Il problema non è che le macchine inizino a pensare come gli uomini, ma che gli uomini smettano di pensare delegando tutto alle macchine
Sono queste le parole con cui, non molto tempo fa, qualcuno mi ha ricordato, senza troppi giri di parole o mezzi termini, la direzione di involuzione e regresso che la nostra sconclusionata società stava imboccando. E pensare che sembra ieri quando litigavamo con la nostra macchinetta fotografica sperando si rompesse e di non dovervi più avere a che fare, mentre oggi, in quest’era di digitali speranze e multimediali illusioni, di quella macchinetta fotografica, ormai atta ad immortalare solo i riflessi delle nostre più pie e vane speranze, non possiamo proprio più farne a meno. Anche se, lasciatemelo dire, anni fa ci saremmo aspettati di arrivare al 2026 con auto volanti, colonie su Marte o robot che ci portavano il caffè a letto con tanto di schiuma a forma di cuore.
La diva del malcontento in attesa di un miracolo, così la chiamo io, quella che “scrivo di notte a Pedro Sanchez, […] parliamo di Trump e Iran” nemmeno fosse una Francesca Manzini qualunque alle prese con uno dei suoi presunti e innumerevoli tecnicismi, intendimenti o professioni, fra gli infiniti difetti che le si potrebbero riconoscere, ha sicuramente un pregio, ossia quello di rammentarci ogni volta che la realtà, in fine dei conti, è solamente un dettaglio che può essere manipolato a nostro piacimento.
E come se non fosse già abbastanza, la sua recente ospitata al Grande Fratello Vip di Ilary Blasi ce ne ha fornito un’ulteriore dimostrazione. Tralasciando per un attimo l’abissale differenza tra gli scatti postati sui suoi profili social ufficiali e le inquadrature della casa più spiata d’Italia, roba che verrebbe quasi da dubitare che si tratti della stessa persona, la Biancaneve de noi artri, che dopo essersi mangiata in meno di 24h “l’ira di Dio“, per dirla alla Alessandra Mussolini, ha ricondotto la causa dei suoi malori all’interno del reality ad una mela “avvelenata“, non ha perso occasione per farci notare che non importa se ciò che vediamo è vero oppure no.
Anzi, spesso non interessa nemmeno più a nessuno, perché quello che conta realmente è che la lucina rossa della telecamera sia costantemente fissa su di noi. Che poi la persona che viene messa a fuoco possa essere una brutta copia non solo di noi stessi, ma a mio avviso anche di ciò che vorremmo essere e mai potremmo diventare, questa è un’altra storia. Insomma, in un XXI secolo in cui la solita fame d’attenzione in HD la fa da padrona, non serve semplicemente essere, perché è necessario, alcuni direbbero quasi imperativo, “divenire riprendibili”, persino a costo di fare la figura della comparsata ben illuminata che il più delle volte non ha neppure un senso!
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