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Nel panorama politico contemporaneo poche figure riescono a dividere l’opinione pubblica quanto Donald Trump. Amato da milioni di sostenitori e contestato con altrettanta forza dai suoi detrattori, è diventato negli anni qualcosa di più di un semplice leader politico: un fenomeno mediatico, culturale e persino emotivo. Il suo linguaggio diretto, l’esasperazione del conflitto, il bisogno costante di consenso e la costruzione di una narrazione centrata sulla propria immagine hanno spinto molti osservatori a interrogarsi non soltanto sulle sue strategie politiche, ma anche sulla struttura psicologica che alimenta il personaggio pubblico.
In questo contesto si inserisce l’analisi del suo profilo di Gianpaolo Furgiuele, che prova a leggere oltre la superficie della comunicazione e delle provocazioni, esplorando i tratti caratteriali, i meccanismi relazionali e le dinamiche profonde che avrebbero contribuito a costruire una delle personalità più controverse e influenti della scena internazionale degli ultimi decenni.
Più un uomo appare perfetto all’esterno, più diavoli ha dentro – Sigmund Freud
In effetti, Trump continua non solo a dividere il mondo politico e mediatico, ma anche (e ultimamente soprattutto) il campo della psichiatria e della psicoanalisi americana, dove la sua figura ha suscitato numerose polemiche. A tal proposito, Furgiuele, psicoanalista e saggista, che da anni lavora sui fenomeni culturali e politici contemporanei, e che ha già dedicato le sue analisi a figure come Jean-Luc Mélenchon, Emmanuel Macron e François Bayrou, alla luce delle recenti tensioni geopolitiche, propone oggi una sua lettura psicoanalitica di Trump, tra narcisismo politico, crisi del simbolico e trasformazione spettacolare della leadership contemporanea.
Il termine narcisismo è diventato quasi una formula automatica per descrivere Trump, ma rischia di essere troppo semplice. In psicoanalisi interessa soprattutto capire cosa produce quel tipo di funzionamento nella relazione con gli altri. Trump non costruisce soltanto un’immagine di sé grandiosa. Costruisce un legame emotivo con una parte dell’America. La sua forza politica nasce in questo spaccato. È una figura che polarizza perché funziona come uno specchio in cui alcuni vi vedono la liberazione mentre altri una minaccia inquietante.
Assolutamente si. Se lo fa il sociologo o il filosofo perché non dovrebbe farlo anche lo psicoanalista ? Anche Negli Stati Uniti esiste la Goldwater Rule, una regola «etica» che impedisce agli psichiatri di formulare diagnosi pubbliche su una persona mai incontrata clinicamente, una lettura simbolica resta possibile. La psicoanalisi serve anche a interrogare ciò che una figura politica rappresenta nell’inconscio collettivo. Diversi contributori descrivono un rapporto profondamente alterato con la realtà.
Altri parlano di un narcisismo patologico che assume una forma politica. Per quanto mi riguarda, e solo come ipotesi di lettura, propongo la nozione di delirio narcisistico, inteso come un’organizzazione psichica in cui il mondo intero si piega all’onnipotenza dell’Io. In termini lacaniani, colpisce soprattutto l’indebolimento della funzione del terzo simbolico.
Vale a dire di quell’istanza che introduce il limite, la contraddizione, la legge, la castrazione simbolica. In Trump sembra prevalere un rapporto immediato tra desiderio e parola. Ciò che viene detto tende a diventare verità semplicemente perché pronunciato dal soggetto stesso. Trump si definisce continuamente « eccezionale », « fantastico », « il più grande », « un genio ». Questa inflazione verbale supera la semplice retorica politica. Rivela un bisogno compulsivo di ammirazione. Lacan ricordava che il soggetto narcisistico cerca continuamente il proprio riflesso nello sguardo dell’altro. Trump sembra vivere in una campagna speculare permanente, dove il consenso diventa quasi una conferma ontologica della propria esistenza.
Trump ritorna in un momento di fatica democratica globale. Guerre, crisi economiche, saturazione informativa, sfiducia verso le élite. In questi contesti emergono spesso figure che promettono semplificazione e forza. Il suo discorso funziona perché è semplice : divide il mondo in vincitori e perdenti, amici e nemici, patrioti e traditori. È un linguaggio molto primario, quasi pulsionale. Se dovessi ancora una volta ecuperare Lacan sirei che Trump parla direttamente al registro immaginario. Utilizza immagini forti, slogan semplici, identificazioni massive, riduce lo spazio della mediazione simbolica e privilegia l’impatto immediato. È una politica della reazione istantanea. A ritmo dei media.
Ma sarebbe un errore considerarlo solo un incidente della storia. Trump è anche il prodotto di un cambiamento profondo del rapporto tra politica e immagine.
Trump rompe con la tradizione del leader politico come figura della competenza o della mediazione. Macron rappresenta ancora una forma di verticalità tecnocratica e con un bagaglio culturale non indifferente. Mélenchon incarna il tribun populaire, il conflitto ideologico. Bayrou, invece, è legato a una cultura della mediazione e della durata. Un mondo di cui sente la nostalgia e di cui la lingua diventa quasi sconosciuta alle masse.
Trump appartiene a un altro registro. È il primo grande leader occidentale nato completamente dentro la logica dello spettacolo contemporaneo. La politica diventa una tensione continua tra provocazione, branding personale e rapporto diretto con le emozioni collettive.
Credo sia un sintomo. E forse uno dei più importanti del nostro tempo. Trump mostra una crisi del rapporto alla verità. In una società stanca della complessità quello che conta davvero credo sia la capacità di generare emozione immediata in modo brutale ma semplice. Potrei dire che siamo davanti a un prodotto di un’epoca nervosa, frammentata in cui la politica assomiglia sempre più a una scena psichica collettiva.
Giorgia Meloni occupa uno spazio molto diverso rispetto a Trump. Trump lavora sull’eccesso, sulla saturazione permanente dello spazio mediatico, Meloni costruisce un’immagine più controllata, quasi disciplinata.
Donald Trump, quando lo Studio Ovale diventa un cabaret di deliri di onnipotenza – L’Opinione
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