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Clonazione: il sogno di replicare la vita non basta per comprenderla!

Nelle scorse settimane ha fatto parecchio discutere la notizia della clonazione degli animali domestici dopo la loro morte. C’è chi vi ravvisa un gesto disperato in nome di un amore che non si è in grado di lasciar andare e chi, invece, ne fa l’ennesima dimostrazione di quell’egoismo tipicamente umano che ci sta portando tutti sull’orlo di un baratro. Eppure, non è la prima volta che tale tematica suscita pareri e reazioni contrastanti nell’opinione pubblica. Come dimenticare il caso della pecora Dolly? Ma chissà, forse è proprio lei una delle tante, per non dire infinite, ragioni per cui il dibattito sulla questione si mantiene acceso. Del resto, lo stesso Albert Einstein riteneva che:

La scienza può essere una straordinaria alleata dell’umanità, ma diventa pericolosa quando dimentica di chiedersi perché

Una riflessione che in pochi sembrano concedersi e in virtù della quale viene da chiedersi: l’umanità di oggi in che cosa ripone la sua fiducia? In cosa crede?

Credit: web

Il prezzo della clonazione è la nostra stessa identità!

Da moltissimi anni il termine “clonazione” è capace di evocare in chiunque lo ascolti meraviglia e, al tempo stesso, inquietudine. Perché? Ebbene, perché se da un lato sta ad indicare uno dei traguardi più audaci della ricerca biologica, dall’altro solleva interrogativi profondi non solo sull’identità e sulla dignità umana, ma anche (e soprattutto) su un confine etico che la scienza non dovrebbe mai oltrepassare. Appartiene, dunque, tanto ai laboratori quanto all’immaginario collettivo, rimanendo imperniata su dubbi e speranze al limite del fantascientifico, che oscillano costantemente tra possibilità terapeutiche e timori di derive disumanizzanti.

Se volessimo vederla da un punto di vista strettamente scientifico, clonare significa “creare una copia geneticamente identica di un organismo“. Esattamente ciò che avvenne con Dolly, copiata a partire da una cellula adulta nel 1996. Insomma, “un esperimento più che riuscito“, direbbe qualcuno, a cui va il merito di aver dimostrato che ciò che fino a poco prima pareva impossibile era, in realtà, tecnicamente realizzabile. Tuttavia, aprì una frattura all’interno della comunità scientifica dal momento che alcuni cominciarono a chiedersi se il medesimo processo potesse essere applicato, con gli stessi risultati e probabilità di successo, ad un essere umano.

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La clonazione può migliorare o distruggere la nostra esistenza?

D’altronde, le potenzialità positive della clonazione, soprattutto in ambito medico e di ricerca, vengono tutt’ora sottolineate. In particolare, la clonazione cellulare e la cosiddetta “clonazione terapeutica” promettono nuove strade per la rigenerazione dei tessuti, la cura di malattie degenerative, lo studio di patologie genetiche e la produzione di organi compatibili per i trapianti, facendone di fatto uno strumento per migliorare la nostra qualità e aspettativa di vita. Le cose cambiano, però, quando si passa alla “clonazione riproduttiva umana”.

In questo caso, in effetti, i rischi evidenziati dagli esperti non sono soltanto tecnici (come malformazioni, fallimenti e sofferenze, per esempio), ma sono di natura morale e sociale, poiché clonare un essere umano significherebbe creare una persona con un patrimonio genetico già “determinato”, riducendo l’individuo ad un mero prodotto della scienza, un esperimento da laboratorio che con troppa facilità ci rammenta del Frankenstein di Mary Shelley e delle implicazioni che quella storia ha inevitabilmente portato alla luce: la vita non è un procedimento prevedibile, programmabile o ripetibile a nostro piacimento, e l’uomo non deve poter “giocare a fare Dio” ogniqualvolta gliene si presenta l’occasione. Soprattutto perché, seppur in altri ambiti, sappiamo già in che modo quel gioco va a finire!

La firma del 12 gennaio 1998: una linea netta in nome della dignità umana

E fu esattamente per rispondere a suddette preoccupazioni che il 12 gennaio 1998, a Parigi, 19 Paesi europei firmarono il Protocollo addizionale alla Convenzione di Oviedo, promosso dal Consiglio d’Europa, che vietava (e continua ancora adesso a vietare) esplicitamente la clonazione di esseri umani. Un atto all’apparenza tecnico, giuridico, magari persino distante. Ciò nonostante, a distanza di quasi un trentennio, quella firma costituisce una delle prese di posizione più nette e responsabili della scienza moderna, una scelta compiuta per rimarcare che non tutto quello che è scientificamente possibile è eticamente accettabile.

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Dopotutto, non è ovvio che la “clonazione umana a fini riproduttivi” sia innegabilmente incompatibile con una visione dei diritti umani fondata sull’unicità e sull’autodeterminazione della persona? E forse, è proprio la sua ovvietà che ha spinto la comunità internazionale a tracciare una linea netta. Difatti, non scrivo la parola “responsabili” senza alcuna ragione, perché la vicenda mette a nudo un equivoco piuttosto ricorrente, ossia l’idea che il progresso coincida automaticamente con tutto ciò che è “un bene”. Beh, non è sempre così e oggi più di ieri ne abbiamo le prove! La scienza è di sicuro uno strumento potentissimo, ma siamo noi a decidere quando, come e perché usarla. E se si parla di clonazione applicata all’uomo, purtroppo, la posta in gioco non è una tecnologia qualunque, ma il concetto stesso di identità umana!

La clonazione nella cultura di massa

Comunque, parallelamente al dibattito scientifico e istituzionale, quelle idee che gli scienziati si sono premurati così tanto di frenare hanno trovato ampio sfogo nella cultura di massa, diventando temi centrali nelle opere di fantascienza e all’interno di narrazioni distopiche. Basti pensare, ad esempio, alle recenti pellicole The Island, Never Let Me Go (tratta dal romanzo di Kazuo Ishiguro), Blade Runner o al fortunato reboot Jurassic World, che hanno esplorato le conseguenze emotive, sociali e morali di mondi in cui la vita viene replicata, controllata o sfruttata.

Frame di Maisie Lockwood, la bimba clonata in “Jurassic World – Il Regno Distrutto”, minacciata dall’Indoraptor (dinosauro creato in laboratorio e geneticamente modificato)/Credit: web

Queste storie, pur estremizzando la realtà, pongono l’attenzione sull’autentico rischio, che non è la clonazione in sé, bensì l’uso che si sceglie di farne e il contesto culturale in cui viene normalmente accettata. E in effetti i cloni che ci mostrano non sono quasi mai semplici copie o “mostri”, ma esseri che soffrono, reclamano diritti, e che vogliono sapere se la loro esistenza vale quanto quella degli altri. Ed è qui il punto: la fantascienza non parla del futuro, ma racconta di noi e di quella profonda paura di diventare intercambiabili, e non ultima, della tentazione irresistibile di risolvere problemi complessi con scorciatoie tecnologiche che, puntualmente, non portano mai a nulla di buono!

Pertanto, mentre si esplorano continuamente nuove frontiere nel campo dell’editing genetico e dell’intelligenza artificiale, con annessi ostacoli e problematiche, la domanda di trent’anni fa resta la stessa di ora: chi decide cosa è lecito fare con la vita umana? E prima di ogni altra cosa, sulla base di quali valori?!

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Diego Lanuto

Classe 1996, studente laureando in “Lingue, Culture, Letterature e Traduzione” presso l’Università di Roma ‘La Sapienza’. Appassionato di scrittura, danza, cinema, libri, attualità, politica, costume, società e molto altro, nel corso degli anni ha collaborato con diversi siti d'informazione e testate giornalistiche (cartacee e digitali), tra cui Metropolitan Magazine, M Social Magazine, Spyit.it, Art&Glamour Magazine, EVA3000 e Identity Style. Ha scritto alcuni articoli per la testata giornalistica cartacea ORA Settimanale. Ha curato progetti in qualità di addetto stampa, ultimo dei quali "L'Amore Dietro Ogni Cosa" (NewMusic Group, 2022). Attualmente, è redattore presso la testata giornalistica Vanity Class e caporedattore per L'Opinione.

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