C’è qualcosa di profondamente paradossale nella società attuale. Per esempio oggi, 1 giugno, si celebra la Giornata Mondiale dei Genitori, istituita dalle Nazioni Unite per riconoscere il ruolo fondamentale di madri, padri e figure educative nella crescita delle nuove generazioni. Una ricorrenza nata per ricordare, dunque, che il futuro del nostro tempo passa inevitabilmente dalla famiglia, di qualunque natura e colore essa sia, e dall’educazione dei figli. Eppure, proprio mentre festeggiamo quelli che dovrebbero formare gli uomini e le donne del domani, l’Italia sembra raccontare una storia piuttosto diversa.
Stando a quel che riporta l’Istat, infatti, i numeri parlano con una chiarezza che la politica spesso e volentieri pare evitare. Nel 2025, per citare un caso, nel nostro Paese sono nati circa 355 mila bambini, un dato che rappresenta l’ennesimo minimo storico toccato da un tendenza che, allo stato attuale delle cose, di certo non si arresterà. Neanche a dirlo, le nascite sono diminuite del 3,9% rispetto all’anno precedente e il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna, tra i più bassi al mondo. Per non parlare del saldo naturale, che resta drammaticamente negativo: quasi 300 mila persone in meno tra nati e morti.
Insomma, numeri che non inquadrano solamente una questione demografica, ma anche (e soprattutto) culturale, economica e politica che riguarda, fra le altre cose, il rapporto tra lo Stato e ogni singolo nucleo familiare!
Fare figli o essere genitori è diventato un lusso al giorno d’oggi?
Per decenni si è ripetuto che il calo delle nascite fosse una conseguenza naturale della modernità. Ciò nonostante, adesso questa spiegazione ci appare insufficiente. Basti pensare che molte coppie non rinunciano ai figli perché non li desiderano, ma perché li considerano economicamente insostenibili: affitti elevati, mutui sempre più difficili da ottenere, salari stagnanti, precarietà lavorativa, costo crescente dell’energia, dell’alimentazione, dei servizi educativi e sanitari. In altre parole, mettere al mondo un figlio o crescerne uno viene percepito da una parte crescente della popolazione come un salto nel vuoto. Non è un caso che in molti sondaggi le ragioni economiche e il peso delle disuguaglianze generate dalle stesse figurino stabilmente tra le principali motivazioni del rinvio della maternità e/o della paternità.

E allora perché la politica dichiara di voler più bambini, ma la struttura economica continua a rendere la genitorialità un investimento sempre più oneroso? Un po’ come se celebrassimo la natalità sul piano simbolico mentre la si scoraggia nella realtà dei fatti.
Genitori e aspiranti tali sempre più soli?
C’è poi un altro aspetto che non va sottovalutato. In base a quanto confermato anche da ONU Italia, la famiglia contemporanea è sicuramente molto diversa da quella di qualche decennio fa. Le famiglie sono mediamente più piccole, aumentano quelle monoparentali e diminuisce il supporto della rete familiare allargata. Nonni, zii e parenti spesso vivono lontani o continuano a lavorare più a lungo rispetto al passato. Il risultato è che molti genitori si ritrovano inevitabilmente ad affrontare da soli compiti che un tempo erano distribuiti all’interno di una comunità senza ombra di dubbio più ampia.
Non sarà che la società odierna pretende molto, forse troppo, dai genitori? Devono lavorare, essere presenti, seguire la scuola, gestire l’educazione digitale, affrontare le fragilità psicologiche dei figli, proteggerli dai rischi della rete e dalle nuove forme di isolamento sociale. E in tutto ciò, come se non bastasse, ricevono sempre meno sostegno. Pertanto, non sorprende che la genitorialità venga scoraggiata e percepita come un’esperienza che tutto sembra fuorché invitante.
I ragazzi allo sbando: emergenza reale o percezione amplificata?
Negli ultimi anni, inoltre, l’opinione pubblica è stata scossa da episodi di violenza minorile, baby gang, aggressioni e reati commessi da adolescenti, e i relativi dati mostrano una realtà più complessa di quanto spesso raccontino i titoli. Da un lato, in effetti, diverse analisi segnalano un aumento delle denunce per alcuni reati violenti, come tentati omicidi, violenze sessuali, rapine e risse tra minori. Solo nel 2024, secondo i report di ragazzidentro.it, si è registrata una crescita significativa delle segnalazioni rispetto al 2023! Dall’altro lato, invece, l’Italia continua ad avere uno dei tassi di criminalità minorile più bassi d’Europa e diversi osservatori, come quello di Save The Children Italia, invitano a non trasformare singoli episodi, per quanto gravi, in una rappresentazione generalizzata di un’intera generazione.
Tuttavia, la vera questione, probabilmente, non è tanto se i giovani siano “peggiori” rispetto al passato quanto se chi li sta educando sia all’altezza degli standard di una società civile. Perché? Ebbene, perché quando aumentano il disagio, la rabbia e la violenza giovanile, raramente si tratta di fenomeni nati nel vuoto. Numerosi studi e operatori sociali indicano tra le principali cause la povertà educativa, la marginalità sociale, la fragilità familiare, l’isolamento digitale e la mancanza di punti di riferimento adulti credibili. In definitiva, non è un problema che riguarda unicamente i ragazzi, ma si estende all’intero contesto familiare.
E cosa accade quando lo Stato, il medesimo che lascia i genitori o gli aspiranti tali apparentemente allo sbando, si avvicina a loro?
Quando lo Stato entra nella famiglia
Un altro tema che alimenta il dibattito pubblico, difatti, riguarda proprio quei casi in cui le istituzioni intervengono nella vita familiare, arrivando in alcune circostanze all’allontanamento dei figli dai genitori. Vicende mediatiche come quella della cosiddetta “famiglia nel bosco” hanno riacceso l’opinione pubblica, spingendo in tanti a domandarsi dove finisca l’autonomia educativa dei genitori e dove inizi il dovere dello Stato nella protezione dei minori.
È un confine delicatissimo e questo nessuno dovrebbe metterlo in dubbio, soprattutto perché esistono situazioni di abuso, violenza o grave trascuratezza nelle quali l’intervento pubblico è indispensabile, se non addirittura imperativo. Ciò nonostante, c’è chi teme che le istituzioni tendano talvolta a sostituirsi alle famiglie anziché sostenerle. Il punto centrale non dovrebbe essere, però, la contrapposizione tra Stato e genitori, dal momento che una società davvero sana non dovrebbe portarci a scegliere tra i due. Al contrario, lo Stato dovrebbe (e DEVE) intervenire quando un minore è realmente in pericolo, ma la sua funzione principale dovrebbe essere quella di rafforzare le famiglie prima che arrivino al punto di rottura!
Il rischio di una società senza futuro?
Per concludere, la questione demografica va oltre il numero di culle vuote. Essa riguarda la visione che una comunità ha di sé stessa. Quando una società smette di fare figli, solitamente sta esprimendo qualcosa di più profondo di una semplice difficoltà economica. Sta manifestando una perdita di fiducia nel futuro. La natalità è, in fondo, uno degli indicatori più potenti di speranza collettiva perché fare un figlio significa credere che il domani meriti di essere abitato. Del resto, come osservava John F. Kennedy:
I bambini sono i messaggi viventi che mandiamo a un tempo che non vedremo
Perciò, se veramente consideriamo i genitori fondamentali per la società, perché li lasciamo soli? Se davvero vogliamo più bambini, perché crescere un figlio continua a essere percepito come un rischio economico? E se davvero ci preoccupano i giovani disorientati, perché investiamo così poco nelle condizioni che permettono alle famiglie di educarli? Queste sono le domande a cui dovremmo trovare una risposta concreta piuttosto che continuare a costruire una società che, sempre più di frequente, fa difficoltà a diventare tale e ancora di più ad esserla!
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