Benvenuti anche questa settimana tra le pagine di Senti chi parla, una rubrica che nasce per raccontare il doppiaggio e tutto ciò che gli gravita attorno: le voci “nell’ombra”, le persone, i percorsi e le fragilità. Che ci crediate oppure no, dietro ogni battuta che ascoltiamo c’è quasi sempre una storia che non si vede e per tale ragione merita di essere riportata alla luce. Proprio per questo, per il numero di oggi, ho pensato di regalarvi un piccolo sguardo sugli inizi della mia carriera da doppiatore, anche perché, come diceva spesso E. E. Cummings:
Ci vuole coraggio per crescere ed essere chi siamo davvero
La prima volta che sono entrato in una sala di doppiaggio avevo quattordici anni. Ricordo soprattutto la curiosità. Mi affacciavo a tutte le porte, una dopo l’altra, come se stessi esplorando un luogo segreto. Da ogni stanza uscivano voci diverse: intense, spezzate, arrabbiate, sorridenti. Voci che sembravano vivere di vita propria, protette da quell’ombra che rende la sala un posto quasi magico. Era un mondo misterioso, e ne ero profondamente affascinato.
Poi arrivò il momento del mio primo provino. Una frase sola. Ma complessa, articolata, più grande di me in quel momento. Provai a dirla. La ripetei ancora. E ancora. Ma non veniva. La voce si bloccava, il respiro si accorciava, l’attenzione si trasformava in tensione. Uscii da quella sala con una sensazione difficile da scrollarsi di dosso: quella di non essere pronto.
Col tempo, però, ho capito che quella sensazione accompagna molti di noi all’inizio. Il doppiaggio è un mestiere che mette subito a nudo. Espone. Ti chiede di esserci, anche quando dentro non ti senti ancora sicuro. E l’ansia, soprattutto da ragazzi, è spesso parte del percorso. Io l’ho provata tante volte. Insieme al panico, agli errori, alle parole che non uscivano come avrei voluto. Cose piccole, forse, ma che allora avevano un peso enorme.
C’è poi la sala buia, il direttore dietro al vetro, e quell’istante in cui lo vedi parlare senza sentire nulla. La stanza è insonorizzata, le parole non arrivano, restano solo i gesti. Per chi è all’inizio, è facile pensare che stiano parlando di te o giudicando ogni mossa, anche se spesso è solo la tua insicurezza a farti interpretare tutto così.
Nel corso degli anni ho incontrato stili diversi, approcci diversi, modi diversi di stare in sala. Alcuni più accoglienti, altri più rigidi. Non per cattiveria, ma perché legati a un’idea del lavoro figlia di altri tempi. Un po’ come succedeva a scuola, quando si pensava che la severità fosse l’unico modo per insegnare davvero. Oggi lo sappiamo: non è sempre così. E non lo è neanche nel doppiaggio. Non si tratta di giusto o sbagliato, ma di consapevolezza. Perché la voce è uno strumento delicato. E quando non ci si sente a proprio agio, quando la tensione prende il sopravvento, il rischio non è quello di fare meglio, ma di chiudersi. Di perdere ascolto, libertà, intenzione.
Con il tempo, però, succede anche un’altra cosa: si cresce. Si acquisisce sicurezza. Si impara a conoscersi, a capire i propri limiti e anche a difenderli. A me è capitato, una volta, di non sentirmi particolarmente a mio agio durante un turno. Dopo qualche minuto ho fatto una cosa molto semplice: ho salutato, ho alzato i tacchi e me ne sono andato. Senza drammi, senza porte sbattute. Solo con la consapevolezza che, a volte, scegliere è già una forma di maturità.
Ho imparato così che una sala funziona davvero quando diventa uno spazio di fiducia. Dove si può provare, sbagliare, riprovare. Dove l’autorevolezza non passa dalla pressione, ma dalla guida. Dove chi presta la propria voce sente di poter cercare, non di dover dimostrare. Ripenso spesso a quel ragazzo che sbirciava dietro le porte, affascinato dalle voci nell’ombra. Aveva paura, sì. Ma soprattutto aveva curiosità.
Ed è stata quella curiosità, più di ogni altra cosa, a tenermi lì.
E chissà, magari è proprio questo lo spunto su cui vale la pena soffermarsi: nel doppiaggio, come in molti mestieri creativi, il meglio nasce quando ci si sente ascoltati. E una sala, prima di tutto, dovrebbe essere il luogo dove una voce può sentirsi libera di esistere!
Se siete curiosi di leggere le precedenti uscite di “Senti Chi Parla”, potete recuperarle cliccando -> QUI <-
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