Quanto vale perdere una figlia? Un risarcimento da 240mila euro non basta a colmare 10 anni di lontananza

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Padre escluso dalla vita della figlia e risarcimento da 240mila euro
Il rapporto tra genitori e figli al centro del dibattito su bigenitorialità, separazioni conflittuali e risarcimento del danno.

C’è un modo di togliere un figlio ad un padre senza portarlo via fisicamente. Non servono fughe, porte chiuse o distanze geografiche. A volte basta lavorare lentamente sul tempo, sulle parole e sui silenzi. Rendere un incontro sempre più difficile, trasformare l’altro genitore in un estraneo, alimentare diffidenza, lasciare che un legame si consumi fino a quando, un giorno, padre e figlia quasi non si riconoscono più. È quanto emerge da una vicenda particolarmente dura: quella di un padre che per circa dieci anni avrebbe potuto vedere la figlia soltanto poche volte e che dal 2017 non avrebbe più avuto rapporti con lei. Una frattura familiare protratta per anni, al termine della quale è stato riconosciuto un risarcimento di 240mila euro.

Alla madre è stata attribuita la responsabilità per la condotta lesiva e, secondo la ricostruzione del caso, è intervenuta anche la sospensione dal lavoro, poiché il comportamento contestato è stato ritenuto incompatibile con le mansioni professionali svolte. Una vicenda che riporta al centro temi delicatissimi come alienazione parentale, bigenitorialità, diritto genitoriale e risarcimento del danno, e che al tempo stesso ci porta riflettere su quanto realmente valga il tempo sottratto al rapporto tra un padre e una figlia? Possono davvero 240mila euro restituire gli anni perduti?

Bigenitorialità: il diritto del figlio al rapporto con entrambi i genitori

Nel diritto di famiglia contemporaneo il principio della bigenitorialità rappresenta uno dei cardini della tutela del minore. L’articolo 337-ter del Codice civile riconosce al figlio minorenne il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, ricevendo cura, educazione, istruzione e assistenza morale da entrambi. È importante comprendere un punto: non stiamo parlando semplicemente del “diritto del padre” o del “diritto della madre”, ma innanzitutto del diritto del figlio.

Quando non esistono situazioni di violenza, abuso, maltrattamento o concreto pericolo che giustifichino una limitazione dei rapporti, un genitore non può trasformare il proprio ruolo nella quotidianità del minore in uno strumento per cancellare l’altro. Eppure è proprio nelle separazioni più conflittuali che il figlio rischia di diventare il territorio sul quale due adulti continuano una guerra che avrebbe dovuto riguardare soltanto loro.

Alienazione parentale: oltre la definizione, contano i comportamenti

È inevitabile che vicende di questo tipo riportino al centro il controverso tema dell’alienazione parentale. Per anni si è discusso della cosiddetta PAS, Parental Alienation Syndrome, e della possibilità o meno di attribuirle un autonomo valore scientifico. Questa disputa, però, rischia di far perdere di vista la questione essenziale. Non abbiamo bisogno di una sigla per riconoscere determinati comportamenti: ostacolare sistematicamente gli incontri, denigrare l’altro genitore davanti al figlio, coinvolgere il minore nel conflitto degli adulti, alimentare paura, diffidenza o rifiuto, rendere progressivamente impossibili telefonate, visite e momenti di condivisione.

Sono i fatti che devono essere accertati ed è sui fatti che deve concentrarsi il diritto. La giurisprudenza ha progressivamente posto l’attenzione sulla verifica concreta delle condotte e sulla capacità di ciascun genitore di preservare, quando possibile e nell’interesse del minore, il rapporto del figlio con l’altro.

Cassazione e diritto genitoriale

Un precedente significativo è rappresentato dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 5757 del 23 marzo 2016, spesso richiamata nel dibattito sulla responsabilità derivante dalla compromissione del rapporto tra un genitore e il proprio figlio. In quella vicenda veniva esaminato il progressivo deterioramento della relazione tra una figlia e il padre e la condotta materna nell’ambito del conflitto familiare.

Il punto essenziale va oltre la discussione terminologica sull’alienazione parentale. Ciò che conta è accertare concretamente se determinate condotte abbiano contribuito a distruggere o compromettere ingiustificatamente una relazione familiare, perché dietro le categorie del diritto esistono persone e dietro ogni mancato incontro può esserci un compleanno perduto, un Natale trascorso lontano, una telefonata mai ricevuta, una confidenza mai fatta.

La lealtà genitoriale dopo una separazione

C’è poi un concetto di cui si parla ancora troppo poco: quello della lealtà genitoriale. Essere genitori dopo una separazione non significa soltanto provvedere economicamente ai figli, accompagnarli a scuola o occuparsi delle loro necessità quotidiane. Al contrario, equivale a riconoscere loro il diritto di amare l’altro genitore, persino quando noi abbiamo smesso di amarlo.

È probabilmente una delle prove più difficili che seguono la fine di una coppia: riuscire a distinguere il fallimento della relazione sentimentale dalla continuità della relazione genitoriale. Un uomo può essere stato un pessimo marito e continuare a rappresentare un padre importante. Una donna può essere stata una pessima compagna e rimanere una madre fondamentale. Naturalmente il discorso cambia radicalmente quando esistono violenze, abusi o condizioni di concreto pericolo. In quei casi la protezione del minore deve prevalere. Tuttavia, in assenza di simili condizioni, utilizzare un figlio per punire l’ex partner significa trasferire sui più piccoli il prezzo emotivo della guerra degli adulti.

Risarcimento da 240mila euro: può il denaro restituire il tempo perduto?

Ed eccoci alla cifra che inevitabilmente colpisce: 240mila euro di risarcimento. È una somma importante. Ma proviamo per un istante a dimenticare il numero e a pensare al tempo. Quanto valgono dieci anni? E quanto vale non vedere crescere una figlia? Quanto valgono le fotografie che non hai scattato, i compleanni ai quali non eri presente, le paure che non hai potuto consolare, i successi che non hai potuto festeggiare? Il diritto può riconoscere economicamente una lesione, ma il denaro non ricompra l’infanzia.

Ed è proprio per questo che il risarcimento del danno genitoriale assume un significato che supera il suo valore economico: quando viene accertata una responsabilità, afferma che la relazione tra genitore e figlio è un bene meritevole di tutela. Il tempo familiare non è un bene insignificante.

Non è una guerra tra padri e madri!

I vostri figli non sono figli vostri — Khalil Gibran, Il Profeta

Sarebbe profondamente sbagliato utilizzare casi come questo per alimentare l’ennesima contrapposizione tra uomini e donne. Questa non deve diventare una guerra dei padri contro le madri. E neppure delle madri contro i padri. Il problema è il comportamento di chi utilizza il figlio come strumento di conflitto e vale in entrambe le direzioni.

Allo stesso modo, non può essere sufficiente che un genitore dichiari di essere stato “alienato” perché automaticamente venga attribuita una responsabilità all’altro. Il rifiuto di un figlio può avere origini differenti, anche molto serie, e ogni situazione deve essere valutata attraverso fatti, prove, ascolto del minore e competenze professionali. È proprio per questo che occorre evitare le scorciatoie ideologiche. Non serve scegliere una squadra, ma proteggere i bambini.

La vera condanna sono gli anni che nessuno può restituire

C’è infine un elemento che nessuna sentenza riesce davvero a governare: il tempo. Il tempo della giustizia e quello dell’infanzia non procedono alla stessa velocità. Un procedimento può durare anni. Ma un bambino di sette anni, dopo cinque anni, ne avrà dodici. E ciò che non è accaduto durante quel periodo non può essere semplicemente ordinato da un giudice. Un tribunale può riconoscere un risarcimento, modificare le condizioni dell’affidamento, limitare la responsabilità genitoriale e sanzionare comportamenti illegittimi.

Non può restituire un’infanzia trascorsa ed è forse questo l’aspetto più doloroso delle vicende nelle quali un rapporto familiare viene compromesso. Possiamo discutere di alienazione parentale, responsabilità civile, bigenitorialità, risarcimento e diritto genitoriale. Alla fine rimane una domanda molto più umana che giuridica: quanto valgono dieci anni senza una figlia? E quanto vale una madre cancellata dalla vita di un figlio? La risposta non può essere contenuta in 240mila euro, né in qualsiasi altra cifra, perché quando una coppia finisce può finire l’amore tra due adulti. Non dovrebbe mai essere un adulto a decidere che debba finire anche l’amore di un figlio per l’altro genitore.

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Nato a Reggio Calabria nel 1972, è un consulente tecnico esterno al Senato della Repubblica, membro della Segreteria di Stato, consulente tecnico per le ambasciate italiane all'estero, Presidente e Fondatole dello Sportello Unico che raggruppa varie associazioni di disabili in tutta Italia. Attualmente, è anche Presidente dell'associazione nazionale "Itaca"

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