Meta ha annunciato che, a partire dall’8 maggio 2026, non sarà più possibile proteggere i messaggi diretti di Instagram con la crittografia end-to-end. Ciò significa che il colosso del digitale potrà accedere tecnicamente ai contenuti delle nostre conversazioni private e questo stop all’opzione di attivare la crittografia, a ben guardare, è a mio avviso una scelta politica che ci riguarda e sulla quale dovremmo tutti riflettere attentamente.
Noi di Apple crediamo che la privacy sia un diritto umano fondamentale
— Tim Cook, discorso alla International Conference of Data Protection & Privacy Commissioners, Bruxelles, 24 ottobre 2018.
C’è un modo silenzioso, in effetti, di cambiare le regole del gioco: far passare una scelta politica, di politica aziendale, come un aggiornamento tecnico che non ha risvolti sul piano dei diritti. Ed è quanto accade con la decisione di Meta di eliminare la crittografia end-to-end dai messaggi diretti di Instagram, offrendo come alternativa un altro social network di proprietà (WhatsApp). La motivazione ufficiale è semplice: pochi utenti la utilizzavano, ed è vero, ma è un argomento fragile. Se una funzione non è attiva di default, è poco visibile e non è mai stata incentivata, ciò non prova che sia una funzione inutile; semmai si potrebbe arguire che è stata progettata per restare marginale.
In Italia solo il 45,8% della popolazione possiede competenze digitali di base. Eppure:
Siamo immersi nel digitale, ma non lo governiamo davvero. In questo scenario, parlare di “scarso utilizzo” della crittografia equivale a confondere l’assenza di consapevolezza con l’assenza di un bisogno di privacy, di un diritto umano sacro, di tutela della corrispondenza privata.
La crittografia è una di quelle tecnologie che tutti usano, ma che pochi conoscono davvero. Si tratta di una delle infrastrutture invisibili della vita digitale contemporanea. Protegge le nostre chat, le password, le operazioni bancarie, i documenti sensibili, e in generale tutto ciò che non vogliamo esporre allo sguardo di chiunque. In un’epoca in cui la comunicazione avviene sempre più attraverso piattaforme private e dispositivi connessi, parlare di crittografia significa parlare di libertà, riservatezza e fiducia. Non è un dettaglio tecnico per specialisti: è una condizione concreta della cittadinanza digitale.
Questa protezione raggiunge il suo livello più alto perché il messaggio viene cifrato alla partenza e può essere decifrato soltanto dal destinatario. In teoria, nessun altro soggetto lungo il tragitto — né un hacker, né un intermediario, né la stessa piattaforma che ospita il servizio — può leggerne il contenuto in chiaro. In un social come Instagram, dove la dimensione pubblica e quella privata convivono continuamente, questa tecnologia rappresenta una barriera importante contro abusi, intrusioni e indebita sorveglianza.
Dietro la scelta di Meta si intravede una pressione crescente: governi, intelligence, e forze dell’ordine chiedono più accesso ai contenuti per prevenire e contrastare reati. Obiettivi anche legittimi se vogliamo, chi può negarlo… Ma fino a che punto è accettabile ridurre la privacy di tutti per aumentare la sicurezza? Dal prossimo 8 maggio, la crittografia, e con essa la privacy delle comunicazioni di Instagram, diventano variabili negoziabili.
In concreto le chat diventano dati. Senza crittografia, difatti, le conversazioni non sono più solo comunicazione e diventano inevitabilmente:
Nel linguaggio delle piattaforme, diventano “valore”. Non è una deriva teorica: l’Ufficio del Garante della privacy e della protezione dei dati personali ha già segnalato il rischio di raccolta massiva di dati (web scraping) per addestrare modelli AI. E se l’utente non lo capisce, non sceglie. Se non sceglie, rinuncia a un suo diritto. E così, perdiamo tutti qualcosa!
Dall’8 maggio 2026 per mano di Meta la privacy di Instagram diventa una funzione selettiva, accessibile a chi vuole cercarla altrove (si invita a passare a WhatsApp). Attenzione: in un Paese dove meno della metà ha competenze digitali di base questo cambiamento rischia di far perdere un grado di libertà e di tutela, con una ingiusta discriminazione verso coloro che non sono sufficientemente alfabetizzati. Su questo fronte si innestano discorsi sulla demografia, sull’età media della popolazione, sulle competenze “digitali” necessarie a condurre una vita dignitosa, sul diritto ad invecchiare senza subire una perdita del contatto con la realtà…
In questa crepa appena accennata la crittografia smette di apparire come una materia da specialisti e diventa una questione politica e civile. Se la protezione delle comunicazioni private viene confinata dentro percorsi nascosti, impostazioni non intuitive o scelte che richiedono familiarità tecnica, siamo davanti a un privilegio riservato ai più competenti.
L’articolo 12 della Dichiarazione universale dei diritti umani e l’articolo 17 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, vietano interferenze arbitrarie o illegali nella vita privata e nella corrispondenza, mentre l’articolo 26 dello stesso Patto, impone uguale protezione della legge senza discriminazioni. Se solo chi possiede competenze digitali avanzate riesce ad attivare strumenti di tutela come la crittografia end-to-end, il rischio è che un diritto formalmente universale diventi socialmente selettivo.
Il punto, allora, non riguarda soltanto l’innovazione, ma la giustizia dell’innovazione. Il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, all’articolo 15, riconosce a tutti il diritto di godere dei benefici del progresso scientifico e delle sue applicazioni. Sarebbe paradossale che proprio una tecnologia nata per proteggere la libertà personale finisse per accentuare diseguaglianze di accesso e comprensione.
La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, inoltre, agli articoli 9 e 21, collega in modo molto chiaro la dignità all’accessibilità delle informazioni, delle comunicazioni e delle tecnologie digitali.
Per le persone anziane non esiste ancora una specifica convenzione ONU dedicata; tuttavia l’OHCHR riconosce che i loro diritti sono già impliciti nei grandi trattati internazionali e segnala espressamente che il divario digitale degli anziani incide sull’accesso a servizi, informazioni e diritti fondamentali. In questa prospettiva, il diritto a invecchiare senza perdere contatto con la realtà tecnologica – anticipato sopra – non è un capriccio generazionale. È una frontiera concreta di uguaglianza sostanziale, coerente anche con i Principi ONU per le persone anziane e con il Piano di Madrid sull’invecchiamento, che chiedono autonomia, programmi educativi adeguati e ambienti realmente abilitanti.
Il quadro normativo europeo è chiaro:
Più si chiede alle piattaforme di controllare, più si legittima l’accesso ai contenuti. È una tensione strutturale, sistemica. Il rischio meno evidente, ma drammaticamente concreto, è che l’effetto che si produrrà sia esattamente l’opposto rispetto alle (buone) intenzioni del legislatore.
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