Una legge che garantisce l’accesso a un aborto sicuro è come un guardrail lungo una strada difficile: non invita a uscire di strada, ma, se accade, può impedire che la caduta sia irreparabile
Ogni anno, il 28 settembre, si celebra la Giornata internazionale dell’aborto sicuro. Quando si affronta questo argomento si entra in un campo profondamente divisivo: le posizioni si irrigidiscono e una questione umana e sanitaria rischia di trasformarsi in una battaglia tra schieramenti. Eppure, parlare di aborto significa parlare di vita. Di quella che potrebbe nascere, certamente, ma anche di quella che già esiste: la vita di una donna, la sua salute, il suo corpo, la sua storia, le sue paure e le condizioni concrete nelle quali si trova.
Trovo assurdo che, ancora nel 2026, l’aborto entri nei programmi politici e nelle campagne elettorali come una bandiera da innalzare o da strappare. Un tema così forte e delicato non può essere ridotto a un argomento da discutere nei talk show politici, molto spesso, oltretutto, da uomini.
Nessuna donna ricorre a cuor leggero all’aborto: basta ascoltare le donne – Simone Veil, il 26 novembre 1974, davanti a un’Assemblea nazionale francese composta quasi esclusivamente da uomini
Il programma di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, per esempio, colloca la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale tra i valori definiti “non negoziabili”. È una posizione legittima nel confronto democratico, ma tra una dichiarazione di principio e la vita reale di una donna può esserci una distanza enorme.
Una legge che garantisce l’accesso a un aborto sicuro è come un guardrail lungo una strada difficile. Non viene installato per invitare qualcuno a perdere il controllo dell’auto, ma per impedire che un errore, un imprevisto o una situazione estrema si trasformino in una condanna. Allo stesso modo, rendere l’aborto legale e medicalmente sicuro non significa promuoverlo. Significa evitare che una donna, dopo avere preso una decisione spesso sofferta, debba aggiungere al proprio dolore il rischio della clandestinità, delle pratiche improvvisate, delle infezioni o persino della morte.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’aborto eseguito con procedure appropriate e da personale competente è un intervento sanitario sicuro. Al contrario, quando viene praticato senza le necessarie competenze o al di fuori di condizioni mediche adeguate, può provocare emorragie, infezioni e gravi lesioni.
La sicurezza, dunque, non rende l’aborto una scelta semplice o leggera. Lo rende meno pericoloso e questa differenza può salvare una vita.
Proprio come il guardrail: non invita ad uscire di strada, ma, se accade, può impedire che la caduta sia irreparabile.
Difendere la libertà di scelta non significa imporre l’aborto a chi non lo sceglierebbe mai. Una libertà autentica consente a una donna di portare avanti la gravidanza e a un’altra, nelle condizioni previste dalla legge, di interromperla.
La stessa Legge 194, comunemente definita “la legge sull’aborto”, riconosce il valore sociale della maternità, tutela la vita umana fin dal suo inizio e afferma il diritto alla procreazione cosciente e responsabile. Non mette necessariamente la vita e la libertà una contro l’altra: prova, almeno nelle intenzioni, a tenerle insieme.
L’aborto non dovrebbe essere una parola da gridare in piazza contro qualcuno. Non è un terreno sul quale misurare la purezza morale delle persone, né un argomento da utilizzare per conquistare qualche voto.
Dietro ogni interruzione di gravidanza non c’è una categoria astratta, ma una storia che non conosciamo. Può esserci una ragazza impaurita, una donna senza risorse economiche, una madre che ha già altri figli, una gravidanza nata da una violenza, una diagnosi drammatica oppure, semplicemente, la consapevolezza di non poter diventare madre in quel momento.
Chi condanna l’aborto o desidera che il numero delle interruzioni di gravidanza diminuisca non dovrebbe lottare per cancellare un diritto. Dovrebbe impegnarsi affinché venga sostenuta economicamente la donna che vorrebbe avere un figlio, ma teme di non poterselo permettere.
Dovrebbe chiedere asili nido accessibili, lavoro stabile, tutela delle madri sole, case sicure e percorsi reali per le donne che subiscono violenza. Dovrebbe pretendere educazione sessuale e affettiva, informazione e prevenzione.
Prima di dire a una donna “devi portare avanti questa gravidanza”, bisognerebbe essere disposti a domandarle: “Di che cosa hai bisogno per poterlo fare?”.
Perché difendere la vita soltanto fino al momento della nascita è relativamente facile. Più difficile è difenderla dopo, quando servono tempo, denaro, servizi, responsabilità e una società capace di non lasciare sola una madre perché la vita merita rispetto ma anche la coscienza, il corpo e la libertà di una donna ne meritano altrettanto.
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