Benvenuti ad un nuovo appuntamento con Senti chi parla. Qualche tempo fa, proprio fra queste pagine, avevo affrontato uno dei luoghi comuni più diffusi sul mio mestiere: l’idea che per fare il doppiatore basti avere una bella voce. Un’affermazione che, detto con affetto, continua a farmi sorridere. Perché, come raccontavo allora, una bella voce può certamente essere piacevole da ascoltare, ma da sola non basta a costruire un personaggio. Perciò, oggi mi piacerebbe riprendere insieme a voi quel discorso e spingermi un po’ più in là.
L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è – Paul Klee
Prima della voce viene il personaggio: il pensiero è il suo vero copione
Nel nostro lavoro capita spesso di passare, nel giro di poche ore, da un personaggio all’altro. Nella stessa giornata possiamo dare voce a un ragazzo impacciato e pieno di entusiasmo, per poi entrare subito dopo nei panni di un antagonista freddo e spietato. A me è successo più volte: nel corso della mia carriera ho interpretato personaggi lontanissimi tra loro, dal giocatore 124, freddo e spietato, di Squid Game al timido e ironico Robbie Shapiro di Victorious.
La domanda, a questo punto, è inevitabile: com’è possibile che la stessa voce riesca a convincerci di appartenere a persone completamente diverse? Molti pensano che basti cambiare il tono della voce, renderla più grave, più acuta, più dura o più morbida. Certo, anche la tecnica ha il suo peso. Il ritmo, le pause, il respiro, il volume, le intenzioni: sono tutti strumenti fondamentali per un attore, tuttavia, vengono dopo.
Prima di tutto cambia il pensiero, perché un personaggio non parla semplicemente in un certo modo: pensa in un certo modo. È quel pensiero a guidare ogni parola, ogni esitazione, ogni silenzio. La voce, in fondo, non fa altro che seguirlo. È forse questo l’aspetto più affascinante del nostro lavoro, ma anche quello meno visibile. Interpretare un personaggio crudele non significa esserlo. Così come dare voce a una persona gentile non significa essere sempre buoni. L’attore non è chiamato a giudicare chi interpreta, ma a comprenderlo. A cercare dentro di sé emozioni, fragilità, paure o convinzioni che possano rendere autentica una storia, anche quando racconta qualcuno lontanissimo dal proprio modo di essere.
La voce è la conseguenza di un pensiero
È un concetto che vale dentro una sala di doppiaggio, ma anche nella vita di tutti i giorni. Pensiamoci un attimo. Quante volte pronunciamo la stessa frase con intenzioni completamente diverse? Basta un’emozione, una preoccupazione, un sorriso o un momento di rabbia per cambiarne il significato. Non è soltanto ciò che diciamo a comunicare chi siamo: è il modo in cui lo diciamo. E quel modo nasce quasi sempre da ciò che stiamo vivendo in quel preciso istante.
E chissà, magari è proprio questo che rende il doppiaggio così affascinante. Non prestiamo semplicemente una voce ai personaggi. Per qualche ora prestiamo loro il nostro modo di pensare, di respirare, di vivere una situazione. La voce arriva dopo. Quasi come una conseguenza naturale. E allora, la prossima volta che guarderete un film, una serie o un cartone animato, provate ad ascoltare con un’attenzione diversa. Non fermatevi a chiedervi se quella sia una “bella voce” o una “voce da doppiatore”.
Chiedetevi, piuttosto, se quella voce vi ha fatto dimenticare che dietro il microfono c’era un attore. Dopotutto, se è successo, significa che non avete ascoltato soltanto una voce. Avete ascoltato un pensiero. Ed è lì che nasce la vera magia del doppiaggio.
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Il posto giusto di una voce: diventare un personaggio rimanendo fedeli a se stessi – L’Opinione
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