Le parole sono la più potente droga usata dall’umanità – Rudyard Kipling
Sono sicuramente in tanti quelli coloro i quali, almeno una volta nella vita, e specialmente in un’epoca in cui il linguaggio si fa, man a mano, sempre più fluido, avranno sentito pronunciare una frase che ha attraversato generazioni e generazioni senza mai invecchiare: “Ma questa parola vale? Esiste davvero?“. Sembrerà una domanda innocente, ma, in realtà, è molto di più. Ebbene sì, perché si tratta di una richiesta di conferma, alle volte di una sfida, altre di un’accusa ben mascherata e ben mirata. Insomma, è come se fosse una linea sottile di demarcazione che separa il gioco dalla disputa, il divertimento dalla polemica, la strategia dalla cultura. In altre parole, la frase simbolo di Scarabeo, uno dei giochi da tavolo più longevi, discussi e sorprendentemente “seri” della storia italiana.
Ma perché è così importante? Beh, semplicemente perché, al contrario di quel che si potrebbe pensare, non è soltanto un passatempo, o perlomeno, non lo è per le famiglie italiane che hanno avuto la fortuna di conoscerlo. Anzi, esso è un vero e proprio rito familiare, un esercizio mentale, forse persino un pretesto per litigare civilmente sulle regole della lingua e, al tempo stesso, l’inaspettato protagonista di una vicenda poco nota in cui si intrecciano creatività, diritto d’autore, tribunali e identità culturale!
La nascita di Scarabeo: 19 gennaio 1955

La sua storia, in effetti, è a dir poco curiosa, ricca di aneddoti che in pochi si aspetterebbero e che hanno per giunta dato vita a delle autentiche controversie. Innanzitutto, dobbiamo ricordare che Scarabeo nacque ufficialmente il 19 gennaio 1955. E non negli Stati Uniti (o meglio, non proprio!), come di recente siamo abituati a pensare in materia di novità, e neppure sotto il marchio di una grande industria globale, bensì in Italia, da un’intuizione del giornalista ed intellettuale Aldo Pasetti.
Pasetti conobbe per caso Scrabble, il gioco americano inventato negli anni Trenta da Alfred Mosher Butts. Tuttavia, capì subito che trasporlo nel nostro Paese senza apporre alcuna modifica sarebbe stato un errore. D’altronde, l’italiano non è l’inglese ed è, a differenza di quest’ultimo, più lungo, più musicale, più ricco di vocali, meno incline alle parole brevi e taglienti. Perciò, adattare l’invenzione americana non significava solo copiarla, ma reinventarla completamente dando spazio, pur mantenendo il medesimo meccanismo di fondo, a nuovi equilibri linguistici, nuove proporzioni, nuove possibilità. Pensate che pure il nome non è una banale traduzione, ma una scelta pensata, evocativa, memorabile, sonora.
Un successo che rischiò di non vedere mai la luce
Ciò nonostante, la brillante idea di Pasetti avrebbe potuto col finire per non vedere mai la luce. Negli anni Cinquanta, infatti, i detentori dei diritti di Scrabble accusarono Pasetti di plagio e violazione del diritto d’autore. Di conseguenza, Scarabeo rimase sospeso a lungo in un limbo giuridico. Era impossibile commercializzarlo liberamente, impedendone dunque la crescere e il progetto ristagnò in una fase di stallo.
Fu un periodo cruciale, sebbene non venga raccontato spesso, in cui il destino di un gioco dipese da una domanda fondamentale: quanto può essere diverso un adattamento prima di essere considerato originale? La risposta ad un tale quesito arrivò nel 1961, quando la Corte d’Appello di Milano assolse Pasetti da ogni accusa e decretò che la sua fosse un’opera autonoma in quanto le diversità che presentava a livello di nome, regolamento, struttura e spirito erano per i giudici più che sufficienti.
Si trattò, però, di una sentenza che andò oltre l’aspetto giuridico e legale, poiché stabilì un principio culturale davvero importante, in base al quale un adattamento non è necessariamente una copia e, in alcuni casi, può essere addirittura concepito come una creazione ex-novo. Ad ogni modo, finito il processo, Pasetti concesse i diritti a Editrice Giochi che, nel 1963, avviò la distribuzione su larga scala, permettendo a Scarabeo di entrare definitivamente nelle case degli italiani.
Le differenze con “Scrabble”
Ma quali furono, in concreto, quelle differenze che spinsero i magistrati ad emanare suddetta sentenza? In primis, il tabellone (17×17) risulta essere più ampio di quello della controparte americana. Poi, le lettere che i giocatori hanno in mano sono 8, e non più sette, per un totale di 130 tessere, 4 jolly (e non più solo 2), nonché una maggiore tolleranza verso sigle e abbreviazioni. In sintesi, una serie di scelte che riflettono una visione del tutto diversa del gioco. Dove Scrabble è rapido e spietato, Scarabeo è più lento, più ragionato, più adatto a partite lunghe, il più delle volte estenuanti!
E le regole? A onor del vero, quelle sono piuttosto semplici e bastano pochi minuti per impararle. Basta sapere, come prima cosa, che bisogna formare delle parole incrociate su un tabellone con delle lettere a disposizione. Ciascuna di esse, inoltre, ha un valore particolare mentre alcune caselle concedono la possibilità ai giocatori di moltiplicare il proprio punteggio. Infine, vince chi totalizza più punti! Inaspettatamente, comunque, la vera partita si gioca nelle decisioni non prese, nelle parole trattenute, nei blocchi strategici, dal momento che non sempre la parola migliore è quella da giocare subito.
Un classico senza tempo che potrebbe tornarci perfino utile!
Una riflessione che faremmo bene a tenere a mente, soprattutto al giorno d’oggi. In fondo, viviamo in un mondo in cui i correttori automatici, i suggerimenti predittivi e le intelligenze artificiali, le tanto temute IA, scrivono testi, parlano e addirittura pensano al posto nostro. Roba che Scarabeo, in confronto, potrebbe sembrare un relitto appartenente ad un’altra epoca!
E invece no. Ci costringe a ricordare parole senza aiuti, valutare eventuali conseguenze, accettare e comprendere gli errori. Ma, prima di ogni altra cosa, esso ci spinge a riflettere prima di parlare!
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