Il rispetto per la vita è il principio primo di ogni etica – Albert Schweitzer
Le Capsule Sarco per il suicidio assistito e indolore sono frutto di una tecnologia che nasce per permettere a chi soffre di malattia terminale, di poter porre fine alle tremende sofferenze che deve sopportare. In Svizzera, questo è già permesso dalla legge. Al contrario qui in Italia la legge ancora non prevede alcun tipo di supporto per i malati terminali. A mio parere, credo che se tale capsula venisse autorizzata nel nostro Paese, a farne richiesta, oggi, non sarebbero solamente i malati terminali in condizioni estreme!
Anzi, ritengo che la maggior parte delle richieste proverrebbe dai cittadini della classe media, ossia da chi si trova in condizioni economiche e di vita terminali, non solo di salute! Se domani, ad esempio, ne mettessero una in ogni piazza italiana, scommettiamo ciò che volete, in un paio di minuti ne troveremmo a migliaia in fila! D’altronde, chi vorrebbe sopravvivere (perché è questo ciò che facciamo), con pochi spiccioli che non ci permettono di arrivare a fine mese e con misere prospettive (e opportunità) che non ci lasciano alcuna voglia di restare a questo mondo?
Il punto centrale, dunque, non è soltanto la malattia terminale, ma il contesto sociale, economico e psicologico in cui una simile tecnologia potrebbe essere introdotta. In una nazione come la nostra, dove l’erosione del potere d’acquisto, la precarietà lavorativa e l’assenza di un futuro degno di essere atteso o costruito colpiscono ampie fasce della popolazione, il rischio è che uno strumento pensato per alleviare sofferenze estreme venga percepito come una via di fuga da una vita divenuta insostenibile.
Il tema diventa allora politico, prima ancora che etico o medico. Una società che non garantisce condizioni di vita dignitose può davvero parlare di “libera scelta”? O si tratterebbe, piuttosto, di una scelta condizionata dalla mancanza di alternative reali? La libertà, quando è schiacciata dal bisogno, rischia di trasformarsi in un’illusione. Il confronto con la Svizzera, inoltre, ci mostra come il quadro normativo e culturale sia determinante. Lì il suicidio assistito si inserisce in un sistema di tutele, controlli e responsabilità individuale molto diverso da quello italiano. Trasporre lo stesso modello senza affrontare le disuguaglianze strutturali significherebbe ignorare le cause profonde della sofferenza.
In definitiva, ciò non riguarda solo il diritto di morire, ma anche (e forse soprattutto) il dovere collettivo di rendere la vita vivibile. Finché questo dovere rimarrà incompiuto, ogni discussione sul fine vita rischia di riflettere più un fallimento sociale che una conquista di civiltà!
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