Ho una discreta dimestichezza nell’uso dei social e in questi anni ho potuto constatare di persona che le buone notizie o le verità vengono accolte tiepidamente. A volte passano inosservate, mentre le fake news hanno un riscontro ben più rilevante. Ancora di più lo hanno le menzogne dette per ragioni di lucro. In aggiunta, generano una forma di odio e di cattiveria inaccettabile
Sono queste le parole con cui Gerry Scotti, nel corso delle ultime settimane, ha commentato le dichiarazioni che Fabrizio Corona ha fatto sul suo conto in una delle puntate del format Falsissimo. La riflessione del noto conduttore, al di là della vicenda in sé, offre uno spunto di riflessione piuttosto interessante. Difatti, egli ha parlato apertamente del “tritacarne mediatico” generato dalla diffusione di notizie false, sottolineando come, nel sistema attuale dell’informazione digitale, la verità sembri viaggiare sempre qualche passo indietro rispetto alla disinformazione!
D’altronde il meccanismo è noto e continua a dimostrarsi ogni volta più efficace. Basta un’accusa, un sospetto, una frase fuori contesto, e nel giro di poche ore si moltiplicano condivisioni, commenti e video che rielaborano il contenuto originario. Nel caso di Scotti, alcune affermazioni non supportate da prove concrete hanno generato una vera ondata di reazioni sui social, con considerazioni ostili e contenuti virali che hanno costretto il presentatore persino a limitare l’interazione sul proprio profilo Instagram.
Il punto, però, non è la singola polemica. Le piattaforme social, soprattutto X e TikTok, funzionano secondo logiche algoritmiche che privilegiano l’engagement, cioè la capacità di generare reazioni. Rabbia, indignazione e curiosità morbosa rappresentano carburante perfetto per la viralità. Le fake news, spesso costruite con titoli sensazionalistici o contenuti ambigui, riescono così a diffondersi con una velocità che l’informazione verificata fatica a raggiungere. Ma non è un fenomeno nuovo. Al contrario, già oltre un secolo fa Mark Twain osservava che
Una bugia può fare il giro del mondo mentre la verità si sta ancora allacciando le scarpe
Una frase che oggi, nell’era dei social network, sembra descrivere perfettamente il funzionamento dell’informazione digitale.
Lo stesso Scotti ha osservato come le notizie vere vengano accolte tiepidamente, mentre le falsità attirano immediatamente attenzione e condivisioni. È un fenomeno che riflette anche il comportamento degli utenti. Sempre più spesso ci si ferma al titolo, all’immagine o a un breve video, senza approfondire la fonte o verificare l’attendibilità delle informazioni. Il risultato è una catena di condivisioni che trasforma un sospetto in una convinzione collettiva.
Dentro questo meccanismo si inserisce un altro fenomeno tipico dell’ecosistema digitale: gli hate train, cioè le ondate di attacchi collettivi contro una persona o un argomento. Una volta che una notizia, vera o falsa, diventa virale, si crea una dinamica quasi automatica. Gli utenti si accodano, commentano, ironizzano o attaccano, spesso senza conoscere i fatti nel dettaglio. Nel nostro caso specifico, la diffusione di accuse non dimostrate ha alimentato contenuti denigratori, meme e video allusivi, fornendoci una chiara prova di quanto velocemente il dibattito online possa trasformarsi in un processo mediatico parallelo.
Il problema è che queste dinamiche raramente si fermano quando emergono smentite o chiarimenti. La correzione di una fake news difficilmente raggiunge lo stesso livello di diffusione della notizia falsa iniziale. E nel frattempo il danno reputazionale, personale o professionale, è già stato prodotto. Quando la tecnologia amplifica la disinformazione: a rendere il fenomeno ancora più complesso contribuisce l’evoluzione tecnologica. Oggi strumenti di intelligenza artificiale permettono di creare contenuti sempre più realistici, come video o audio deepfake che simulano dichiarazioni mai pronunciate.
In diversi casi recenti, ad esempio, contenuti falsi sono risultati talmente credibili da trarre in inganno anche utenti esperti, alimentando ulteriormente la circolazione di informazioni distorte. La conseguenza è una crescente difficoltà nel distinguere realtà e manipolazione, soprattutto in contesti social dove la velocità prevale sulla verifica.
Il dibattito sulle fake news viene spesso affrontato attribuendo la responsabilità alle piattaforme o ai creatori di contenuti. Ma esiste anche una responsabilità collettiva e condivisa, che riguarda il modo in cui gli utenti consumano e condividono le informazioni. Ogni condivisione rappresenta una scelta editoriale, anche inconsapevole. Ogni commento contribuisce a determinare la visibilità di un contenuto. In un sistema dominato dagli algoritmi, l’attenzione degli utenti diventa la vera moneta dell’informazione.
Pertanto, la riflessione sollevata dal conduttore televisivo, al di là delle polemiche, richiama la necessità di recuperare un approccio più critico verso ciò che leggiamo online. Significa rallentare, verificare le fonti, distinguere tra opinioni e fatti. Significa anche accettare che la viralità non coincide con la verità. I social network rappresentano uno straordinario strumento di comunicazione e partecipazione democratica, ma richiedono una nuova forma di alfabetizzazione mediatica. Senza questa consapevolezza, il rischio è quello di continuare a vivere in un ecosistema informativo in cui la notizia più rumorosa, e non quella più fondata, diventa automaticamente la più creduta. E forse la vera sfida, oggi, non è combattere le fake news. È imparare a non diventarne complici inconsapevoli.
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