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Saas-Fee, la montagna svizzera è una sfinge che ammalia

La montagna è una sfinge che ammalia!

È questa una delle metafore più ricorrenti nei testi di critica alpinistica, come nel commento al film sull’Eiger – vetta di quasi quattromila metri delle Alpi bernesi – o nelle descrizioni letterarie e poetiche della montagna, rappresentata come un enigma e una prova iniziatica. E allora, se pensi alla montagna, pensi alla Svizzera e alle sue Alpi. Non c’è alcun dubbio.

La Svizzera e il fascino senza tempo delle sue montagne

Situata nel cuore dell’Europa, là dove nascono alcuni dei più grandi fiumi del continente, sin dal Rinascimento la Svizzera è stata un’ambita meta di viaggio, intimamente legata alla ricerca delle origini. Ad affascinare era la perfezione di una natura vergine, di un verde intenso, dove pascolano animali mansueti sorvegliati da gente semplice, custode di un angolo di paradiso.

Crocevia tra la Francia e l’Est europeo, così come tra la Germania e l’Italia, circondata da grandi potenze un tempo rivali, la Svizzera è stata una singolare roccaforte attraversata dalle tensioni, ma preservata anche grazie alla propria posizione geografica. Le alte vette elvetiche sono entrate da tempo nell’immaginario collettivo, arrivando a incarnare una sorta di luogo edenico e immacolato, distante dalle brutture dell’hic et nunc: una purezza capace di curare l’anima.

Il Grand Tour, Goethe, Gide e molti altri: tra natura e letteratura, gli scrittori ammaliati dalle Alpi svizzere

Furono proprio queste montagne magiche a sedurre prima i nobili e poi gli esponenti dell’alta borghesia europea, che alla fine del Settecento approntarono itinerari tra villaggi, prati, valli e malghe, senza disdegnare ripide ascese verso il paradiso di cime apparentemente invalicabili. Nacque così il Grand Tour alpino, uguale e contrario al Grand Tour classico, sviluppato lungo il filo della storia antica e medievale e vissuto soprattutto tra Italia e Grecia. I due Grand Tour divennero anche cliché letterari e territori di sperimentazione e di emozione per artisti e letterati, a cominciare da Goethe e Lord Byron.

Si può soltanto abbozzare una carrellata dei grandi scrittori e poeti che rimasero ammaliati – non senza qualche critica, sempre costruttiva – dai giganti di roccia e dalle loro nevi perenni, che orlano i cantoni svizzeri. Ecco qualche esempio per raffinati buongustai del territorio alpino e dei suoi echi nella letteratura. In primo luogo, un testo di André Gide che spazia dal disgusto – «La Brévine è un classico esempio di brutto paesucolo» – a rivelazioni di segno completamente diverso: «Qui quasi tutto è assolutamente straordinario».

Un testo di Guy de Maupassant va nella stessa direzione. Altri scrittori, come Gustave Flaubert, restano invece piuttosto impassibili. Goethe, che in generale ha mostrato un entusiasmo costante per il lungo itinerario elvetico, rimane qua e là sconcertato, come di fronte alla miseria incontrata in un villaggio del Vallese. Laurence Boissier, irritata dall’industria turistica, si rifugia nell’ironia. Lo stesso fa Jacques Chessex, che insegue lo spirito del Canton Vaud – quello di Losanna – a Les Diablerets.

Viaggio a Saas-Fee, il paradiso alpino senza automobili

Forti di questi pregnanti riferimenti letterari e ispirati da molto altro, decidiamo di esplorare, a titolo di specimen, una delle perle alpine della Confederazione elvetica. Non ci allontaniamo molto dall’Italia. Dopo Domodossola, attraversiamo il Sempione e approdiamo a Briga, sul fiume Rodano. Da qui, con un autobus – il classico “postale” di una volta – ci arrampichiamo lungo una strada tortuosa, ma sicura e curatissima anche durante l’inverno. In un crescendo di macchie boschive sempre più fitte raggiungiamo Saas-Fee, storico villaggio tradizionale situato a oltre 1.800 metri di altitudine, ai piedi di alcune delle più alte vette svizzere.

Già il nome suscita curiosità. Può forse comprenderne l’origine chi conosce bene il tedesco, qui parlato nella sua variante dialettale. Saas è il nome della valle, ma Fee? Qui vi vogliamo. A spiegarcelo sono gli abitanti del luogo. Il termine deriverebbe da Vieh – das Vieh, “bestiame” – e sarebbe una deformazione dialettale usata per indicare che la Valle di Saas, con i suoi verdi pascoli fino ad alta quota, rappresenta una sorta di paradiso per il bestiame, qui ovviamente a chilometro zero.

Pascoli e formaggi di capra sulle montagne di Saas-Fee

È proprio con una realtà caprina che abbiamo subito a che fare. In una malga sopra il paese, a 2.500 metri di altitudine, pascolano libere e felici decine di caprette: sì, proprio le caprette di Heidi. Raggiungiamo una baita vicina ai pascoli e incontriamo Francesco, un giovane casaro originario di Livigno, in provincia di Sondrio. Ci racconta le meraviglie di queste delizie casearie – dallo yogurt al latte, fino ai formaggi – esaltandone qualità e proprietà. Soprattutto, ci mostra la fase iniziale della lavorazione, quella del caglio. Un’esperienza d’altri tempi, anche se ormai supportata dalla tecnologia, che culmina con un abbondante assaggio dell’intera gamma di prodotti. A cominciare dal succulento “Ziege Baron”, il Barone dei formaggi di capra, degno dei palati più nobili.

Scendiamo quindi attraverso un bosco fitto di pini e larici e torniamo nel cuore di Saas-Fee. Il villaggio, tra l’altro, vieta l’ingresso ai veicoli a motore tradizionali: possono circolare soltanto mezzi elettrici.

Il lago di Mattmark e la tragedia degli operai italiani

Con un altro autobus postale andiamo a sfiorare le pendici dei ghiacciai e raggiungiamo, a circa 2.200 metri di altitudine, il lago di Mattmark. Qui si trova un grande bacino artificiale, realizzato grazie a una diga costruita con materiali naturali, a cominciare da rocce e grossi massi compattati. L’opera fu edificata negli anni Sessanta del Novecento grazie al lavoro e al sacrificio di molti operai, tra i quali numerosi italiani. In questo caso la parola “sacrificio” assume purtroppo il suo significato più doloroso: nel 1965 un’immensa massa di roccia e ghiaccio si staccò dalla montagna e travolse il cantiere, uccidendo 88 lavoratori.

La passeggiata lungo l’anello che circonda il lago si svolge in un paesaggio quasi lunare, dominato da colori lividi, a cominciare dal verde torbido delle acque del bacino.

Sul Mittelallalin, davanti allo spettacolo dei ghiacciai

L’esperienza escursionistica sulle vette intorno a Saas-Fee trova il proprio culmine nell’ascesa verso il Mittelallalin. Grazie a due comode e veloci cabinovie e alla metropolitana sotterranea che percorre l’ultimo tratto, in poco più di mezz’ora raggiungiamo oltre 3.500 metri di altitudine. Qui, in piena estate, ci godiamo una temperatura inferiore ai dieci gradi, circondati dalla neve caduta da poco e dai ghiacciai perenni, purtroppo minacciati da quel grave processo di scioglimento ormai noto a tutti.

Davanti a noi si aprono superfici candide, illuminate dal sole che si riflette sul ghiaccio come sopra uno specchio. Uno specchio capace di far rimbalzare lontano i raggi di luce, fino a far risplendere la più alta montagna situata interamente in territorio svizzero: il Dom, con i suoi 4.545 metri di altitudine. È il guardiano silenzioso di un’intera regione di vette, rocce e spuntoni innevati, sospesi a picco sugli altopiani e sulle vallate più in basso. La montagna, ancora una volta, si mostra come una sfinge: enigmatica, maestosa e capace di ammaliare chiunque accetti di avvicinarsi al suo mistero.

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Aristide Malnati e Virginia Reniero

Aristide Malnati è un papirologo italiano, archeologo e mummiologo, noto per la sua partecipazione a vari programmi televisivi. Ha studiato al Liceo Classico "Omero" di Milano e ha conseguito la laurea in Lettere Classiche presso l'Università Statale di Milano, ottenendo due dottorati a Strasburgo, una specializzazione in Filologia Classica all'Università di Zurigo e una D.E.A. in Papirologia Greca all'Università di Strasburgo. Ha preso parte a oltre 15 partecipazioni a scavi in Egitto ed è curatore della traduzione di testi filosofici. Il primo testo da lui studiato è un ampio frammento in greco antico del III-II secolo a.C., reperto che ha poi attribuito ad un'opera del primo stoicismo, di cui è la prima testimonianza diretta. Virginia Reniero è da sempre una grande appassionata di arte e grandi nomi della Storia. Ha studiato Economia all’Università di Verona, specializzandosi poi a Milano presso l’Università Bicocca e finendo il percorso universitario di impronta economico-turistica a Mosca conseguendo così anche una doppia laurea. Dal 2014 collabora con l’archeologo Aristide Malnati, con cui ha girovagato per gran parte del Sud-est asiatico. È anche presentatrice televisiva e modella. I due conducono insieme, su Telenova, il programma "Storie e misteri".

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