“Lo Hobbit” di Tolkien, il viaggio continua: una fiaba che il mondo ha preso molto sul serio!

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Lo Hobbit

Ci sono libri che vengono pubblicati e poi, lentamente, entrano a far parte dell’immaginario di un determinato gruppo di lettori, così come ce ne sono altri che sembrano non smettere mai di raccontare la propria storia. Lo Hobbit di J. R. R. Tolkien, pubblicato per la prima volta il 21 settembre 1937, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Quella che Tolkien aveva immaginato come un racconto capace di accompagnare i giovani lettori dentro un mondo di avventure, creature fantastiche, enigmi e tesori sarebbe diventata molto più di un romanzo. Sarebbe diventata una porta verso un mondo, più precisamente quello della Terra di Mezzo, dal quale più nessuno sarebbe voluto uscire.

Copertina de “Lo Hobbit”/Credit: web

Un mondo in cui milioni di lettori avrebbero incontrato Bilbo Baggins, Gandalf, Thorin Scudodiquercia, Gollum e Smaug molto prima che il cinema trasformasse quei nomi in immagini riconoscibili in tutto il mondo. La prima edizione inglese uscì per George Allen & Unwin, con una tiratura iniziale di 1.500 copie e illustrazioni dello stesso Tolkien. Il successo fu immediato e la prima tiratura risultò esaurita entro dicembre, sebbene la vera avventura sarebbe cominciata soltanto diverso tempo dopo!

Lo Hobbit, una semplice storia che sarebbe divenuta una saga moltissimi anni più tardi

Quando Bilbo Baggins riceve la visita di Gandalf e di tredici nani, la realtà che si apre davanti al lettore non possiede ancora tutta la gravità mitologica che avrebbe caratterizzato Il Signore degli Anelli. C’è qualcosa di più fiabesco, giocoso e persino domestico. Il protagonista non è un eroe alla ricerca dell’avventura. Anzi, è precisamente il contrario! Si tratta di qualcuno che ama la propria casa, le proprie abitudini, il cibo, la tranquillità e tutto ciò che rende prevedibile una giornata. L’avventura, per lui, è inizialmente una violazione dell’ordine ed è proprio questo a rendere il suo personaggio così moderno: egli non parte perché desidera diventare un eroe, ma perché qualcuno lo trascina fuori dalla sua comfort zone!

Nel viaggio verso Erebor, però, cambia. Il rapporto con il “Grigio Pellegrino”, l’incontro con Gollum, il ritrovamento dell’Anello, la fuga dai Goblin e infine il confronto con Smaug trasformano progressivamente quella che sembrava una fiaba per ragazzi in qualcosa di più complesso. Anche il destino editoriale dell’opera avrebbe seguito la medesima trasformazione. Del resto, Lo Hobbit fu concepito per i figli dell’autore e nacque con un tono diverso rispetto alla monumentale costruzione narrativa che sarebbe arrivata dopo. Il suo successo aprì la strada ad un seguito e, nel corso degli anni, Tolkien stesso intervenne sul testo. La storia di Bilbo finì così per diventare una delle fondamenta della più vasta mitologia della Terra di Mezzo.

Più tardi, il cinema avrebbe dovuto confrontarsi proprio con questo problema: come trasformare una fiaba (in realtà non adatta ai più piccoli) in immagini adatte al grande schermo senza perdere la sua natura originaria?

Prima di Peter Jackson c’era già un altro Hobbit

Credit: web

Quando oggi si parla di Lo Hobbit al cinema, il pensiero corre inevitabilmente a Peter Jackson. Prima della sua trilogia, tuttavia, esisteva già una versione cinematografica animata che aveva tentato di dare un volto all’universo tolkeniano. Il 27 novembre 1977 la NBC trasmise negli Stati Uniti The Hobbit, film d’animazione prodotto e diretto da Arthur Rankin Jr. e Jules Bass. L’opera, realizzata con la collaborazione dello studio giapponese Topcraft, durava circa 77 minuti e cercava di condensare l’intera avventura di Bilbo in un formato televisivo rivolto soprattutto a un pubblico giovane.

È un oggetto cinematografico particolare, quasi sospeso tra due epoche. Da una parte conserva alcuni degli elementi più riconoscibili del libro, comprese numerose canzoni derivate dai componimenti del celebre scrittore; dall’altra, invece, semplifica inevitabilmente il materiale originale e modifica alcuni passaggi per adattarli al pubblico televisivo. Il risultato non è dunque una trasposizione filologica, ma una reinterpretazione. La differenza è importante. L’animazione di fine anni ’70 non cerca di costruire la Terra di Mezzo come un universo cinematografico coerente destinato a svilupparsi negli anni, ma vuole (e deve, in un certo senso) raccontare una storia compiuta in poco più di un’ora. È un film che procede per immagini fortemente caratterizzate, canzoni, momenti di comicità e improvvise aperture verso il meraviglioso.

Anche l’aspetto visivo contribuisce a questa sensazione. La Terra di Mezzo di Rankin/Bass non è quella che il pubblico avrebbe conosciuto decenni più tardi attraverso la fotografia della Nuova Zelanda. È più colorata, deformata, favolistica. Smaug, Gollum, gli Elfi e i Goblin appartengono ad un immaginario grafico che non pretende di essere reale tantomeno di assomigliare alla realtà. Ed è proprio questa distanza a renderla interessante oggi. Lontano dall’essere soltanto un curioso precedente della trilogia già nota, testimonia un momento in cui Tolkien poteva ancora essere immaginato attraverso l’animazione senza il peso di un’immagine cinematografica definitiva. Il film ottenne anche un “George Foster Peabody Award” per lo sceneggiatore Romeo Muller e una candidatura agli Hugo Award.

Arda approda (finalmente) sul grande schermo

Il rapporto tra Lo Hobbit e il cinema sarebbe cambiato radicalmente con Jackson. Dopo aver portato sul grande schermo Il Signore degli Anelli, il regista si trovò davanti ad una situazione paradossale: il romanzo che cronologicamente precedeva la trilogia era arrivato dopo. Lo Hobbit: Un viaggio inaspettato uscì nel 2012, seguito da La desolazione di Smaug nel 2013 e La battaglia delle cinque armate nel 2014. I tre lungometraggi furono concepiti come prequel della precedente trilogia “jacksoniana” e utilizzarono non soltanto il romanzo del 1937, ma anche materiale proveniente dalle appendici del romanzo. Perciò, Jackson racconta il viaggio del giovane Baggins inserendolo nella grande storia che il pubblico aveva già imparato a conoscere attraverso le trasposizioni precedenti.

The Hobbit, Peter Jackson
Credit: web

Il romanzo può permettersi di rimanere vicino allo sguardo di Bilbo, alla sua sorpresa davanti al mondo e alla dimensione quasi fiabesca dell’avventura. Il cinema di Jackson, invece, porta inevitabilmente con sé l’eredità dei tre film precedenti. Erebor non è soltanto la montagna verso cui viaggia una compagnia di nani: diventa un tassello della storia politica e militare della Terra di Mezzo. Thorin non è semplicemente il capo della spedizione: diventa una figura tragica, schiacciata dal peso della propria eredità e dalla promessa di riconquistare il regno perduto. Persino il rapporto con Gollum acquista una risonanza diversa perché lo spettatore conosce già il destino dell’Anello.

Guardandolo, quindi, da un altro punto di vista, Un viaggio inaspettato contiene una delle operazioni più interessanti dell’intero progetto: trasformare una storia “precedente” in un qualcosa che il pubblico guarda conoscendone già, almeno in parte, le conseguenze.

Bilbo e il ricordo di un altro cinema

Martin Freeman eredita un personaggio difficilissimo da interpretare perché deve muoversi tra due dimensioni. Bilbo è ancora l’Hobbit domestico, ironico e riluttante del romanzo, ma deve contemporaneamente appartenere allo stesso universo cinematografico di Ian McKellen (che ha, tra le altre cose, annunciato di essere tornato a vestire i panni dello stregone per la nuova opera in arrivo nel 2027 Il Signore degli Anelli: La Caccia a Gollum), Andy Serkis e degli altri interpreti della trilogia precedente. La sua interpretazione funziona proprio quando riesce a conservare quella componente umana che rende Bilbo diverso dagli altri protagonisti della Terra di Mezzo. Non è Aragorn o Gandalf, e neppure Thorin. È qualcuno che si trova continuamente a chiedersi perché sia finito lì. E forse è proprio questa la ragione per cui rimane il cuore dell’intera vicenda.

Il viaggio esteriore verso Erebor coincide con un viaggio interiore molto più semplice e, proprio per questo, universale: quello di un uomo che scopre di essere più grande dell’immagine che aveva costruito di sé. Jackson amplia enormemente questo percorso. La trilogia introduce o sviluppa elementi che nel libro hanno un peso molto diverso, inserendo personaggi e vicende provenienti dalle appendici e costruendo una continuità più forte. La decisione di trasformare il progetto da due a tre film arrivò durante la fase finale della lavorazione e portò all’espansione del materiale narrativo. Il risultato è una Terra di Mezzo più grande, più spettacolare, ma anche inevitabilmente diversa da quella del libro. È il prezzo che ogni grande trasposizione paga quando decide di non limitarsi a illustrare un testo, ma di costruire un mondo.

Dalla mitologia di Tolkien alla parodia moderna de “Lo Sghorbit”: quando il mito diventa pop

C’è però un’altra trasformazione ancora più curiosa. Un’opera entra davvero nell’immaginario collettivo quando non viene più soltanto celebrata, ma può anche essere deformata, imitata e presa in giro. La parodia diventa allora una forma particolare di consacrazione: per poter essere riconoscibile, un universo deve avere ormai immagini, personaggi e regole sufficientemente radicati nella cultura popolare. È in questo spazio che si colloca Lo Sghorbit: Alla ricerca del tesoro dei tranelli, parodia di Adam Roberts pubblicata in Italia da Fanucci nel 2004. Il romanzo trasporta l’avventura di Tolkien nella Terra di Tramezzo, sostituendo Bilbo con Dildo Babbins, Gandalf con Gondolf e Smaug con il drago Snob. Il meccanismo è quello classico della parodia: prendere ciò che il pubblico conosce perfettamente e spostarlo di pochi centimetri, quel tanto che basta per trasformare il riconoscibile in assurdo. È un passaggio significativo perché dimostra quanto profondamente i codici tolkieniani siano entrati nella cultura pop.

La parodia funziona soltanto quando non è necessario spiegare al lettore chi siano Bilbo, Gandalf o i nani. Basta storpiarne i nomi, alterarne le caratteristiche, cambiare la geografia e il meccanismo comico è già in movimento. Il mondo di Tolkien, a quel punto, non appartiene più soltanto all’autore e ispiratore dell’eterna saga. È diventato un vero e proprio linguaggio a parte.

Il viaggio continua

Ian McKellen in Lo Hobbit
Credit: web

Questo è il motivo per cui Lo Hobbit continua ad essere raccontato. Ogni epoca ha trovato il proprio Bilbo. Nel 1937 era il protagonista di una fiaba che apriva per la prima volta le porte della Terra di Mezzo. Quarant’anni dopo diventava un personaggio animato che viene inserito in un universo colorato e musicale. E infine, oggi è diventato Freeman, circondato da effetti digitali, scenografie monumentali, battaglie e una mitologia cinematografica già consolidata. Nella parodia, poi, si è trasformato persino in Dildo Babbins, dimostrando che anche un universo considerato intoccabile può diventare materiale per l’ironia. Sono immagini profondamente diverse della stessa storia.

Eppure, dietro tutte queste trasformazioni, rimane il nucleo più semplice del romanzo: un individuo che vive in una casa confortevole, convinto di conoscere il proprio posto nel mondo, e che un giorno apre la porta. Da quel momento tutto cambia.

È questa la forza dell’opera, ossia non soltanto quella di aver contribuito a definire il fantasy moderno, ma di aver generato un’immagine abbastanza potente da sopravvivere alle sue stesse trasformazioni. Tolkien ha scritto una storia; il cinema l’ha reinterpretata; l’animazione l’ha reinventata; la parodia l’ha deformata. E ogni volta Bilbo è tornato sulla strada e si è rimesso in cammino. Forse perché, in fondo, il suo viaggio di non riguarda soltanto draghi, nani, tesori o anelli. Riguarda la scoperta che il mondo è molto più grande della nostra casa. E che, qualche volta, per capire davvero chi siamo, dobbiamo prima avere il coraggio di uscirne.

Il vero coraggio consiste nel sapere non quando togliere una vita, ma quando risparmiarla – Gandalf

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Studioso e appassionato di cinema internazionale. Ha dedicato i suoi studi alle grandi figure femminili del cinema del passato specializzandosi alla Sapienza di Roma nel 2007 e nel 2010 su Bette Davis e Joan Crawford. Nel 2016 ha completato un dottorato di ricerca in Beni culturali e territorio presso l’Università di Roma, Tor Vergata con una tesi sull’attrice israeliana Gila Almagor. Ha scritto diversi saggi e articoli di cinema e pubblicato l’autobiografia inedita in Italia di Bette Davis, Lo schermo della solitudine (Lithos). Oggi insegna Lettere alle nuove generazioni cercando sempre di infondere loro fiducia e soprattutto amore per la storia del cinema.

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