Ey Irân, ey marz-e por gohar… (“O Iran, o terra ricca di gemme preziose…”)
Sono queste le parole con cui un ragazzo di origine iraniana, attualmente qui in Italia da oltre un decennio, ha voluto iniziare la nostra conversazione. Si tratta di un estratto dell’inno patriottico persiano Ey Iran, quello che lui chiama il loro “anthem originale“. Da diversi mesi, infatti, il loro Paese è al centro della cronaca internazionale, dapprima per via della grande rivoluzione innescata dalla popolazione lo scorso gennaio contro il regime oppressore degli Ayatollah e poi, a partire dal 28 febbraio, a causa di un conflitto armato ordinato in maniera congiunta da Donald Trump e Benjamin Netanyahu con l’obiettivo, almeno sulla carta, di rovesciare definitivamente la Repubblica Islamica e che sta destabilizzando l’intero Medio Oriente.
Ciò nonostante, si sa, quando una guerra assume una cassa di risonanza globale, a scomparire per prime sono proprio le voci da cui tutto è partito, ossia quelle dei cittadini. Certo, restano le dichiarazioni ufficiali, le analisi geopolitiche, le immagini, le mappe strategiche, le accuse reciproche, le fake news, le smentite, le narrazioni propagandistiche e gli schieramenti di parte. Ma restano anche le semplificazioni ed è dietro a quest’ultime che solitamente si perde qualcosa di essenziale: la realtà vissuta dalle persone.
Proprio per questo, come già fatto in precedenza e come continuerò a fare finché ne avrò la possibilità, ho scelto di continuare a raccogliere le testimonianze dirette di chi quella guerra la sta vivendo, se non sulla propria, sulla pelle dei propri cari e familiari, nella speranza di poter restituire un degno spazio a quelle voci continuamente sovrastate dai filtri della geopolitica e della propaganda. D’altronde, al momento l’Iran è divenuto uno di quei luoghi in cui la distanza tra racconto e fatti è sempre più forte e, al tempo stesso, sempre più evidente. Se da un lato, in effetti, ci sono i ‘resoconti ufficiali nazionali’ di un regime che nessuno sembra più volere, dall’altro ci sono quelli delle potenze straniere che, il più delle volte, rischiano di essere influenzati da interessi strategici e che, di conseguenza, potrebbero mancare di piena autenticità.
Ciò che puntualmente ci sfugge, però, è che nel mezzo ci sono milioni di persone che vivono una realtà molto più complessa di quella che appare nei titoli dei giornali o che qualsiasi articolo, incluso quello che state leggendo ora, sarebbe in grado di ricostruire pienamente. Uomini e donne che non si identificano necessariamente con il regime che le governa, ma che non si riconoscono neppure nelle letture occidentali della loro situazione. Insomma, gente che porta sulle spalle quasi mezzo secolo di repressione, di rivolte, di speranze e di disillusioni, ma che quasi mai, se non in quei casi in cui bisogna contare le vittime, viene considerata come il soggetto attivo e principale della narrazione.
Ed ecco perché, dopo le nostre prime conversazioni avute a gennaio, Mobin, Doran e Ashkan Masti, tra gli altri, hanno scelto di tornare a parlare con me. Nelle loro testimonianze, che vi riporterò qui di seguito, si percepisce chiaramente una profonda sensazione di isolamento e la consapevolezza di chi è ben conscio di parlare da una posizione estremamente vulnerabile: con familiari ancora in Iran e senza notizie certe sulla loro sicurezza, tendendo costantemente in considerazione che ogni nuovo bollettino di guerra potrebbe trasformarsi in una tragedia personale. Le loro parole arrivano direttamente dal più profondo del cuore e nascono dalla rabbia, dalla paura, dalla frustrazione e persino da una speranza ostinata che il futuro possa essere diverso dal presente. Per carità, ci restituiscono soltanto una piccola parte del quadro, ben più ampio, della complessità storica e sociale del Paese, ma ci aiutano sicuramente, seppur solo per un momento, ad osservarlo e ad ascoltarlo.
“Siamo al cento per cento stressati e spaventati a causa della situazione attuale in Iran. Tuttavia, considerando gli ultimi avvenimenti, non posso di certo dire che il cento per cento della popolazione sia soddisfatto, ma posso affermare con sicurezza che circa l’ottanta per cento del popolo iraniano è soddisfatto del conflitto attualmente in atto. Per la fine di questa guerra e per il periodo successivo abbiamo un leader, e il nostro leader è pronto. Mi riferisco a Reza Shah III della dinastia Pahlavi. Ha formato una squadra forte e ha preparato un piano chiaro affinché, dopo la fine della guerra e con la riconquista dell’Iran, il Paese sia completamente pronto per la fase di transizione.
Ci dicono che è stato elaborato un piano di tre mesi e che sarà attuato attraverso i media in Iran. Spero presto. Al momento, però, la nostra unica preoccupazione è la popolazione all’interno del Paese. È fondamentale che le persone rimangano vigili. È stato chiesto ai cittadini di restare a casa per ora e di non intraprendere alcuna azione. Dopo la fine della guerra, le persone dovranno attendere le istruzioni dell’erede dello Shah e soltanto allora potranno agire per completare il processo.”
“Onestamente, in questi giorni sono pieno di rabbia per quello che vedo sui social media e nei commenti sotto le pagine che pubblicano notizie sull’Iran e su quella che è per me la bellissima notizia della morte di Alì Khamenei. Non so perché molti, troppi occidentali pensino di sapere che cosa sia meglio per noi. Perché non vogliono ascoltare cosa abbiamo realmente da dire? C’è qualcosa di sbagliato nella copertura che i media riservano al conflitto. Nessuno di noi voleva la guerra, ma al tempo stesso aspettavamo questo attacco da tanto. Del resto, è un attacco giusto contro il regime e ne siamo davvero felici. Senza non si potrà mai rovesciare la Repubblica Islamica. Sappiamo che tanti innocenti moriranno, ma con gli Ayatollah noi moriamo ogni giorno da ben 47 anni!
Spesso, poi, ci sentiamo molto soli. Tutti quegli attivisti che si sbracciano per Gaza non hanno speso una sola parola per noi. Da quasi due mesi nessuno dei nostri colleghi o amici italiani ha fatto un gesto di simpatia. Ci dicono che siamo matti, che non capiamo niente e che Israele e gli Stati Uniti sono solamente degli opportunisti. Al contrario, sappiamo benissimo che ognuno di loro pensa al proprio tornaconto personale, eppure abbiamo bisogno del loro aiuto. Per 47 anni abbiamo pagato caro il prezzo della libertà e ora che il conflitto ha avuto inizio non vogliamo tornare indietro. Quest’incubo deve finire, il regime, che ha invaso e si è appropriato della nostra bellissima nazione, deve crollare. Da giorni, inoltre, non ho notizie dei miei familiari e non so se sono vivi oppure no.
Ma, come ha riferito Ghazaleh nella tua intervista a lei e che io ho letto, preferiamo mille volte morire sotto le bombe di una guerra che sosteniamo per i nostri diritti piuttosto che per mano degli Ayatollah!“.
“Come iraniano, per me questa non è solo una notizia tra le tante. Non è un evento geopolitico lontano. Tocca direttamente le nostre famiglie, i nostri ricordi e la nostra realtà quotidiana. C’è una vera ansia. In ogni guerra i civili sono quelli che soffrono di più e questa è una verità universale. Ma in Iran esiste anche uno strato emotivo più profondo, ossia la sensazione che la storia stia finalmente cambiando. Per anni, le persone hanno vissuto sotto una forte pressione politica, economica e sociale. In momenti come questi, perciò, paura e speranza convivono. Ci preoccupiamo per la distruzione, certo, ma allo stesso tempo comprendiamo che cambiamenti profondi spesso emergono proprio nei periodi più turbolenti.
Per tale ragione, negli ultimi giorni, gli iraniani, sia all’interno del Paese sia all’estero, stanno vivendo una sensazione nuova: un mix complesso di stress e gioia, preoccupazione e speranza, come se i nostri cuori battessero velocemente per la paura e per la felicità allo stesso tempo.
Per molti iraniani, infatti, gli eventi dell’ultimo periodo segnano la di un’epoca, fatta di repressione, censura, prigionia, esecuzioni, esilio, massacri e un isolamento durissimo. Ciò non significa automaticamente libertà, perché essa non nasce dalla morte di una sola persona, in questo caso di Alì Khamenei. Ad ogni modo, pero, seppur simbolicamente, rappresenta la chiusura di un capitolo che ha segnato diverse generazioni di iraniani. Una barriera psicologica è caduta, perché ora ci sembra che il cambiamento sia possibile, in una maniera che prima non lo era e, come si può vedere dai video che fortunatamente circolano in rete, la danza (come è sempre stato nella nostra tradizione) è diventata un modo per esprimere questa sensazione.
Le transizioni non sono mai semplici. Probabilmente ci saranno altri conflitti interni, incertezza e tentativi di mantenere il controllo. Ma la società iraniana è molto diversa da quella di quarant’anni fa. È più giovane, più connessa e più consapevole. Il desiderio di una vita normale, di dignità e di libertà è ancor più profondo e diffuso. I prossimi mesi saranno fragili, ma decisivi. Ciò che accadrà non dipenderà soltanto dagli attori politici, ma anche dalle persone stesse, da noi. Spero che l’Iran possa ricostruirsi il più rapidamente possibile e muoversi verso un futuro luminoso, com’era in passato, in particolare nell’epoca del periodo Pahlavi.
L’Iran non ha bisogno, più di ogni altra cosa in questo momento, di un “uomo forte”. Ha invece bisogno di una leadership di transizione legittima, responsabile davanti al popolo e composta da persone che abbiano dimostrato di essere esseri umani responsabili e sani.
La priorità dovrebbe essere la stabilità, prevenire il caos e preparare il terreno per un processo trasparente e democratico in cui gli iraniani all’interno del Paese possano determinare liberamente il proprio futuro. L’era dell’autorità imposta deve finire. La prossima leadership deve nascere dalla volontà del popolo, non dalla forza. Come stiamo vedendo, sia dentro sia fuori dall’Iran, il nome che le persone stanno invocando è quello di Reza Pahlavi, il principe dell’epoca gloriosa dei Pahlavi. Credo che con la sua presenza l’Iran possa vivere una rinascita.
Ciò che spesso non è visibile dall’Europa è la complessità emotiva che ci contraddistingue. Non si tratta di una narrazione semplice di essere “pro-guerra” o “contro la guerra”. Molti iraniani si oppongono al regime, ma temono la distruzione della propria patria. Vogliono la libertà, ma non l’annientamento delle loro case e del loro Paese. Inoltre, la portata della pressione quotidiana (difficoltà economiche, interruzioni di internet, paura della sorveglianza) è difficile da comprendere dall’esterno. La resilienza degli iraniani comuni è straordinaria, ma lo è anche la loro stanchezza.
Per questo nessun iraniano sostiene davvero la guerra; ma se questa guerra può portare loro la libertà, la medesima che attendono da quasi 48 anni, perché no?!“.
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