Iran, attacco USA-Israele e morte di Khamenei: ‘difesa preventiva’ o imperialismo 2.0?

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Iran

Circa due mesi fa, quando le rivolte in Iran cominciarono pian piano a guadagnare nuovamente terreno nel dibattito internazionale, la maggior parte dei media mainstream dell’Occidente sembrava relegare la questione in secondo piano, quasi fosse un tema marginale a cui anteporre altre notizie ritenute più urgenti o più vendibili mediaticamente. Quei pochi che ne parlavano, poi, spesso e volentieri si soffermavano unicamente sulle frange più violente della rivolta, sulle immagini di scontri e disordini, piuttosto che sulle ragioni profonde che stavano spingendo la stragrande maggioranza della popolazione iraniana, residente nel Paese o fuggita all’estero, a scendere in piazza.

Donald Trump interviene in Iran: perché potrebbe non essere esattamente un bene?

Benché qualcosa trapelasse e riuscisse a sfuggire al black-out di internet imposto dal regime, decisi di raccogliere alcune testimonianze di ragazzi iraniani emigrati in Europa, nella speranza di poter avere conferma del fatto che dietro a quelle proteste (che in larga parte erano pacifiche, non lo si può negare) ci fosse qualcosa in più. E in effetti, quel qualcosa in più c’era e c’è tutt’ora. Non si trattava di mere violenze gratuite perpetrate da comuni terroristi, a differenza di quello che molti amavano raccontare. Al contrario, le mobilitazioni erano animate da richieste di libertà, rispetto dei diritti e dignità. Ragazzi e ragazzi, giovani e adulti, tutti si stavano riversando nelle strade per chiedere di porre fine ad un sistema oppressivo che, ormai, nessuno riusciva più a sostenere.

Credit: web

In particolare, in tanti speravano in un intervento esterno, magari degli USA o addirittura di Israele, convinti che potesse accelerare la caduta del regime degli Ayatollah. Dal canto mio, avendo ascoltato e in alcuni casi letto le loro parole, avevo maturato una convinzione forse impopolare: mi auguravo che Donald Trump non intervenisse per “dare una mano”. Temevo che un suo coinvolgimento diretto avrebbe portato con sé implicazioni non immediatamente visibili, ma potenzialmente devastanti nel medio e lungo periodo, trasformando così una rivolta popolare in uno scontro geopolitico e spostando il baricentro del discorso dalla libertà dei cittadini iraniani agli interessi strategici delle potenze straniere.

E oggi, purtroppo, non posso far altro che constatare che ciò che temevo e mi auguravo non accadesse, pur auspicando con convinzione una totale liberazione del popolo iraniano, si è verificato.

*Se volete recuperare le testimonianze, potete leggerle cliccando sul link che vi lascio di seguito:

Voci dall’Iran: il grido di rivoluzione di un popolo che chiede libertà! – L’Opinione (Le testimonianze)

L’attacco su vasta scala del 28 febbraio

Difatti, mentre l’Italia e l’intero apparato mediatico nostrano erano concentrati sulla serata finale della 76esima edizione del Festival della Canzone Italiana che di lì a poco sarebbe cominciata (e di cui, forse, rimarrà solamente il tempo sprecato a seguirla), altrove si consumava un avvenimento che, senza alcuna pretesa di voler intavolare o improvvisare qui l’ennesima analisi geopolitica da bar, rischia seriamente di ribaltare gli equilibri internazionali con proporzioni probabilmente ancora non pienamente percepibili.

Nella mattina di sabato 28 febbraio, infatti, l’Iran è stato colpito da intensi bombardamenti eseguiti da Israele e Stati Uniti. Durante gli attacchi hanno perso la vita svariate personalità di spicco del governo iraniano e tra i principali obiettivi si configurano al momento il palazzo presidenziale, il complesso del leader supremo, il Ministero dell’Intelligence, il palazzo della Corte Suprema, la base aerea di Mehrabad e l’area di Qom. Ulteriori operazioni hanno interessato anche le città di Isfahan, Kermanshah e Karaj, configurando una campagna mirata contro le principali figure politiche, militari e religiose, ed estendendo rapidamente una crisi a tutto il Medio Oriente con attacchi, vittime civili e spazi aerei chiusi in diversi Stati.

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Il vuoto di potere

Nella giornata di ieri, invece, domenica 1 marzo, i media statali iraniani hanno confermato la morte della Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, in carica dal 1989, diffondendo persino foto e video a carattere propagandistico, con protagonisti persone in lutto per la sua uccisione e giornalisti commossi in diretta televisiva mentre ne annunciano la scomparsa. Ad ogni modo, la notizia era stata anticipata inizialmente da funzionari israeliani e subito dopo dagli USA, secondo cui, al momento dei bombardamenti, Khamenei si trovava presso il palazzo presidenziale di Teheran. A tal proposito, il Presidente della Repubblica Islamica Masoud Pezeshkian (sopravvissuto) ha promesso vendetta, dichiarando che:

L’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei è una dichiarazione di guerra a tutti i musulmani. Vendicarla è un diritto e un dovere

Le autorità hanno proclamato un periodo di lutto nazionale di 40 giorni ed è stato istituito un consiglio di transizione per colmare il vuoto di potere venutosi a creare (formato da Pezeshkian, il capo della Magistratura Gholamhossein Ejei e un rappresentante del Consiglio dei Guardiani, nell’attesa che l’Assemblea degli Esperti elegga un successore, sebbene gran parte dei cittadini speri nel ritorno dell’erede legittimo dello Scià di Persia), visto che, oltre all’Ayatollah, sarebbero stati uccisi almeno una cinquantina di alti esponenti della leadership politico-militare, come l’ex Presidente Mahmoud Ahmadinejad, il comandante delle Guardie Rivoluzionarie Mohammad Pakpour, il ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh, il capo di Stato maggiore Seyed Abdolrahim Mousavi e il consigliere militare senior, nonché segretario del Consiglio di Difesa, Ali Shamkhani.

Obiettivi accidentali o vittime collaterali?

Sfortunatamente, però, secondo quanto riportato dall’agenzia Irna, si registra anche un elevato numero di morti tra i civili poiché negli attacchi condotti da Israele è stata danneggiata una scuola primaria femminile a Minab, causando ben 148 vittime, per lo più bambine. L’edificio, completamente raso al suolo, si trovava a circa 60 metri da una base delle Guardie della Rivoluzione. Per adesso non è chiaro se l’attacco fosse intenzionale o se si sia trattato di un errore, quel che è certo è che un tale avvenimento non può e non deve trovare alcun tipo di giustificazione.

A nulla servono, a mio avviso, le dichiarazioni di Benjamin Netanyahu in merito ad un attacco preventivo per neutralizzare una ‘minaccia esistenziale‘ e ridurre drasticamente le sue capacità di comando e controllo. E lo stesso vale per quelle dell’attuale inquilino della Casa Bianca, che parla di Operazione Epic Fury, la quale arriva a due giorni di distanza dall’incontro dei diplomatici USA e Iran per un’intesa a Ginevra, e di ‘minacce imminenti provenienti dal regime iraniano‘ e annuncia che ‘l’ora della libertà è vicina‘. Ma sarà vero? Anche perché, prima di passare ai fatti, la stessa Teheran aveva fatto sapere che:

Credit: web

Gli attacchi condotti contro l’Iran da parte di Israele e Stati Uniti rappresentano una rinnovata aggressione, a cui le forze armate di Teheran risponderanno con piena forza. Rispondere a questa aggressione è un diritto legittimo ai sensi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. L’esercito iraniano sta utilizzando tutti i mezzi e le potenzialità per contrastare l’aggressione.

Perciò, a cosa porterà tutto questo, se non ad una crisi che si è già allargata a tutta la regione? La liberazione del popolo iraniano sarà davvero il risultato finale? Oppure è semplicemente una mossa strategica per ridisegnare equilibri di potere, controllo energetico e influenza petrolifera nella regione? Il pretesto del programma nucleare è reale, o è stato usato per giustificare un intervento già deciso da tempo?

Implicazioni economiche

D’altronde, l’attacco arriva in una delle regioni più vitali per l’economia globale, ossia quella dello Stretto di Hormuz e del Golfo Persico, attraverso cui passa una buona percentuale del petrolio esportato nel mondo, e una guerra aperta in questa area potrebbe avere, se non li ha già, effetti immediati sui mercati energetici. Basti pensare all’innalzamento del prezzo del petrolio in risposta all’incertezza e alle compagnie di navigazione come Maersk che hanno già annunciato la riprogrammazione delle rotte commerciali per evitare zone ad alto rischio, oppure all’OPEC+ che ha dichiarato l’intenzione di aumentare la produzione per calmierare i prezzi globali, segno che i grandi produttori percepiscono rischi imminenti per la stabilità energetica.

Implicazioni militari e geopolitiche

Ma non solo. Potrebbero esserci pure delle conseguenze a livello militare e geopolitico. Del resto, secondo quanto confermato fino ad ora, Teheran ha già lanciato attacchi contro basi USA in zone del Golfo (Emirati, Bahrein e Qatar) e verso obiettivi israeliani, e la risposta potrebbe innescare una catena di rappresaglie, come lasciato intendere nelle scorse ore dallo stesso Netanyahu. E altro aspetto non trascurabile, con l’Iran che si ritrova senza la sua guida suprema e con un consiglio di transizione, la fragilità politica interna potrebbe tradursi in un aumento dell’instabilità e della violenza.

Innescare la guerra per stabilire la pace?

Insomma, una situazione tutt’altro che rassicurante. Eppure, c’è chi ancora si ostina nell’avallare la narrazione di pace portata avanti, in primis, da Trump. Il medesimo Trump che, sperando di vedersi consegnato un Nobel per la Pace, millanta di aver fermato ben otto guerre dall’inizio del suo secondo mandato, quando, in realtà, otto sono le nazioni che non ha perso tempo a bombardare: Nigeria, Palestina, Somalia, Syria, Yemen, Venezuela, Iraq e adesso Iran. Per non parlare del fatto che quelle fantomatiche guerre a cui fa costantemente riferimento non erano conflitti su larga scala né scontri risolti direttamente dalla sua amministrazione.

Come può un uomo che ordina così tanti attacchi in un solo anno avere il coraggio di parlare di pace? E come possono gli altri Governi, molti dei quali a lui apparentemente ‘devoti‘, vederlo ancora come un pacifista? Del resto, la dissonanza tra la retorica e le azioni dovrebbe essere piuttosto difficile da ignorare, soprattutto se consideriamo che una Nazione, in questo caso due, si arroga il diritto di determinare le sorti interne di un’altra sulla base di congetture che, prive di verifica alcuna, rimangono puramente pretestuose. Secondo il diritto internazionale, un intervento militare è ammesso solo in casi specifici, come l’autodifesa contro un attacco imminente (rispettando il principio di necessità e proporzionalità) o se approvato esplicitamente dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Non esiste alcuna norma che legittimi in modo automatico l’invasione o il bombardamento di un paese neutrale sulla base di presunte minacce o probabili programmi nucleari.

La posizione di Giorgia Meloni e dell’UE

In questo contesto, la posizione del governo italiano, che in più di un’occasione ha ribadito o lasciato intendere la propria posizione di vicinanza privilegiata a Washington, e di Giorgia Meloni, che in uno dei suoi discorsi ha per giunta rievocato l’assegnazione dell’ambito Nobel a Trump, appare paradossale. Innanzitutto, perché l’Italia, “fedele amica e alleata”, non è stata avvisata preventivamente dell’attacco e, in secondo luogo, perché il nostro Ministro della Difesa Guido Crosetto, ora rientrato con un volo militare che lui stesso ha tenuto a comunicare di aver pagato tre volte il dovuto, si è ritrovato a sua insaputa bloccato in una zona limitrofa ad un teatro di guerra.

Ora, va bene che siamo un Paese in cui “il diritto internazionale vale fino ad un certo punto”, ma come può l’Italia continuare a sostenere che gli Stati Uniti rappresentino un modello di pace e stabilità? E per esteso, come possono i membri dell’Unione Europea, fra cui Germania, Francia e il vicino Regno Unito si sono detti pronti ad azioni difensive nella tarda serata di ieri, continuare ad intrattenere rapporti politici e militari con USA e Israele? E com’è possibile che non ci sia stata una presa di distanze più netta da parte delle istituzioni europee, che si definiscono difensori del diritto internazionale?

Imperialismo 2.0 e interessi economici mascherati da ideali?

Abbiamo già visto cosa è accaduto a Gaza e ancor più recentemente, sebbene non con la medesima portata né nelle medesime condizioni, in Venezuela. Nel corso delle tensioni con Caracas, Trump aveva adottato una retorica simile, giustificando persino possibili azioni militari sulla base della presunta repressione interna e dell’inefficienza del potere, facendo, al tempo stesso, pressioni su questioni legate all’industria petrolifera venezuelana e ai propri interessi strategici nella regione.

Se da un lato è vero che in entrambi i casi ci sono state accuse di repressione interna e di violazioni dei diritti umani, dall’altro resta evidente che un intervento armato indebolisce la sovranità di un Paese e rischia di generare più distruzione che liberazione, specialmente se il rischio di interessi economici si profila dietro l’angolo. Nel caso dell’Iran, il fatto che la regione del Golfo Persico sia fondamentale per il transito delle esportazioni di petrolio non può essere ignorato.

Una libertà eterodiretta?

Ed è proprio in quest’ottica che si configura il timore che avevo espresso mesi fa, quando tutto questo sembrava ancora evitabile. Non mi rassicurava per niente l’ingresso di una potenza straniera, armata di superiorità militare e di una retorica salvifica, perché avrebbe finito, e lo sta già facendo, per sovrapporsi alla voce di un popolo che chiedeva libertà con coraggio e mezzi propri. Oggi, mentre il rumore delle bombe copre quello delle piazze, il rischio è che la narrazione non parli più di diritti, dignità e autodeterminazione, ma di strategie, deterrenza ed equilibri regionali.

Non ho mai dubitato del desiderio di cambiamento degli iraniani, né della necessità di superare un sistema che molti di loro non riconoscono più come legittimo. Ma se una rivoluzione nasce dal basso, si può definire davvero compiuta quando il suo destino si decide altrove e per mano di altri? E soprattutto, chi ne pagherà il prezzo più alto se le promesse di libertà dovessero trasformarsi in nuove forme di instabilità?

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Classe 1996, studente laureando in “Lingue, Culture, Letterature e Traduzione” presso l’Università di Roma ‘La Sapienza’. Appassionato di scrittura, danza, cinema, libri, attualità, politica, costume, società e molto altro, nel corso degli anni ha collaborato con diversi siti d'informazione e testate giornalistiche (cartacee e digitali), tra cui Metropolitan Magazine, M Social Magazine, Spyit.it, Art&Glamour Magazine, EVA3000 e Identity Style. Ha scritto alcuni articoli per la testata giornalistica cartacea ORA Settimanale. Ha curato progetti in qualità di addetto stampa, ultimo dei quali "L'Amore Dietro Ogni Cosa" (NewMusic Group, 2022). Attualmente, è redattore presso la testata giornalistica Vanity Class e caporedattore per L'Opinione.

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