Ma un Referendum sulla giustizia non è già stato deciso, o sbaglio? Sì. Il referendum costituzionale sulla riforma Nordio è già stato ammesso dalla Corte di cassazione e il governo ha fissato la data del voto al 22 e 23 marzo 2026. E allora cosa cambia con le 500 mila firme da poco raccolte? Ci saranno due quesiti referendari sulla giustizia, magari uno dopo l’altro? No. Il referendum costituzionale, su una stessa legge, può essere solo uno. Quella che si aggiunge oggi è un’altra “via di accesso” al medesimo: oltre alla richiesta presentata da un quinto dei parlamentari, c’è anche la richiesta popolare di 500 mila elettori. Entrambe le iniziative si appoggiano allo stesso articolo della Costituzione e convergono su un’unica consultazione. La differenza è che, una volta depositate le firme, la Cassazione dovrà tener conto anche di questa seconda istanza quando controllerà la legittimità della richiesta e del quesito.
E allora il 27 gennaio che cosa si decide, concretamente? Beh, il 27 gennaio non si riunisce la Cassazione, ma il TAR del Lazio, che dovrà pronunciarsi sul ricorso contro il decreto governativo che ha fissato la data del Referendum. In quella sede, infatti, i giudici amministrativi potranno confermare il voto del 22-23 marzo oppure aprire alla possibilità di uno slittamento. In ogni caso, il quesito per il quale si voterà resterà uno solo: potrà cambiare la data, e se la richiesta popolare verrà ammessa, potrà essere ritoccato il quesito, ma non avremo due referendum separati.
Sono queste le questioni su cui in molti si sono interrogati e che costituiscono una buona base di partenza per una riflessione lucida su ciò che, concretamente, decideremo nelle urne nei prossimi mesi. Tuttavia, i nodi fondamentali sono altri: cosa accadrà se voteremo per il “Sì”? E cosa, invece, se decideremo di apporre sulla scheda un “No”? Prima di arrivare a formulare una risposta, nella maniera più chiara possibile, cercheremo innanzitutto di capire cosa comporta il raggiungimento delle 500mila firme di cui vi parlavo poco fa.
A mio avviso, l’immagine che rappresenta meglio le due richieste di Referendum sulla Giustizia è quella di un nodo. C’è un problema, un nodo molto complesso da risolvere. Sul tavolo della Corte di Cassazione, al posto delle corde, ci sono due distinte istanze, entrambe fondate sul diritto, previsto dall’articolo 138 della Costituzione, due richieste di tenere un referendum costituzionale confermativo. Quella del nodo rende bene l’idea di ciò che sta accadendo attorno alla cosiddetta “Riforma Nordio”: Governo e Parlamento hanno avviato una revisione costituzionale per separare in modo ancora più netto le funzioni dei magistrati. Si vota il 22-23 marzo, ma chi sarà ad avere l’ultima parola?
Lo scenario è piuttosto inedito nella nostra giovane repubblica: lo stesso meccanismo, previsto dall’articolo 138 della Costituzione, è stato attivato con due istanze. Da un lato c’è quella sottoscritta da un quinto dei parlamentari, già arrivata a maturazione con il referendum costituzionale fissato per il 22-23 marzo; dall’altro lato c’è la richiesta popolare che ha tagliato il traguardo delle 500.000 firme.
Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi
L’art. 138 della Costituzione, comma 2 sopracitato prevede che la legge in questione debba essere sottoposta a referendum popolare. La legge di revisione costituzionale è approvata se la maggioranza si esprime per il sì.
Da un lato parte una corda gialla, che arriva dal Parlamento. Dall’altro una corda verde, che arriva dal Popolo dopo la raccolta di 500 mila firme. Le due corde si intrecciano proprio davanti alla Cassazione, formando un enorme nodo. Ecco, il cuore della questione è esattamente questo: due richieste diverse, ma sullo stesso oggetto, per lo stesso tipo di referendum costituzionale.
La vicenda disciplinare ha portato alla condanna di Luca Palamara e, successivamente, alla sua denuncia del marciume interno ad alcuni ambienti della magistratura. È raccontata nel libro Il sistema. Potere, politica, affari: storia segreta della magistratura italiana (scritto con Alessandro Sallusti, Rizzoli, 2021, vanta ben oltre 300.000 copie vendute). Sebbene non abbia davvero consentito di scoperchiare fino in fondo il vaso di Pandora, ha comunque messo in moto alcune aspettative di riforma.
C’è chi ha scelto la via più drastica d’intervento, proponendo una legge di revisione costituzionale, senza però raggiungere la maggioranza dei due terzi né, tantomeno, costruire un dibattito parlamentare ampio e cooperativo, come sarebbe stato auspicabile. Ha prevalso la logica dei numeri: in democrazia non è la legge del più forte, ma pur sempre la legge della maggioranza. Tutto formalmente lineare e legittimo, anche se qualcuno parlerà di “legittimità con modalità discutibili”. Soprattutto, dal mio punto di vista, siamo di fronte al tentativo di depotenziare le correnti interne alla magistratura introducendo, per la prima volta, il sorteggio nei meccanismi di rappresentanza, innestandolo sul sistema correntizio esistente.
Si è fatto a pezzi il capro espiatorio, ma il “sistema” è rimasto tutto lì: correnti, lottizzazioni, carriere costruite più per appartenenza che per merito. Ripetiamolo insieme: “Una gigantesca occasione perduta“! E quando in Italia si perde un’occasione, si sa come va a finire: si aspetta qualche anno, si alza il tono dello scontro e poi si tira fuori la parola che risolve tutto, “riforma”.
La riforma Nordio, nella sostanza, fa tre cose:
Il tutto viene impacchettato in un discorso seducente: “più terzietà, più equilibrio, meno correnti, più responsabilità”. Peccato che stiamo parlando di un Paese dove la parola “meritocrazia” viene usata ovunque, tranne dove servirebbe davvero, e dove i meccanismi di selezione – nella pubblica amministrazione, nella politica e sì, anche nella magistratura – funzionano spesso al contrario.
Da anni la politica ci racconta che il problema della giustizia italiana è che “i magistrati non pagano mai”, “le correnti comandano tutto”, “il CSM è un club chiuso”. E poi, miracolo, arriva la riforma che promette di rimettere ordine: separiamo le carriere, separiamo i CSM, inventiamo una nuova Corte disciplinare.
Manca però il punto centrale: chi seleziona chi, e sulla base di cosa.
Pensiamo davvero che basti dividere giudici e PM in due “scatole” separate per far comparire d’incanto valutazioni serie, carriere basate sui risultati, responsabilità vere? Qualche dubbio è legittimo. Il caso Tortora è lì a ricordarcelo: nessuno dei magistrati che lo arrestarono, processarono e condannarono subì conseguenze disciplinari, tutti fecero carriera e uno di loro approdò persino al CSM, l’organo di autogoverno delle toghe.
Enzo Tortora, quarant’anni fa l’arresto. Pm e giudici fecero carriera – Il Riformista, 17 giugno 2023.
Tutti i magistrati del caso Tortora fecero carriera. Tranne il giudice che lo assolse – in Ristretti Orizzonti / Il Corriere del Giorno, 31 luglio 2023.
Se i sistemi meritocratici non funzionano nella PA e non funzionano nella politica, perché dovrebbero funzionare nella magistratura solo cambiando la geometria costituzionale? È come cambiare la pianta dell’ospedale senza toccare protocolli, valutazioni, controlli: il reparto di cardiologia lo metti al terzo piano invece che al secondo, e ti aspetti miracoli.
Uno dei punti più venduti (propagandati) al pubblico è il sorteggio: finalmente, si dice, abbatteremo il potere delle correnti, perché una parte dei componenti degli organi di autogoverno sarà scelta a sorte tra i magistrati aventi i requisiti.
Domanda: se hai un sistema di correnti che controlla nomine, appoggi, carriere e figure chiave… davvero credi che verrà sconfitto estraendo a sorte i nomi da un’urna?
Il rischio è l’opposto:
Tradotto: la politica mette una toppa teatrale là dove servirebbe una revisione profonda dei criteri di valutazione, dei controlli incrociati, della trasparenza delle decisioni. Non si tocca il merito delle scelte, si cambia il meccanismo formale con cui si estraggono i giocatori da mandare in campo.
Se c’è un punto in cui bisognerebbe guardarsi allo specchio è la nostra storia giudiziaria recente.
In mezzo, una costante: la politica non ha mai avuto il coraggio di affrontare seriamente il tema della meritocrazia nella magistratura, perché farlo sul serio significa: stabilire criteri chiari di valutazione dei magistrati; misurare le performance non solo sui numeri, ma sulla qualità delle decisioni e sulla loro tenuta in appello e cassazione; accettare che anche la magistratura, come ogni potere, sia sottoposta a verifiche indipendenti.
Molto più facile spostare il discorso sulle formule: “separazione delle carriere”; “PM più autonomo / PM più controllato”; “CSM sdoppiato”; “nuova Corte disciplinare”. Formule che suonano bene nei talk show, ma che evitano accuratamente la domanda decisiva: chi paga, e come, quando un sistema meritocratico non funziona?
Perché se non funziona nella PA, se non funziona nella politica, se non funziona nei consigli di amministrazione delle partecipate, davvero vogliamo credere che la magistratura sia un’isola felice dove basta un ritocco costituzionale per far comparire il merito?
Torniamo al nodo: due richieste, un unico referendum. Da un lato, il Parlamento dice: “Abbiamo approvato la riforma, ma vogliamo che il popolo la confermi”. Democrazia muscolare? Forse. Ma a patto che:
Dall’altro, il Popolo organizzato – comitati, associazioni, sindacati, pezzi di società civile – dice:
“Non ci basta il modo in cui ci avete posto la domanda. Vogliamo poterci pronunciare con un quesito che chiami le cose con il loro nome”. E tu, lettore, dove ti collochi? Sei tra quelli che dicono “finalmente qualcuno mette mano ai giudici”? O tra quelli che temono un PM più addomesticabile e una magistratura più frammentata?
Qualunque sia la tua risposta, ce n’è una che viene prima: ti fidi davvero di questa classe politica quando ti parla di meritocrazia nella giustizia? Perché qui sta la contraddizione madre: la politica invoca meritocrazia nelle toghe, ma è la stessa politica che, nella PA, nei partiti, nelle nomine pubbliche, non ha mai costruito un vero sistema meritocratico.
Se l’avesse fatto, oggi non avremmo un’altra Italia.
Arriviamo al punto: non ti sto dicendo come votare. Ti sto dicendo una cosa più semplice e scomoda: qualsiasi croce tu metta sulla scheda, non dare alla riforma Nordio il potere magico di risolvere ciò che né la politica né la magistratura hanno voluto affrontare per decenni: la mancanza di meritocrazia vera.
Il nodo davanti alla Cassazione – le due richieste di referendum – è la fotografia di un Paese che scarica sulle forme quello che non ha il coraggio di affrontare nella sostanza.
La politica parla di meritocrazia nelle toghe, ma non l’ha voluta per sé. La magistratura scopre l’urgenza dell’autocritica solo quando esplode un caso Palamara, poi torna a chiudersi nei propri equilibri. Il cittadino, spesso, si sveglia solo quando riceve una cartella esattoriale sbagliata o vede un processo di mafia finire in prescrizione. Se questo referendum servirà almeno a qualcosa, spero sia a costringerci – tutti – a una domanda semplice e brutale:
se i sistemi meritocratici non funzionano davvero nella pubblica amministrazione, non funzionano nella politica e non funzionano nemmeno nelle alte sfere della magistratura… chi abbiamo il coraggio di guardare allo specchio quando parliamo di “riforma della giustizia”?
Il nodo vero, forse, non è davanti alla Cassazione. È in quella distanza enorme tra la parola “merito” usata nei discorsi, e la sua assenza nei fatti. Il resto – carriere separate, CSM sdoppiati, nuove Corti disciplinari, Referendum sulla Giustizia – rischia di essere solo il modo più elegante che abbiamo trovato per non ammetterlo.
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Referendum dell’8 e 9 giugno 2025: una Democrazia a responsabilità limitata? – L’Opinione
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