in un antro spettrale, scavato dal fiume per chilometri e lo risaliamo per almeno 1500-2000 metri. Illuminato dalle torce della guida si configura un ambiente surreale, ancestrale: stalattiti e stalagmiti, rocce e speroni dai disegni audaci e soprattutto decine di pipistrelli che emettendo lugubri sibili sfiorano le nostre teste protette da caschi.
Avanti e indietro in un crescendo di tensione in un contesto più immaginato che messo a fuoco, in quanto illuminato unicamente dalla luce fioca della piccola torcia del capogruppo. Usciamo ancora carichi di pathos per emozioni potenti in uno spettacolo unico di natura selvaggia: tutto intorno allo sbocco del fiume sotterraneo nel Mar Cinese Meridionale il parco naturale della piccola catena montuosa di San Paolo, con centinaia di specie di flora endemiche.
Ora ci aspetta la seconda parte del tragitto, verso El Nido e la sua baia illibata, con centinaia di atolli, alcuni di poche decine di metri quadri, e lungo il litorale villaggi sparuti e arcaici, quasi primitivi, pescatori e barcaioli, pronti a portare i pochi turisti a vivere avventure mozzafiato a fior d’acqua, ma anche sotto. El Nido è un gruppo di isole da cartolina e i suoi abitanti sono specifici di qui: a un certo punto la nostra imbarcazione (tipica, con un corpo centrale e due corpi laterali per garantire stabilità verso onde che possono diventare marosi agguerriti) rischia una collisione con un’enorme tartaruga marina, che placida si lascia cullare dalle onde.
Arriviamo in piena tranquillità all’isola del serpente (denominazione che deriva da una striscia di sabbia serpentiforme che collega le due parti in cui l’atollo è diviso) e poi via verso un atollo ancora più piccolo e più esterno rispetto al gruppo principale. Qui ci immergiamo negli abissi per scoprire il magico mondo subacqueo, intasatissimo di pesci di ogni forma e colore già qualche metro sotto la superficie. E quindi ci meritiamo una robusta colazione al sacco: riso, pesce ovviamente e frutta di ogni sorta ci rende satolli. Ma, satolli soprattutto di emozioni vivificanti, lasciamo il nostro paradiso, che esiste, che non è immaginario, per rientrare quasi al tramonto nel villaggio sulla terraferma dove alloggiamo.
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