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Galaxy Express 999 (1977), il treno dell’eternità: un viaggio alla ricerca dell’umanità

C’è stato un tempo in cui la fantascienza animata arrivava sugli schermi italiani in modo laterale, quasi clandestino. Non faceva rumore, non aveva il passo marziale dei robottoni né la rassicurante dicotomia bene/male. Galaxy Express 999, ad esempio, compariva nel palinsesto come un oggetto strano: un treno a vapore che attraversava lo spazio, una donna velata e silenziosa, un ragazzo povero che guardava le stelle come si guarda una promessa. E, episodio dopo episodio, raccontava qualcosa di molto più vicino alla vita adulta che all’intrattenimento per ragazzi.

Un cuore umano non può essere sostituito da una macchina — Galaxy Express 999, Leiji Matsumoto

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“Galaxy Express 999” e Leiji Matsumoto: la malinconia del futuro

L’idea di Galaxy Express 999 nasce dalla visione di Leiji Matsumoto, autore che ha fatto della malinconia una cifra stilistica. Nella sua fantascienza non c’è entusiasmo tecnologico: il futuro è stanco, segnato, spesso ingiusto. L’universo è vastissimo, ma la solitudine resta identica a quella terrestre.

Il mondo immaginato da Matsumoto è dominato da una promessa apparentemente irresistibile: l’immortalità, ottenibile grazie alla meccanizzazione del corpo. Vivere per sempre, però, significa rinunciare progressivamente a ciò che rende umani: empatia, dolore, memoria. La pellicola a cartone, o per meglio dire, il manga, nasce esattamente da questa frattura morale, trasformando la space opera in una parabola filosofica sul tempo e sulla morte.

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Masai e Maisha: un viaggio di formazione

Il protagonista, Masai (Tetsuro nell’originale), è un ragazzo orfano e povero, animato da un desiderio iniziale di vendetta e riscatto sociale. Vuole diventare un essere meccanico per non soffrire più, per non essere più vulnerabile. È una motivazione infantile, ma profondamente umana.

Accanto a lui viaggia Maisha (Maetel), una delle figure femminili più enigmatiche dell’animazione giapponese. Non è una semplice guida: è madre, sorella, spettro, memoria. Maisha accompagna Masai senza mai spiegarsi del tutto, come se appartenesse più al mito che alla realtà. Il loro rapporto è fatto di silenzi, sguardi e assenze: un legame che educa Masai non attraverso risposte, ma attraverso esperienze.

Il Galaxy Express non è un mezzo di trasporto, ma una struttura narrativa: ogni fermata è un mondo chiuso, una variazione sul tema dell’umanità perduta. Pianeti governati dal denaro, dall’ossessione per la bellezza, dalla paura della morte: microcosmi morali che riflettono i vizi del nostro presente.

“Un’altra Maisha”: identità e illusione

Tra i molti episodi, Un’altra Maisha resta uno dei più emblematici. Masai incontra una donna identica alla sua compagna di viaggio, che vive in una palude all’interno di una bolla e sembra incarnare una versione alternativa, fragile e destinata a dissolversi. Non è solo un gioco narrativo: è una riflessione sull’identità come costruzione instabile.

L’episodio suggerisce che le persone che amiamo sono anche proiezioni dei nostri desideri e delle nostre paure. La Maisha di fango non è falsa: è temporanea. Come tutte le relazioni, come la vita stessa. In pochi minuti, la serie riesce a parlare di perdita, attaccamento e accettazione con una delicatezza rarissima.

I film: la sintesi dell’epopea

Il successo della serie portò alla realizzazione di tre film che ne rielaborano e ampliano i temi. Il primo, Galaxy Express 999 (1979), è una versione più compatta e cinematografica del viaggio: meno episodica, più simbolica. Addio Galaxy Express 999 – Capolinea Andromeda (1981) spinge invece il racconto verso una dimensione più tragica e bellica, segnando la maturazione definitiva di Masai. Eternal Fantasy (1998), infine, ha il sapore di un ritorno crepuscolare: un’eco lontana di un universo che sembra già appartenere al passato.

I film non sostituiscono la serie, ma la reinterpretano: come se lo stesso mito venisse raccontato da angolazioni diverse, con consapevolezze nuove.

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L’arrivo in Italia: Oliver Onions e voci d’epoca

In Italia il progetto cinematografico e seriale arrivò nei primi anni Ottanta, in un contesto televisivo frammentato ma sorprendentemente ricettivo. La sigla Galaxy, firmata dagli Oliver Onions, contribuì in modo decisivo a creare l’immaginario emotivo della serie: una canzone dolce e malinconica, lontana dall’enfasi eroica di molte sigle coeve.

Il doppiaggio italiano, oggi inevitabilmente datato, conserva un valore storico e affettivo. Le voci non cercavano l’enfasi, ma accompagnavano il tono riflessivo della narrazione. Anche le differenze tra il doppiaggio televisivo e quello dei film raccontano un’epoca in cui l’animazione giapponese veniva adattata più per necessità che per strategia culturale.

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Un classico sommerso

Galaxy Express 999 è rimasto a lungo un classico sommerso: amato, ricordato, ma raramente discusso con la serietà che merita. Eppure è una delle opere che meglio hanno saputo parlare di morte ai bambini senza tradirli, di crescita agli adulti senza semplificare.

Il suo treno continua a viaggiare perché non promette salvezza, ma consapevolezza. Non offre l’eternità, ma il coraggio di accettare il tempo. In un’epoca ossessionata dalla permanenza e dalla performance, esso resta una lezione silenziosa: siamo preziosi proprio perché destinati a finire.

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Filippo Kulberg Taub

Studioso e appassionato di cinema internazionale. Ha dedicato i suoi studi alle grandi figure femminili del cinema del passato specializzandosi alla Sapienza di Roma nel 2007 e nel 2010 su Bette Davis e Joan Crawford. Nel 2016 ha completato un dottorato di ricerca in Beni culturali e territorio presso l’Università di Roma, Tor Vergata con una tesi sull’attrice israeliana Gila Almagor. Ha scritto diversi saggi e articoli di cinema e pubblicato l’autobiografia inedita in Italia di Bette Davis, Lo schermo della solitudine (Lithos). Oggi insegna Lettere alle nuove generazioni cercando sempre di infondere loro fiducia e soprattutto amore per la storia del cinema.

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