Le Nostre Rubriche

Manicomio immaginario: e se i veri malati fossimo noi?

A cura di Fabrizio Ranzani

Entrare in un manicomio immaginario è un esercizio che questo racconto ci impone quasi con brutalità. Non per spaventarci, ma per mostrarci un riflesso: quello di un grande salone pieno di individui immersi ciascuno nella propria narrazione, convinti di essere Napoleone, Sherlock Holmes, un impiegato indaffarato o un viaggiatore in attesa di un treno che forse non passerà mai. Ognuno concentrato sul proprio mondo interno, completamente inconsapevole degli altri mondi che gli vivono accanto. Ognuno impegnato, produttivo, determinato. Ognuno perfettamente certo che ciò che fa sia importantissimo.

E noi? Siamo così diversi? O siamo parte del manicomio immaginario?

A guardarli dall’alto, quei personaggi sembrano vivere in un piano esistenziale multidimensionale, dove realtà e immaginazione si sovrappongono fino a diventare indistinguibili. Ogni oggetto – un semplice ombrello, per esempio – si trasforma magicamente in ciò che serve alla narrazione del singolo: una spada, una prova del delitto, una valigia in viaggio. Esattamente come accade a noi, che trasformiamo un’email urgente in un’emergenza vitale, una scadenza fiscale in un nemico da combattere, una riunione in una battaglia decisiva.

Gli uomini si affannano per cose che non contano

Cosi scriveva Seneca. E sembra quasi che abbia previsto tutto questo.

Perché il racconto, dietro la sua atmosfera surreale, ci suggerisce qualcosa di più inquietante: le persone in quel manicomio immaginario non cambiano mai scena. Dieci anni dopo sono ancora lì, identiche, immerse negli stessi ruoli, negli stessi sogni, negli stessi impegni. Proprio come molti di noi, intrappolati in un ciclo di attività che scambiamo per vita, ma che forse è solo routine travestita da scopo.

La parte più disturbante arriva alla fine: la rivelazione che i manicomi non sono più necessari perché abbiamo interiorizzato da soli le loro dinamiche. La nostra epoca ha sostituito le pareti di cemento con un meccanismo mentale invisibile, dis-logico, ossia quasi con un pensiero illusorio che ci fa correre dietro obiettivi che non abbiamo scelto davvero, MacGuffin perfetti – lavoro, progetti, notifiche, scadenze – che ci fanno sentire protagonisti mentre, in realtà, siamo solo attori inconsapevoli su un palcoscenico che non controlliamo.

Il messaggio finale ci colpisce come uno schiaffo: dove crediamo di essere? In un ufficio? In una stazione? In un salotto? O dentro un gigantesco salone esistenziale, identico a quello del manicomio descritto? Forse la domanda vera non è se siamo pazzi. La domanda vera è: siamo svegli?

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La Redazione

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