“M – Il figlio del secolo”: quando la fiction si ferma dove la Storia comincia

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Luca Marinelli in "M - figlio del secolo".
Credit Sky.

Che M – Il figlio del secolo sia, per ora, “monca” non è un dettaglio estetico: è un fatto politico e culturale. La prima stagione si chiude sul 3 gennaio 1925, con il discorso in Parlamento in cui Benito Mussolini si assume “la responsabilità politica, morale, storica” del clima seguito al delitto Matteotti. Proprio lì dove la storia si fa più tragica – leggi fascistissime, dittatura, militarizzazione di massa della gioventù con l’Opera Nazionale Balilla, leggi razziali, guerre coloniali – la macchina narrativa si ferma.

Con l’appello ai liberi e forti del 1919, Sturzo prova a costruire un cattolicesimo democratico, pluralista, anti-assolutista, che rifiuta l’idea di partito unico e di Stato onnivoro.

A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini supremi della patria, senza pregiuidizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnino nella loro interezza gli ideali di giustizia e di libertà. […] Ci presentiamo nella vita politica con la nostra bandiera morale e sociale, ispirandoci ai saldi principii del cristianesimo che consacrò la grande missione civilizzatrice dell’Italia; missione che anche oggi, nel nuovo assetto dei popoli, deve rifulgere di fronte ai tentativi di nuovi imperialismi, di fronte a sconvolgimenti anarchici di grandi imperi caduti, di fronte a democrazie socialiste che tentano la materializzazione di ogni idealità, di fronte a vecchi liberalismi settari che nella forza dell’organismo statale centralizzato resistono alle nuove correnti affrancatrici […] – don Luigi Sturzo.

Frame di un episodio della serie/Credit: courtesy of Sky

La serie “M – Figlio del secolo” ci rammenta quanto non conosciamo la Storia del ‘900

In un Paese dove la conoscenza del Novecento è sempre più scarsa, fermarsi sul delitto Matteotti è un segno. E il segno parla chiaro: rischiamo di consegnare alle nuove generazioni un fascismo da fumetto – facce grottesche, battute, violenza, crimini e volgarità – senza mostrare fino in fondo il costo umano, istituzionale, politico, democratico e morale di quel ventennio maledetto. “M – Il figlio del secolo“, poi, nasce in una zona grigia: è fiction tratta da un romanzo storico, non da un saggio. Eppure l’apparato visivo imita il documentario: bianco e nero, date in sovrimpressione, materiali d’epoca, voce “storica” del Duce.

Il contratto comunicativo è ambiguo:
– la forma promette “storia vera”;
– la sostanza resta romanzesca: dialoghi inventati, tempi compressi, personaggi caricati verso il grottesco.

Per lo spettatore la scorciatoia è inevitabile: se sembra documentario, allora dev’essere andata proprio così. È su questo scarto – tra patto di veridizione e libertà narrativa – che non si fanno attendere le critiche degli storici.

Gli storici contrari: svarioni, caricature e storia mancata

Tra coloro che rivolto critiche alla serie televisiva, infatti, ci sono ad esempio Giordano Bruno Guerri, che parla di “errori, svarioni e forzature ridicole e grossolane”, tali che la serie somigli a un’opera storica “quanto un cammello a un cavallo”. Secondo lui, la lettura è “di parte, piena di strafalcioni e pregiudizi”, e non restituisce una visione seria del Ventennio. Gianni Oliva, invece, la definisce una fiction che si traveste da documentario: accumula stereotipi, procede a colpi di psicologia del Duce e della sua corte, ma non fa comprendere davvero la dinamica dell’ascesa fascista, la crisi dello Stato liberale, il ruolo delle masse e delle élite.

Altri studiosi parlano di una fiction moralistica, più interessata a confermare sensibilità contemporanee che a misurarsi con la complessità del regime.

La fonte? Un romanzo ideologicamente orientato

Il testo usa un codice di verità, il linguaggio del documentario, per veicolare un contenuto che resta, in larga parte, romanzo ideologicamente orientato. È qui che “M – il figlio del secolo” rischia di trasformarsi da occasione in equivoco. Basti pensare che la serie dedica a Giacomo Matteotti un episodio forte, emotivamente riuscito, ma se lo isola dal suo retroterra socialista, rischia di ridurlo a un martire individuale.

In realtà Matteotti porta in Aula tutta la storia del socialismo riformista. Dopo l’espulsione dei gradualisti dal PSI, nel 1922 nasce il Partito Socialista Unitario (PSU), di cui Matteotti diventa segretario nell’ottobre dello stesso anno. Alle elezioni del 1924 il PSU è la componente socialista più votata: circa 423.000 voti e 24 deputati, in un contesto segnato dalla legge Acerbo che assegna il 65% dei seggi alla lista più votata.

Il 30 maggio 1924 Matteotti non pronuncia un generico j’accuse: presenta una denuncia minuziosa su brogli, violenze, intimidazioni ai seggi, e chiede l’annullamento delle elezioni. Dieci giorni dopo viene rapito e ucciso da una squadra fascista.

Quel discorso mette a nudo il tradimento del patto democratico, e paga con la vita. Se lo si stacca dal background socialista – partito, comuni amministrati, sindacato, cultura riformista – il garofano all’occhiello resta un semplice accessorio scenico, non il segno di una tradizione che il fascismo intende cancellare.

Sturzo e i popolari: il cattolicesimo che non si inginocchia

Sul versante cattolico, la figura di don Luigi Sturzo mostra che non esistono solo “cattolici col Duce” e “laici contro il Duce”. Nel 1923 Sturzo viene sostanzialmente costretto a dimettersi dalla segreteria del Partito Popolare su pressione vaticana, proprio mentre arriva la legge Acerbo; poco dopo sceglie l’esilio (Londra, poi Stati Uniti). Se restiamo alla superficie, il mondo cattolico appare come blocco uniforme in cerca di un accordo col regime. Se guardiamo sotto, vediamo uno scontro interno: una parte del cattolicesimo italiano non si riconosce nel partito-Stato fascista e paga per questo un prezzo altissimo.

La serie, concentrandosi su poche figure “forti”, lascia spesso ai margini questi conflitti.

E i Savoia? Sembra non vadano oltre il nano da giardino

Altro bersaglio di semplificazione è la dinastia Savoia. Vittorio Emanuele III è spesso ritratto come una figurina quasi comica: basso, timido, imbambolato. Che fosse di carattere schivo è accertato; che fosse solo una macchietta, molto meno.

Sotto lo Statuto albertino, il re:

  • nomina il presidente del Consiglio;
  • comanda formalmente le forze armate;
  • firma le leggi e può rifiutarsi di firmarle.

La storiografia ha mostrato come Re Vittorio Emanuele III abbia avallato i passaggi chiave dell’ascesa fascista: rifiuta di firmare lo stato d’assedio durante la marcia su Roma, nomina Mussolini. Se lo riduciamo a “re piccolino e confuso”, la responsabilità istituzionale della monarchia si dissolve nel folklore. Il fascismo scivola dal livello strutturale (Stato, Corona, burocrazia) al livello caratteriale (un sovrano troppo debole), scaricando sul temperamento ciò che appartiene alle decisioni politiche.

Papa, Patti, Azione Cattolica: la Chiesa non è un monolite

Anche la Chiesa cattolica, in “M – il figlio del secolo”, rischia di apparire come blocco perfettamente allineato al regime. È vero che il Vaticano cerca nel fascismo l’interlocutore per chiudere la “questione romana” e che la marginalizzazione di Sturzo ha anche radici ecclesiastiche.

Ma la vicenda è molto meno lineare: Fascismo e Chiesa si contendono ampi settori chiave della società, ma lo fanno con strumenti diversi. La serie non esplicita questo conflitto come tale.

Arnaldo Mussolini: il fratello-ombra, assente, tra propaganda e mediazione

Dentro il “cerchio magico” del Duce, la figura di Arnaldo Mussolini è decisiva, ma nella fiction non è problematizzata. Giornalista, nato nel 1885, Arnaldo dirige Il Popolo d’Italia e diventa uno dei principali architetti del discorso pubblico fascista.

Arnaldo è il fratello-ombra:
– all’esterno, costruisce la maschera pubblica del Duce;
– all’interno, funziona da mediatore in conflitti che potrebbero mettere a rischio l’immagine “pacificata” del regime;
– verso il futuro, contribuisce a elaborare una sorta di “mistica fascista” destinata alle nuove generazioni.

La sua quasi-assenza dalla fiction taglia via un pezzo chiave: il fascismo come famiglia allargata, fatta di fratelli, cognati, apparato propagandistico, e non solo di un uomo solo (al balcone).

“Cesarino” Rossi: dall’eminenza grigia alla spalla grottesca

M - il figlio del secolo
Francesco Russo interpreta Cesare Rossi, uno dei più fidati collaboratori di Mussolini, in “M – Il figlio del secolo”/Credit: courtesy of Sky

Accanto ad Arnaldo c’è un’altra figura che la serie mette in scena ma tende a caricaturizzare: Cesare “Cesarino” Rossi.

Storicamente, Rossi è tutto fuorché un personaggio secondario:

  • nasce nel 1887, ha un passato da socialista e sindacalista rivoluzionario;
  • è tra i fondatori del fascio d’azione rivoluzionaria con Mussolini, de Ambris e Corridoni;
  • partecipa alla nascita dei Fasci di combattimento e alla marcia su Roma;
  • diventa capo dell’ufficio stampa della Presidenza del Consiglio e poi vicesegretario del PNF, membro del Gran Consiglio;
  • è tra i principali organizzatori della cosiddetta “Ceka fascista”, il nucleo di polizia politica che agisce per conto diretto di Mussolini.

Coinvolto nel delitto Matteotti, Rossi si dimette da tutte le cariche nel giugno 1924, si dà alla latitanza e poi si consegna alla giustizia. Nel dicembre, il quotidiano Il Mondo pubblica il suo celebre “memoriale Rossi”, in cui scarica la responsabilità politica del delitto su Mussolini e denuncia la Ceka fascista come strumento di crimini di Stato. Prosciolto per amnistia, fugge in Francia, viene attirato con un tranello a Campione e condannato dal Tribunale speciale a trent’anni di carcere; dopo un lungo periodo di detenzione e confino a Ponza, nel dopoguerra torna a scrivere libri sul Ventennio.

“Cesarino” Rossi è rappresentato come il braccio destro fedele e nervoso, quasi una spalla grottesca del Duce: l’uomo che esulta, che si agita, che finisce travolto dagli eventi. Per lo spettatore, “Cesarino” resta il nome di un comprimario, quasi “l’amico del capo” un po’ isterico.

Ma cosa ci dice la storia?

Per la storia, al contrario, Cesare Rossi è una lente preziosa per capire:

  • la continuità tra sindacalismo rivoluzionario, violenza e fascismo;
  • il ruolo dell’ufficio stampa nella costruzione del potere mediante la propaganda;
  • le fratture interne al regime esplose con il caso Matteotti.

Inoltre, il fascismo non è stato solo Mussolini, ma una rete di attori (famiglia Mussolini, eminenze grigie, gerarchi di partito, industriali, criminali, corrotti e corruttori, analfabeti e letterati); una monarchia che ha scelto di non esercitare i propri poteri; una Chiesa divisa tra compromesso e conflitto; partiti socialisti e popolari che hanno provato a resistere e sono stati schiacciati; un progetto di egemonia totale sulla gioventù.

Insomma, “M – Il figlio del secolo” non salverà da sola la memoria del Novecento italiano. Ma, se intrecciata con il lavoro degli storici e con le vite di coloro che si sono saputi opporre, può ancora aiutarci a tenere aperta la domanda più scomoda: come è stato possibile? E proprio per continuare a farci questa domanda – invece di archiviarla in una bella fotografia in bianco e nero – che avrebbe senso vedere nascere una seconda stagione!

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Studioso di comunicazione, semiotica e vessillologia. Esploratore, attivista culturale e saggista. Già consigliere comunale e militante radicale "contro la pena di morte". Laurea in relazioni pubbliche (Iulm, Milano), diplomi di alta formazione nel pensiero filosofico di Tommaso d’Aquino e Anselmo d’Aosta presso atenei pontifici; “Esperto in criminologia esoterica”, master in bioetica. Tra i suoi interessi di ricerca: diritti umani, peace studies, hate speech online, analfabetismo religioso. Da oltre dieci anni Ministro della Chiesa di Scientology e rappresentante italiano dello scrittore statunitense L. Ron Hubbard.

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