Sono trascorsi più di dieci giorni dall’inizio dell’escalation militare in Iran ad opera di Israele e USA. Da allora, il flusso di informazioni è diventato continuo e, al tempo stesso, preoccupantemente inaffidabile. Notizie che si susseguono e si smentiscono di ora in ora, immagini e video diffusi sui social la cui autenticità è difficile da verificare (a causa di materiali multimediali generati dall’IA e prontamente utilizzati dal propagandista di turno), accuse reciproche tra governi e narrazioni mediatiche profondamente polarizzate che alimentano una già crescente tensione.
Non a caso, il dibattito pubblico si è trasformato sin da subito in un vero e proprio campo di battaglia tra letture opposte degli eventi, ciascuna delle quali, a mio avviso, esclude presupposti imprescindibili per una visione globale di ciò che sta accadendo e non tiene minimamente conto della sensibilità di chi quei fatti che ci si affanna a commentare li vive ogni giorno sulla propria pelle. Da una parte, infatti, c’è chi interpreta ogni sviluppo soltanto attraverso la lente geopolitica dello scontro militare, non soffermandosi, il più delle volte convenientemente, sulle ragioni e i pretesti che hanno portato al verificarsi della situazione attuale. Dall’altra, invece, ci sono quelli che riducono il tutto ad un mero conflitto tra posizioni pro-war e no-war, rifiutando, scientemente, qualsiasi tipo di contraddittorio.
E nel mezzo? Beh, nel mezzo ci sono le voci e le richieste degli iraniani come Ghazaleh, che, in un clima di propaganda, informazioni filtrate e interpretazioni ideologiche (tanto nei contesti politico-mediatici quanto in quelli privati e personali), sembrano faticare sempre più a trovare qualcuno disposto ad ascoltarle realmente.
Guerra in Iran: tra narrazioni mediatiche e realtà fattuali

Io stesso, non lo nascondo, ho espresso le MIE PERPLESSITA’ in merito alla guerra scatenata da Donald Trump e Benjamin Netanyahu in un precedente articolo, motivo per il quale un giovane attivista iraniano attualmente in Svizzera (che avrebbe dovuto prendere parte all’intervista che seguirà qui) mi ha accusato, senza se e senza ma, di essere un sostenitore del regime degli Ayatollah e di Alì Khamenei, arrivando addirittura ad affermare che io sarei una di quelle “persone che, durante la Seconda Guerra Mondiale, avrebbero protestato contro la guerra alleata contro” il nazifascismo e “che stanno indirettamente dalla parte dei dittatori“. Insomma, una dichiarazione piuttosto di comodo e banalmente semplicistica per affrontare la questione, che mi pare richiami un po’ quanto riferito da Giorgia Meloni nelle scorse ore alle Camere.
Spazio al popolo e alle sue richieste
Comunque, dopo aver raccolto e ascoltato numerose testimonianze (alcune già pubblicate, mentre altre saranno online nei prossimi giorni), credo di poter immaginare il perché della sua reazione alle mie istanze e delle sue accuse. Tuttavia, non si può deliberatamente ignorare che il contesto dell’epoca (da un punto di vista GIURIDICO e BELLICO, non UMANO) fosse in sostanza differente da quello odierno. Così come non dovrebbe essere necessario che io ribadisca di NON essere in alcun modo un sostenitore della Repubblica Islamica, dal momento che il mio lavoro parla per me.
Dallo scorso gennaio, infatti, con l’intensificarsi delle proteste e della rivoluzione in Iran, ho cercato, nel mio piccolo, di raccontare e di mantenere alta l’attenzione sulle persone. E se siamo qui, oggi, in compagnia di Ghazaleh, che ringrazio profondamente per aver scelto di parlare con me, è proprio per provare ad ascoltare, comprendere e riportare al centro le voci di chi è direttamente coinvolto, andando oltre la propaganda (da qualunque fazione essa provenga) e restituendo il giusto spazio alla volontà della popolazione iraniana.
Ghazaleh – L’intervista
Ghazaleh (a tutela sua e dei suoi familiari in Iran non riporterò il cognome, ma soltanto la sua pagina Instagram che potete trovare cliccando -> QUI <-) nasce nel 1979, quando la Repubblica Islamica sale al potere. Cresce interamente dentro quel sistema politico e culturale. Ricorda la guerra, iniziata quando era ancora una bambina, e gli anni della formazione in un contesto in cui religione, propaganda e controllo sociale erano parte integrante della quotidianità. Mi racconta, ad esempio, di come a scuola venissero distribuiti dei salvadanai a forma di carro armato per raccogliere fondi “per il popolo palestinese” o come ogni mattina gli studenti fossero costretti a gridare slogan del tipo “morte a Israele” e “morte all’America” prima di entrare in classe. Episodi che, nella sua memoria, rappresentano una forma di educazione ideologica impartita fin dall’infanzia.
Ciò nonostante, descrive la sua famiglia come relativamente aperta e moderna rispetto alla media del Paese. In casa, in effetti, esisteva una certa libertà: il padre non imponeva la pratica religiosa e lasciava ai figli la possibilità di scegliere. Al di fuori delle mura domestiche, però, la realtà era ben diversa. A scuola e negli spazi pubblici, rivela, le regole sociali e religiose erano rigide e costanti. Lei stessa si definisce una ragazza ribelle: ascoltava musica, guardava film, frequentava ambienti considerati “non appropriati”, e per questo veniva spesso richiamata o segnalata dagli insegnanti. In alcuni casi, per giunta, altri genitori chiedevano che venisse spostata di classe perché ritenuta una cattiva influenza per i loro figli.
L’impossibilità di tornare in Iran
Dopo gli studi universitari si è trasferita in Italia e qui ha costruito la sua famiglia, sposandosi con un cittadino italiano, sebbene ci tenga a sottolineare che la sua scelta di vivere all’estero non nasce da una fuga politica. Ha studiato architettura, ha conseguito una laurea magistrale e ha intrapreso un percorso accademico che l’ha portata fino al dottorato, oltre che a lavorare come insegnante e ricercatrice. Per molti anni, poi, ha continuato a visitare regolarmente l’Iran, alcune volte anche insieme al marito, ma l’ultimo viaggio risale all’agosto del 2022. Durante quella permanenza, infatti, è stata interrogata dalle autorità, perché sospettavano un suo coinvolgimento con organizzazioni di opposizione al regime, e da allora non è più riuscita a farvi ritorno. I suoi cari sono lì e ogni notizia, soprattutto quando il governo islamico impedisce le comunicazioni, assume immediatamente una dimensione personale.
Una realtà complessa che abbiamo cercato insieme di ricostruire

A tal riguardo, Ghazaleh sottolinea anche come come molti iraniani all’estero, in svariati casi figli di seconda generazione che non hanno né vissuto in Iran né affrontato la diaspora, siano in più di un’occasione intrappolati tra narrazioni contrapposte: da un lato la propaganda ufficiale del regime, dall’altro la polarizzazione del dibattito internazionale, che tende a semplificare la realtà. Proprio per questo, negli ultimi anni ha iniziato ad esporsi sempre di più, sia sui social che nello spazio pubblico, nel tentativo di raccontare ciò che succede davvero, lo stesso proposito che l’ha spinta ad accettare di rispondere alle mie domande.
Del resto, in un contesto internazionale in cui entrano inevitabilmente in gioco gli interessi delle grandi potenze e delle dinamiche geopolitiche regionali, la voce dei cittadini rischia di diventare secondaria, per non dire invisibile. Perciò, insieme abbiamo cercato di superare le narrazioni ufficiali del momento e di ricostruire la complessità di una società che può essere compresa solamente da chi l’ha vissuta (e continua tutt’ora a viverla, seppur da lontano) in prima persona.
Buona lettura!
Tra percezione differente della guerra, controllo ideologico, frattura tra generazioni, condizione della donna e il rapporto con la religione islamica
La libertà non è qualcosa che si può ricevere in dono. È qualcosa che un popolo deve conquistare da sé — Nelson Mandela
Buongiorno Ghazaleh e benvenuta tra le pagine de L’Opinione.com. In questi mesi si è parlato molto del desiderio di libertà degli iraniani e delle proteste contro il regime. Tuttavia, con lo scoppio della guerra, il focus della questione sembra essersi principalmente incentrato su uno scontro tra chi è a favore della guerra e chi, invece, non lo è. Cosa ne pensi a riguardo?
Il significato che la parola guerra ha per voi è molto diverso rispetto a quello che può avere per un popolo che la vive da 47 anni all’interno del proprio Paese. Per noi la guerra, nel vero senso della parola, ha raggiunto il suo momento più drammatico l’8 e il 9 gennaio scorsi. È stata addirittura una guerra impari, dal momento che una delle parti era completamente disarmata. Quarantamila persone sono state uccise in soli due giorni con l’impiego di armi da guerra, mentre allo stesso tempo tutti i mezzi di comunicazione venivano oscurati.
Per questo, quando sento parlare di guerra, il significato che questa parola assume per me è diverso. La distinzione stessa tra guerra e pace è diversa. Ciò che oggi viene definito un attacco contro un Paese, per gran parte della popolazione rappresenta invece un aiuto esterno, una risposta alle richieste che da mezzo secolo continuiamo a sollevare. Un regime sanguinario che, pur di restare al potere, uccide la propria gente non può essere rovesciato né da una popolazione disarmata né dalle sanzioni internazionali né attraverso i negoziati diplomatici. Ma alla fine, si sa, a pagare il prezzo più alto sono sempre i cittadini!
Come hai giustamente ricordato, da troppi decenni la popolazione chiede libertà ed è per questo che in tanti ritengono che la guerra sia l’unica strada percorribile al momento. Secondo te, però, l’intervento esterno può davvero favorire una liberazione oppure rappresenta semplicemente un’accelerazione di un processo già in atto?
Secondo me, e secondo molte delle voci che continuano ad arrivare dall’Iran, questo intervento esterno rappresenta oggi l’unica possibilità per poter finalmente assaporare la libertà. Ciò che il popolo desidera è chiaro: liberarsi definitivamente della Repubblica Islamica. Quello che il regime desidera, al contrario, è una vera e propria guerra in Medio Oriente. Non dobbiamo dimenticare che questo clima bellico è stato alimentato per decenni proprio dalla Repubblica Islamica, che per 47 anni ha seminato odio, costringendo i suoi sostenitori a gridare “morte ad Israele” e “morte all’America” e arrivando persino a bruciarne le bandiere. Non possiamo permettere, dunque, che il governo degli Ayatollah realizzi ciò che pianifica da anni. Questo regime deve essere fermato.
Molti temono che l’escalation tra Iran, Stati Uniti e Israele possa degenerare, portando ad un’instabilità prolungata e numerose vittime civili. Come rispondi a chi sostiene che il prezzo umano rischia di essere troppo elevato?
In seguito al primo giorno di attacchi sono riuscita a parlare con la mia famiglia. Nelle loro voci, per la prima volta dopo tanto tempo, ho percepito finalmente la speranza. Mia madre mi ha ripetuto più volte che preferirebbe morire sotto le bombe statunitensi o israeliane piuttosto che vivere anche solo un giorno in più sotto la dittatura della Repubblica Islamica. Dopo l’ultimo massacro compiuto dal regime, le strade dell’Iran sanno ancora del sangue dei giovani che sono stati uccisi perché chiedevano libertà. Basta guardare i filmati che circolano sui social per sentire le grida di speranza delle famiglie in lutto.
Dall’Iran arrivano continuamente messaggi da persone di tutte le età, appartenenti a diverse generazioni. Molti dicono: ‘Quando non sentiamo le bombe ci preoccupiamo, perché temiamo che la guerra si fermi e che rimarremo ancora una volta nelle mani della Repubblica Islamica’. Sappiamo bene che quest’ultima utilizza i propri cittadini come scudo umano. Il regime ha già iniziato a inviare messaggi alla popolazione, avvertendo che chiunque fosse considerato un sostenitore di USA o Israele verrà giustiziato. Hanno già ucciso una ragazza, Nahal (Kowsar) Ahoo Ghalandari, di Khorramabad, il 28 febbraio, solo perché stava festeggiando la morte di Khamenei.

Oggi molti iraniani ripongono più fiducia negli americani e negli israeliani che nel proprio Stato. Il regime ha già iniziato a sparare contro le case dalle quali si sentivano provenire urla di gioia. Se questo regime non verrà fermato, le vittime civili saranno molto più numerose di quelle che potrebbe provocare una guerra tra Stati. E se l’intervento esterno dovesse fermarsi prima della caduta definitiva del regime, molti di coloro che adesso sono accusati di sostenere il nemico rischierebbero di essere condannati e impiccati con l’accusa di spionaggio per il Mossad.
Cosa significa assistere da lontano a ciò che sta accadendo? Ti senti impotente, combattuta, determinata? Come convivono in te la dimensione quotidiana qui e quella personale legata all’Iran?
Io provo un contrasto di emozioni. Da un lato sono felice, perché finalmente le nostre richieste di aiuto hanno ricevuto una risposta; dall’altro lato so che la Repubblica Islamica usa il proprio popolo come scudo umano e che commetterebbe qualsiasi crimine pur di restare al potere. Mi fido degli USA e degli israeliani: so che non hanno intenzione di uccidere i civili, ma so anche che la Repubblica Islamica è capace di bombardare il proprio popolo pur di incolpare l’avversario.
In quanto donna, considerando le restrizioni e le discriminazioni che il regime della Repubblica Islamica ha imposto, vivi questo conflitto anche come una battaglia per la dignità e l’autodeterminazione femminile?
Sono nata e cresciuta in Iran. Sono nata nel 1979 e mi sono trasferita in Italia quando avevo già conseguito una laurea. Da quando ho memoria, ho dovuto combattere per i miei diritti: a scuola, per strada, all’università. Fino ai 18 anni pensavo che in Iran gli uomini godessero della propria libertà. Credevo che bastasse togliere il velo, poter ridere per strada, ballare e cantare per poter assaporare la libertà. Ma quando, grazie ai social, a Internet e alla televisione satellitare, ho scoperto cosa accade nel resto del mondo, ho capito che in realtà non sapevo nemmeno cosa significasse la libertà. Da quel momento, ciò che vivo non è più soltanto una battaglia per la dignità femminile, ma una battaglia per la dignità umana.
È di pochi giorni fa la notizia che il regime ha nuovamente attuato una sorta di taglio delle comunicazioni. Sei riuscita a sentire i tuoi familiari e i tuoi amici in questi giorni dopo gli attacchi? Che percezione ti hanno trasmesso della situazione sul campo?
Tutta la mia famiglia vive in Iran. Dall’8 gennaio, durante le manifestazioni e il massacro che ne è seguito per mano del regime, la Repubblica Islamica ha oscurato per 21 giorni tutti i mezzi di comunicazione. Non ci è stato possibile sentire i nostri cari in alcun modo. Dal 28 febbraio, con l’inizio dell’attacco esterno, invece, esattamente come era già accaduto durante i dodici giorni di guerra con Israele la scorsa estate, le linee telefoniche fisse hanno ripreso a funzionare. Mia madre mi contatta ogni giorno e mi assicura che stanno tutti bene. Nelle voci dei miei genitori e dei miei fratelli sento fiducia e speranza. Non possono però esprimere liberamente le loro opinioni, perché le linee telefoniche sono controllate.
Cosa ti aspetti realisticamente che accada nelle prossime settimane o mesi? Chi vorresti alla guida del Paese? Quale sarebbe, per te, l’esito auspicabile?
Spero nel rovesciamento totale del regime il prima possibile, affinché il mio popolo possa finalmente decidere del proprio futuro in un Iran libero. Qui non parlo delle mie idee politiche né di chi vorrei alla guida del mio Paese: questo lo deciderò presentandomi alle urne. Ma, come persona che ha cercato di farsi portavoce del proprio popolo, posso dire che nelle strade la gente ha gridato chiaramente il nome del principe Reza Pahlavi come possibile leader per il periodo di transizione. Il mio desiderio è poter vedere realizzato il sogno del mio popolo.
Se potessi rivolgere un messaggio diretto ai tuoi amici e connazionali, sia a chi è rimasto in patria sia alla diaspora, cosa diresti loro, in un momento così delicato?
Dico ai miei amici e connazionali della diaspora di restare uniti e di cercare di far arrivare la voce del popolo iraniano, senza insistere sulle ideologie personali. A quelli che sono rimasti in Iran dico: rimanete in casa, siate fiduciosi. La libertà è alle porte.
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