Le carceri italiane tornano a bussare alla porta della politica. E lo fanno con un tema che, periodicamente, riemerge quando i numeri e le condizioni degli istituti penitenziari rendono sempre più difficile far finta che il problema possa essere rinviato: il sovraffollamento. A Montecitorio, il 23 settembre, è stata presentata la proposta di un “indulto responsabile”, un’iniziativa promossa da esponenti della società civile, del mondo accademico, della magistratura e dell’avvocatura e sostenuta, tra gli altri, da Rita Bernardini, storica esponente radicale impegnata sul fronte dei diritti dei detenuti.
Il punto da cui parte la proposta è difficile da eludere: quella delle carceri italiane non viene descritta dai promotori come un’emergenza passeggera, ma come una crisi strutturale. Sovraffollamento e condizioni di detenzione sono da anni oggetto di critiche anche sotto il profilo della tutela dei diritti fondamentali, mentre il sistema penitenziario continua a confrontarsi con la necessità di rendere effettivo quel percorso di rieducazione che dovrebbe essere parte integrante della pena.
È proprio qui che l’idea dell’indulto torna sul tavolo. Una parola che in Italia, però, porta con sé un carico politico e culturale non indifferente. L’indulto, infatti, è un provvedimento di clemenza generale che riduce o estingue, in tutto o in parte, la pena senza cancellare il reato. Per essere approvato richiede una legge votata con la maggioranza dei due terzi dei componenti di ciascuna Camera, sia articolo per articolo sia nella votazione finale, secondo quanto stabilito dall’articolo 79 della Costituzione. Ed è la storia di questo strumento a spiegare perché ogni volta che se ne parla il confronto si accenda rapidamente. Da una parte c’è la possibilità di intervenire in tempi relativamente brevi sulla pressione esercitata dal sovraffollamento; dall’altra, il rischio che un provvedimento di questo tipo venga letto come una soluzione temporanea, destinata a lasciare intatti i problemi che hanno reso necessario ricorrervi.
La proposta dell’“indulto responsabile” nasce, almeno nelle intenzioni dei promotori, proprio dal tentativo di evitare questa contrapposizione. L’idea è infatti quella di non immaginare un indulto “secco”, automatico e indistinto, ma un beneficio inserito all’interno di un percorso. La riduzione della pena sarebbe collegata al cammino rieducativo della persona detenuta, verificato nel tempo, e potrebbe essere subordinata a condizioni precise, dalla buona condotta all’assenza di recidiva. Il percorso, inoltre, non dovrebbe necessariamente interrompersi nel momento in cui si aprono le porte del carcere: l’ipotesi comprende anche forme di accompagnamento successive alla scarcerazione.
In questa prospettiva, l’indulto smetterebbe di essere soltanto il momento in cui una pena viene accorciata e diventerebbe, nelle intenzioni di chi sostiene la proposta, una possibile tappa conclusiva di un percorso di reinserimento. Non è un dettaglio secondario. Perché il vero interrogativo, quando si parla di uscita anticipata dal carcere, non è soltanto quante persone possano essere liberate, ma anche che cosa accada loro dopo. Come ricordava Nelson Mandela:
Nessuno conosce davvero una nazione finché non è entrato nelle sue prigioni
È una frase che, al di là delle diverse letture che può suscitare, obbliga almeno a considerare il carcere non come uno spazio separato dal resto della società, ma come uno dei luoghi nei quali si misura concretamente la qualità delle istituzioni e della loro capacità di trasformare la pena in un percorso che abbia un punto d’arrivo.
È su questo terreno che si colloca anche il cosiddetto “indulto differito”, elaborazione alla quale la proposta si collega. In questo modello, la riduzione della pena non diventerebbe immediatamente efficace, ma entrerebbe in vigore dopo un periodo di preparazione. Una finestra temporale che, secondo i promotori, permetterebbe di organizzare il reinserimento, coinvolgere i servizi territoriali e garantire una maggiore continuità del percorso trattamentale anche fuori dall’istituto. Una proposta già descritta come un indulto “preparato e accompagnato”, con efficacia differita di tre-sei mesi.
Il ragionamento è abbastanza semplice: se la scarcerazione è improvvisa e non accompagnata da alcun progetto, il rischio è che la persona si ritrovi nuovamente ai margini, senza strumenti e senza una rete di sostegno. E proprio quella marginalità potrebbe trasformarsi in un fattore di nuova criminalità. L’obiettivo dichiarato, dunque, è provare a collegare la risposta al sovraffollamento con una strategia di reinserimento. Non si tratta, però, soltanto di una discussione confinata al mondo politico. Uno degli aspetti più significativi dell’iniziativa è infatti la sua dimensione trasversale.
Alla presentazione di Montecitorio hanno partecipato esponenti dell’Accademia, della magistratura e dell’avvocatura: tra gli altri, Francesco Petrelli, presidente dell’Unione delle Camere penali italiane, e Andrea Vacca, presidente della Commissione di studio per il diritto penitenziario dell’Associazione nazionale magistrati, mentre Rita Bernardini ha introdotto e moderato l’incontro.
Anche l’adesione dell’ANM alla proposta, formalizzata nei giorni precedenti la conferenza, è stata accompagnata da condizioni precise: tra queste, il potenziamento straordinario delle risorse umane e materiali destinate agli Uffici di esecuzione penale esterna e alla magistratura di sorveglianza, oltre alla previsione che il beneficio possa essere collegato all’esito positivo del percorso rieducativo, con la possibilità di revoca in caso di esito negativo o di commissione di un nuovo reato nel periodo previsto.
Insomma, la parola “responsabile” non è soltanto un’etichetta. Nella proposta vuole indicare precisamente l’idea di un indulto preparato, condizionato e accompagnato. Ma anche questo, evidentemente, non basterebbe da solo. Lo stesso impianto della proposta partedalla necessità di affiancare all’eventuale provvedimento di clemenza interventi strutturali: il potenziamento delle misure alternative alla detenzione, una maggiore attenzione all’edilizia penitenziaria e una diffusione più ampia della giustizia riparativa. Il punto, del resto, è proprio evitare che il problema si ripresenti ciclicamente: svuotare le carceri oggi, per ritrovarle nuovamente sovraffollate domani, difficilmente potrebbe essere considerato una strategia di lungo periodo.
Ed è qui che la proposta incontra il suo passaggio più delicato. Un conto è riconoscere l’urgenza del problema carcerario; un altro è trasformare una proposta di clemenza in una misura legislativa capace di tenere insieme esigenze diverse e talvolta difficili da conciliare: sicurezza, legalità, diritti fondamentali e reinserimento sociale. Resta, soprattutto, la questione politica. Un indulto richiede una maggioranza parlamentare molto ampia e, proprio per la sua natura, un consenso pubblico tutt’altro che scontato. La strada per trasformare l’idea in una legge è dunque lunga.
L’“indulto responsabile” prova a inserirsi esattamente in quello spazio, proponendo di non scegliere tra emergenza e riforma, ma di legare l’una all’altra. Se questa impostazione riuscirà a tradursi in un’iniziativa legislativa concreta dipenderà dalla capacità dei suoi sostenitori di portare il tema fuori dal recinto degli addetti ai lavori e dentro un confronto politico più ampio. Perché il punto, alla fine, non è soltanto decidere se concedere o meno una riduzione della pena. È stabilire che cosa si vuole ottenere da quella scelta e, soprattutto, che cosa si è disposti a costruire dopo.
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