“Relitti – Ciò che resta degli dèi”, una mostra di Simone Di Matteo: frammenti di un antico splendore

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Relitti Simone Di Matteo

T. S. Eliot, poeta e saggista inglese premio Nobel per la Letteratura, sosteneva che un testo letterario non si esaurisse mai in una sola lettura, perché ogni volta incontrava un lettore differente. E chissà, magari vale per ogni forma d’arte, qualunque essa sia, perché ogni volta s’imbatte in uno sguardo diverso che finisce puntualmente per generare, a sua volta, una miriade di significati altrettanto dissimili. Perciò, potremmo dire che un’opera, per quanto la si osservi, non è mai la stessa e non ci comunica mai tutto ciò che potrebbe.

Anzi, quando ci si imbatte in essa, è difficile che si mostri uguale a com’era un attimo prima. Perché? Ebbene, perché non si esaurisce al primo sguardo e suscita in ogni spettatore una serie di emozioni o sensazioni talvolta difficili da esprimere. Un po’ ciò che accade con i ricordi, non c’è un momento preciso in cui si comprende che stanno scatenando qualcosa in noi e, soprattutto, di che cosa si tratta. Succede e basta. Ed è questa la sensazione che personalmente lascia “Relitti – Ciò che resta degli dèi”, la prima esposizione artistica di Simone Di Matteo, attualmente in corso al Churchill Caffè Events di Milano e che, molto presto, toccherà altre città d’Italia.

Volti di un passato che riaffiora dal mare: i Relitti di Simone Di Matteo

Contrariamente a quel che si potrebbe pensare, soprattutto per chi è avvezzo a leggere i suoi coloriti commenti con lo pseudonimo de L’Irriverente, la mostra di Di Matteo fa della delicatezza e della dolcezza le sue armi più taglienti, quelle che riescono ad entrarci dentro senza che ce ne accorgiamo, riuscendo persino a cambiare il modo in cui percepiamo ciò che, in altre circostanze, a malapena guarderemmo. Non so, è come se ogni piccolo quadretto da lui realizzato fosse una traccia lasciata tra ciò che è stato e quel che, in qualche modo, continua ancora ad essere.

Definire le opere che compongono la collezione semplici assemblaggi sarebbe ingiusto. Del resto, le conchiglie spezzate, i metalli corrosi dalla salsedine, le pietre levigate dalle maree e i frammenti, che preferirei chiamare “tesori”, restituiti dal mare non sono meri elementi ornamentali o funzionali alla composizione. D’altronde non si ha mai la sensazione che siano stati “usati” per costruire qualcosa, dal momento che sono parte integrante di quello che ciascuna opera vuole trasmettere e contribuiscono a costruire l’identità di ognuna di esse.

Dèi sopravvissuti: un mito che va ben oltre il tempo

Gli dèi evocati da Di Matteo non hanno nulla a che vedere con la rappresentazione classica a cui, magari, la maggior parte di noi è abituata. Ade, Persefone, Afrodite, Prometeo, Narciso e le altre figure del pantheon greco-romano appaiono sotto forma di volti sopravvissuti e ricostruiti (d)al tempo. Non sono più figure integre, perché hanno ormai perso la loro forma originaria, pur essendo ancora in grado di raccontarci una storia, la loro storia, la nostra storia.

Circe, ad esempio, non è più soltanto la maga che seduce e trasforma, ma una fiera che svela e disarma. Narciso, invece, non è più solamente l’immagine dell’auto-ossessione, ma qualcosa che riguarda direttamente il nostro modo di guardare noi stessi oggi. Prometeo non è più soltanto il portatore del fuoco, ma il simbolo di una conoscenza che comporta sempre un prezzo da pagare. E alla fine, non resta che riconoscersi in loro, perché, dopotutto, i miti non appartengono davvero al passato e continuano a parlarci ogni volta che siamo disposti ad ascoltarli.

Il mare come culla di antiche leggende e custode del presente

Il mare, in tutto questo, non è un elemento scenografico ma una presenza costante, persino quando non si vede. È come se fosse lui ad aver conservato questi frammenti, ad averli consumati lentamente e poi ad averceli restituiti senza darci neppure spiegazione. Le superfici corrose, le incrostazioni, le fratture e le asimmetrie non vengono mai nascoste, perché ciascun segno diventa una traccia del tempo, ogni imperfezione una forma di continuità più che di perdita.

Non c’è niente di più profondo di ciò che appare in superficie

Così scriveva Paul Valéry. E chissà, magari aveva ragione. Solo osservando questi frammenti, piccoli e apparentemente silenziosi, si può finalmente scorgere qualcosa di molto più grande: il tempo, la memoria e probabilmente pure noi stessi.

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Classe 1996, studente laureando in “Lingue, Culture, Letterature e Traduzione” presso l’Università di Roma ‘La Sapienza’. Appassionato di scrittura, danza, cinema, libri, attualità, politica, costume, società e molto altro, nel corso degli anni ha collaborato con diversi siti d'informazione e testate giornalistiche (cartacee e digitali), tra cui Metropolitan Magazine, M Social Magazine, Spyit.it, Art&Glamour Magazine, EVA3000 e Identity Style. Ha scritto alcuni articoli per la testata giornalistica cartacea ORA Settimanale. Ha curato progetti in qualità di addetto stampa, ultimo dei quali "L'Amore Dietro Ogni Cosa" (NewMusic Group, 2022). Attualmente, è redattore presso la testata giornalistica Vanity Class e caporedattore per L'Opinione.

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