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Una tomba per le lucciole (1988), l’ennesimo capolavoro dello Studio Ghibli: un bagliore di speranza tra gli orrori della guerra

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Una tomba per le lucciole

Una tomba per le lucciole: Kōbe, città giapponese, 21 settembre 1945. Il giovane Seita, ormai privo di forze, si accascia ai piedi di un binario davanti allo sguardo incurante dei passanti e muore. Muore di fame, muore per la mancanza d’interesse di un paese che ha affrontato e ha perso il secondo conflitto mondiale. Seita muore per l’indifferenza delle persone troppo occupate a pensare a salvare le proprie vite. Inizia un lungo flashback. Ci troviamo a giugno del 1945 e la guerra tra il Giappone e l’America continua estenuante. Il ragazzino vive con la sorella e la madre malata di cuore quando iniziano i bombardamenti nel loro villaggio. Durante la fuga verso il rifugio, Seita e la sorella minore Setsuko perdono i contatti con la loro madre e cercano riparo.

Finito il primo di una serie di bombardamenti aerei, i due fratelli scoprono con orrore che la madre è rimasta gravemente ferita e di lì a poco perderà la vita. Con il padre impegnato come ufficiale nella Marina militare giapponese, i due giovani sono costretti a chiedere ospitalità ad una zia poco incline alla presenza di bambini e non tollerante in quel momento di difficoltà generale.

Dopo una serie di angherie, Seita decide di scappare da quella casa e di andare a vivere insieme alla sorellina nel rifugio. Entusiasti, portano con loro il riso guadagnato, una bambola e quel poco che riescono a racimolare. La caverna viene riempita di lucciole e nella fantasia dei bambini, quel luogo angusto, diventa il posto del cuore…finché la piccola Setsuko non inizia a sentirsi male per la mancanza di cibo.

Un viaggio verso il passato in “Una tomba per le lucciole”

Credit: Filippo Kulberg Taub

Prodotto da Hayao Miyazaki, a capo dello Studio Ghibli, Una tomba per le lucciole è un pugno nello stomaco dall’inizio alla fine. Diretto egregiamente dal compianto Isao Takahata, il film è un continuo percorso a ritroso nelle vite dei due piccoli protagonisti, all’inizio forse ignari della guerra circostante e poi pienamente consapevoli degli orrori della Seconda Guerra Mondiale.

Analizzato dal punto di vista di due innocenti ragazzini giapponesi, due fratelli coraggiosi ma con pochissimi mezzi, il film d’animazione giapponese di Takahata scandalizzò il pubblicò di fine anni Ottanta per il troppo realismo. Inspirato probabilmente all’idea del neorealismo cinematografico italiano degli anni Quaranta, il regista traspone l’opera semi autobiografica dello scrittore e cantante Akiyuki Nosaka per realizzare un film difficile, amaro e tristemente cruento.

Non adatto ad un pubblico sensibile, Una tomba per le lucciole deve essere visto e spiegato dagli adulti per far capire non solo le atrocità della guerra ma anche per parlare del tema dell’indifferenza.

Le scene con la zia dei due protagonisti lasceranno lo spettatore con l’amaro in bocca e con il desiderio di prendere una macchina e di investire la cara zietta. Per nulla scoraggiati, Seita e Setsuko sono l’emblema della guerra e dei suoi orrori.

Cosa simboleggiano le lucciole?

Nell’eterna lotta tra vincitori e vinti, le lucciole diventano insieme ai due ragazzini lo spirito dei ricordi e della bellezza. L’amore e la fratellanza che vivono come i ricordi di un’estate sola. Si dice che abbiano un ciclo vitale della durata massima di tre anni di cui due passati in stato larvale. Quando diventano finalmente lucciole, solo le femmine hanno la bioluminescenza che ha lo scopo di attirare i maschi per l’accoppiamento. Dopodiché la loro vita sarà breve come il battito delle ali delle farfalle.

Credit: Filippo Kulberg Taub

Sebbene sia stato ridoppiato nel 2015 dall’abruzzese Gualtiero Cannarsi e ridistribuito con il titolo La tomba delle lucciole, il capolavoro di Takahata, fortemente sostenuto e voluto da Miyazaki, rimane una pietra miliare degli Anime giapponesi passati un po’ in sordina per via delle tematiche difficili da digerire per un popolo imperiale che perse la guerra e che pagò caro le conseguenze del conflitto mondiale.

Da ricordare soprattutto l’interpretazione della piccola Setsuko e della sua scatola di caramelle. Rimarrà nel cuore di ognuno di noi o almeno è rimasta nel mio.

Non deve passare il messaggio che questo film sia un semplice cartone animato paragonabile a film dello stesso rango come Porco Rosso o La città incantata.

Per tutti quelli che desiderano cimentarsi con un film sui generis, appartenente ad un’altra generazione e soprattutto ambientato ai tempi della Seconda Guerra Mondiale, che sceglie volutamente di evitare speculazioni di sorta, a tutti voi, questa pellicola è dedicata.

Buona visione!

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Studioso e appassionato di cinema internazionale. Ha dedicato i suoi studi alle grandi figure femminili del cinema del passato specializzandosi alla Sapienza di Roma nel 2007 e nel 2010 su Bette Davis e Joan Crawford. Nel 2016 ha completato un dottorato di ricerca in Beni culturali e territorio presso l’Università di Roma, Tor Vergata con una tesi sull’attrice israeliana Gila Almagor. Ha scritto diversi saggi e articoli di cinema e pubblicato l’autobiografia inedita in Italia di Bette Davis, Lo schermo della solitudine (Lithos). Oggi insegna Lettere alle nuove generazioni cercando sempre di infondere loro fiducia e soprattutto amore per la storia del cinema.

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