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Umberto Galimberti: il linguaggio può davvero essere una gabbia del pensiero?

Il linguaggio non è uno strumento di cui si serve il pensiero per esprimersi; al contrario, si può pensare solo entro i limiti delle parole che si conoscono – Umberto Galimberti, La bellezza. Legge segreta della vita, Lectio magistralis del 26/07/2025

Il frammento citato proviene dalla Lectio Magistralis di Umberto Galimberti del 26 luglio scorso, intitolata La Bellezza. Legge segreta della vita. Esso costituisce un esempio paradigmatico di errore concettuale sistemico, riconducibile alla Dislogia, ovvero, a una forma strutturata di Razionalità Limitata che colpisce tanto la produzione quanto la ricezione del discorso. In questo caso, a mio avviso l’errore si manifesta simultaneamente su due livelli:

  • nel parlante, che formula un’affermazione suggestiva senza averne mai verificato la fondatezza teorica o sperimentale;
  • nel pubblico, che la recepisce come verità, non per comprensione, ma per deferenza simbolica verso l’autorità che la enuncia.

Il mito dislogico citato da Umberto Galimberti è un falso!

Galimberti è un soggetto accademicamente formato, dotato di ampia esperienza professionale e biografica, che assume euristicamente come vero un enunciato che gli è apparso plausibile e retoricamente efficace, senza sottoporlo ad alcuna verifica scientifica, epistemologica o logica, prima di utilizzarlo come premessa per ulteriori inferenze. Si tratta di una prassi sorprendentemente diffusa nel contesto culturale italiano, dove la validazione empirica tende a essere considerata opzionale, mentre la legittimazione sociale — relazionale, familiare o mediatica — è spesso sufficiente a garantire accesso a palchi, microfoni e audience.

In un ecosistema cognitivo Dislogico, la comprensione non è richiesta: l’assenso passivo è più che sufficiente. In contesti accademici non affetti da tale patologia culturale, un’affermazione di questo tipo difficilmente supererebbe il primo vaglio critico. Nei gruppi di psicologi e docenti universitari davanti ai quali ho presentato le mie ricerche sulla Dislogia in Brasile, una simile tesi sarebbe stata immediatamente respinta, non per spirito polemico, ma per inconsistenza teorica manifesta.

Il pensiero non può essere vincolato alle parole

Dal punto di vista delle scienze cognitive, l’assunto secondo cui il pensiero sarebbe ontologicamente dipendente dal linguaggio è semplicemente falso. Il pensiero è un’attività cerebrale di elaborazione delle informazioni che precede, filogeneticamente e onto-geneticamente, il linguaggio articolato. Gli ominidi — e prima ancora i primati e numerosi altri organismi dotati di strutture neurali anche minimali — hanno sempre elaborato informazioni provenienti dall’ambiente interno ed esterno per orientare il comportamento, prendere decisioni, risolvere problemi e interagire con l’ambiente. Tutto ciò è avvenuto per milioni di anni in assenza di linguaggio verbale.

I lessigrammi, il proto-linguaggio e, infine, il linguaggio naturale emergono solo in una fase estremamente recente della storia evolutiva. Essi rappresentano un output del pensiero, non la sua condizione di possibilità. Il linguaggio non genera il pensiero: lo rende comunicabile, talvolta lo semplifica, spesso lo distorce.

L’errore contemporaneo nasce dal fatto che l’educazione formale induce precocemente a sovrapporre il flusso del pensiero al flusso verbale interno, fino a identificarli come se fossero la stessa cosa. Questa identificazione, tuttavia, è un’abitudine cognitiva, non una verità neuroscientifica.

Esempi pratici

Un bambino privo di linguaggio articolato è perfettamente in grado di riconoscere stimoli, valutare alternative, orientarsi verso una fonte di nutrimento, risolvere problemi pratici elementari. Se non fosse così, la sopravvivenza della specie sarebbe terminata molto prima dell’invenzione della sintassi. Analogamente, un soggetto sordo-cieco che interagisce con il mondo attraverso il tatto, gli odori e i sapori è in grado di riconoscere persone, distinguere oggetti e prendere decisioni preferenziali. Questo avviene perché il suo cervello pensa, non perché verbalizza.

Il silenzio verbale interno non è assenza di pensiero. Al contrario, la capacità di riflettere su tale silenzio ne è già una prova evidente. Se un individuo non riesce a spiegare cosa accade in assenza di verbalizzazione, ciò non dimostra che il pensiero derivi dal linguaggio; dimostra soltanto una mancanza di strumenti concettuali per comprendere i propri processi cognitivi.

In conclusione, l’enunciato secondo cui “si può pensare solo entro i limiti delle parole che si conoscono” non è una tesi profonda: è un errore elementare, reso socialmente accettabile dal prestigio di chi lo pronuncia e dalla passività cognitiva di chi lo ascolta. Che tale errore venga celebrato come verità in contesti mediatici italiani non è un paradosso teorico, ma un dato sociologico: Dislogia, ignoranza strutturale e successo non meritocratico costituiscono oggi un sistema coerente e autoreferenziale!

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Fabrizio Ranzani

Professionista del settore ITC nell'area ricerca e sviluppo, con oltre trent'anni di esperienza, Fabrizio Ranzani è ricercatore indipendente sui temi di logica formale, pensiero critico, didattica, antropologia, psicologia, neuroscienze, intelligenza e comunicazione umane e artificiali, ha scritto due libri sul tema della logica e del pensiero critico. Nel 2008 è rientrato nella lista dei cavalieri del lavoro sotto ai 35 anni nella prima edizione del concorso. La sua esperienza professionale si svolge fra l'Italia e il Brasile, la sua passione è insegnare e divulgare i fondamenti della logica e del pensiero critico.

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