Credit: immagine di copertina creata con software di IA generativa
Da mesi il tema del Referendum costituzionale confermativo sulla Riforma della Giustizia è l’argomento centrale del dibattito pubblico. Se ne discute nelle aule parlamentari e in ogni sede istituzionale, se ne parla nelle piazze e nei comitati promotori dell’una o dell’altra risposta a quello che sarà il quesito in oggetto. E ora, finalmente, il momento è arrivato. Il 22 e 23 marzo prossimi, infatti, gli italiani saranno nuovamente chiamati alle urne per esprimere il proprio consenso o la propria contrarietà ad una modifica che riguarda alcuni articoli della Costituzione, la quale avrà degli effetti sull’attuale assetto strutturale della magistratura (e con ogni probabilità non solo!).
Si tratta, nello specifico, di cambiamenti che, se approvati, potrebbero incidere, forse irrimediabilmente, sugli equilibri istituzionali che regolano il funzionamento della giustizia nel nostro Paese e sull’equilibrio dei tre poteri indipendenti che sono alla base della (nostra) democrazia. Ma, al di là di qualunque interpretazione ideologica, slogan di parte o strumentalizzazione politica, su cosa sono effettivamente chiamati a pronunciarsi i cittadini? Che cosa prevede nel concreto la riforma sottoposta a Referendum? Quali modifiche introduce e quali effetti quest’ultime potrebbero avere?
Innanzitutto, è bene precisare che il referendum in questione nasce da una riforma costituzionale della magistratura, nota con la dicitura mediatica “Riforma Nordio” (dal nome del Guardasigilli e Ministro della Giustizia Carlo Nordio), avanzata dal Governo di Giorgia Meloni e approvata dal Parlamento lo scorso 30 ottobre 2025. Durante l’iter parlamentare, però, la proposta non ha ottenuto la maggioranza dei due terzi in entrambe le Camere e di conseguenza, come prevede la nostra Costituzione, il testo verrà sottoposto a referendum confermativo, cioè ad una consultazione popolare che deciderà se la legge entrerà definitivamente in vigore oppure no, confermando o impendendo qualsiasi tipo di modifica a livello costituzionale. Ciò significa che gli elettori non dovranno scegliere tra più opzioni, poiché il voto riguarderà l’intera riforma:
Un’altra particolarità, inoltre, è che per suddetto quesito referendario non è previsto un quorum, dunque l’esito dipenderà esclusivamente dalla maggioranza dei voti validamente espressi. Ma per quale ragione dovremmo votare “Sì”? E per quale ragione, invece, il “No”? Ebbene, per rispondere a tali domande potrebbe esserci di grande aiuto comprendere qual è il fulcro della Riforma.
Come scrive il nostro redattore Renato Ongania, “da anni la politica ci racconta che il problema della giustizia italiana è che ‘i magistrati non pagano mai’, ‘le correnti comandano tutto’, ‘il CSM è un club chiuso‘”. Ed alla luce di questo che entra in gioco la riforma. Secondo il testo redatto dalla maggioranza, in effetti, essa, “nella sostanza, fa tre cose: creare una Corte disciplinare costituzionale ad hoc, separare in modo rigido le carriere di giudici e pubblici ministeri, e infine, sdoppiare il CSM in due consessi distinti. Il tutto, poi, viene impacchettato in un discorso seducente: ‘più terzietà, più equilibrio, meno correnti, più responsabilità’. Peccato che stiamo parlando di un Paese dove la parola “meritocrazia” viene usata ovunque, tranne dove servirebbe davvero, e dove i meccanismi di selezione, nella pubblica amministrazione, nella politica e sì, anche nella magistratura, funzionano spesso al contrario“.
Attualmente, in Italia, giudici e pubblici ministeri appartengono alla stessa magistratura e possono passare da una funzione all’altra nel corso della loro carriera. Sebbene, stando ai dati ufficiali divulgati dall’odierno Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), il cosiddetto ‘salto di carriera’ possa avvenire soltanto una volta, debba verificarsi nei primi dieci anni di servizio e riguardi esclusivamente circa lo 0,5% dei magistrati (su un organico complessivo di circa 10mila magistrati), la riforma, fortemente voluta dalla maggioranza di governo, introdurrebbe una separazione strutturale.
In altre parole, i magistrati che diventano giudici resterebbero tali per tutta la carriera, mentre i pubblici ministeri seguirebbero un percorso professionale distinto, con lo scopo dichiarato di rafforzare la distinzione tra chi accusa e chi giudica. Eppure, dubbio lecito, se il passaggio che si vuole eliminare riguarda, percentuali alla mano, davvero poche decine di magistrati ogni anno, per quale motivo dovremmo approvare un tale cambiamento?
Oggigiorno, inoltre, esiste un solo organo di autogoverno dei magistrati, che abbiamo già nominato, ossia il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), ma la riforma prevedrebbe di istituirne due: un CSM per i giudici e un altro per i pubblici ministeri, affinché ciascuno dei due possa gestire, a detta dei riformisti con una maggiore autonomia, carriere, nomine e trasferimenti all’interno della propria categoria. Un aspetto che potrebbe passare anche quasi inosservato, se non fosse per le modalità con cui si andrebbero a formare i CSM in questione. Stando ai provvedimenti che si vorrebbero attuare, infatti, un sistema di sorteggio tra magistrati nominerebbe i componenti degli organi di autogoverno.
A tal proposito, come ci ricorda Ongania, “uno dei punti più venduti (e propagandati) al pubblico è proprio questo, perché finalmente, si dice, lo scopo è quello di abbattere il potere delle correnti interne alla magistratura, perché una parte dei componenti dei CSM sarà scelta a sorte tra i magistrati aventi i requisiti. Tuttavia, se si ha un sistema di correnti che controlla nomine, appoggi, carriere e figure chiave, davvero si può credere che verrà sconfitto estraendo a sorte i nomi da un’urna? Il rischio, a pensarci bene, è l’opposto: le correnti continueranno a muoversi “a monte”, nell’individuare chi far arrivare nella lista dei candidati eleggibili; i sorteggiati si troveranno a gestire dossier pesantissimi senza un vero mandato politico interno, con il risultato di essere più condizionabili, non meno.
In altre parole, la politica mette una toppa teatrale là dove servirebbe una revisione profonda dei criteri di valutazione, dei controlli incrociati, della trasparenza delle decisioni. Non si tocca il merito delle scelte, si cambia il meccanismo formale con cui si estraggono i giocatori da mandare in campo“!
Il terzo aspetto, infine, riguarda la creazione di nuovo organo disciplinare per i magistrati, separato dagli attuali meccanismi del CSM. Si tratterebbe di un’Alta Corte disciplinare che si occuperebbe di giudicare eventuali violazioni disciplinari dei magistrati e che le funzioni, al momento, sono svolte dalla sezione disciplinare del CSM. Ma come si formerebbe? Sarebbe composta da 15 membri: 3 giuristi nominati dal Presidente della Repubblica tra professori universitari di diritto o avvocati con almeno 20 anni di esperienza; 3 giuristi sorteggiati da una lista di professori universitari e avvocati selezionati dal Parlamento; 6 magistrati giudicanti sorteggiati tra magistrati con almeno 20 anni di carriera e con esperienza nella Corte di Cassazione; e infine, 3 pubblici ministeri sorteggiati tra magistrati requirenti con gli stessi requisiti di anzianità.
In più, la sua istituzione Alta Corte disciplinare avverrebbe direttamente tramite modifica della Costituzione, in particolare dell’articolo 105, e, qualora venisse approvata la riforma, la si renderebbe operativa attraverso una legge ordinaria di attuazione, che ne definirebbe i dettagli organizzativi e procedurali. Per di più, rimarrebbe in carica per 4 anni.
Insomma, in breve è questo il cuore della riforma su cui saremo chiamati a decidere il prossimo fine settimana.
Per amor di precisione, parlando di articoli, quelli che verrebbero modificati, qualora dovesse vincere il ‘Sì’, sono i seguenti:
Come ben sappiamo e come ci ha ricordato lo stesso Sergio Mattarella nelle scorse settimane, il Presidente della Repubblica presiede il CSM, ma con la riforma, e in linea con il principio della separazione delle carriere stabilito dalla stessa, si ritroverebbe a presiederne due (uno per i giudici e uno per i PM).
In data odierna, la funzione giurisdizionale è esercitata da magistrati ordinari appartenenti ad un unico ordine, ma con la riforma la norma verrebbe modificata per riconoscere due rami distinti della magistratura: magistratura giudicante (i giudici) e magistratura requirente (i pubblici ministeri) (separazione delle carriere).
Ad oggi esiste un unico CSM, che governa l’intera magistratura, ma, come abbiamo già spiegato più volte, ne verrebbero introdotti due e ognuno di essi si occuperebbe della propria categoria, con annessi aumenti delle spese economiche per lo Stato.
Il CSM decide su assunzioni, trasferimenti, promozioni e procedimenti disciplinari dei magistrati. Al contrario, con la riforma, queste funzioni verrebbero divise tra i due nuovi consigli e affiancate da una nuova Corte disciplinare autonoma.
L’ingresso nella magistratura avviene tramite un unico concorso, ma il sistema riformato prevedrebbe percorsi separati tra giudici e pubblici ministeri.
Oggi i magistrati possono, in alcuni casi, passare dalla funzione di pubblico ministero a quella di giudice e viceversa, ma con la riforma questo passaggio verrebbe di fatto eliminato, consolidando la separazione delle carriere.
Oggi il Ministero della Giustizia ha competenze organizzative sul funzionamento dei servizi giudiziari, ma con la riforma la norma verrebbe aggiornata per adattare il sistema alla nuova struttura della magistratura e agli organi disciplinari.
Chi sostiene il “Sì”, specialmente chi è al governo, vede la riforma come un passo necessario per modernizzare la giustizia e tra gli argomenti principali ci sono:
Chi sostiene il “No”, invece, teme che la riforma possa avere effetti opposti e tra le critiche più diffuse ci sono:
Che dire, queste sono le ragioni di entrambe le parti. Quel che è certo, comunque, per quanto alcuni abbiano sostenuto il contrario, è importante chiarire che il referendum non modificherà direttamente la durata dei processi o il funzionamento quotidiano dei tribunali. Allo stesso modo, qualora vincesse il “No”, non ci sarebbe alcun tipo di peggioramento in materia di sicurezza, così come non aumenterebbero casi analoghi a quelli di Garlasco o della famiglia nel bosco. Pertanto, scrive Ongania:
E ciò che è altrettanto in dubbio è che il voto del 22 e 23 marzo ha assunto un forte valore politico. Ma perché? Beh, perché le modifiche non riguardano effettivamente solo aspetti tecnici dell’ordinamento giudiziario, al di là degli intenti che la riforma si prefigge. Anzi, toccare gli articoli che abbiamo precedentemente elencato significa, a detta di molti, anche intervenire su uno dei pilastri della Costituzione, ossia il rapporto tra i poteri dello Stato. Ed è proprio su questa visione, più che sui dettagli tecnici, che si gioca il confronto tra chi invita a votare “Sì” e chi chiede di votare “No”, la medesima su cui dobbiamo maggiormente riflettere.
La giustizia è uno dei tre poteri fondamentali per governare lo Stato
Così Meloni ha propagandato la riforma nel corso di un’intervista andata in onda al TG5 nelle ultime settimane. Sfortunatamente, però, dovremmo TUTTI ricordare che la giustizia NON serve a governare, ma che essa è un potere INDIPENDENTE con il compito di garantire che la legge venga applicata e che ANCHE chi esercita il potere politico agisca nel rispetto delle norme e della Costituzione. Pertanto, perché proporre una riforma che, come abbiamo visto, rischia di sottomettere il potere giudiziario ad alcune scelte, seppur non sempre esplicite, del Parlamento e/o del governo di turno? E, si chiede Ongania, “davvero ci fidiamo di questa classe politica quando parla di meritocrazia nella giustizia? Perché qui sta la contraddizione madre: la politica invoca meritocrazia nelle toghe, ma è la stessa politica che nella PA, nei partiti, nelle nomine pubbliche e in numerosi altri campi non ha mai costruito un vero sistema meritocratico“!!!
Che siate per il ‘Sì’ o che siate per il ‘No’, in ogni caso, fate il vostro dovere e andate a votare!
22 marzo – Dalle ore 07:00 alle ore 23:00
23 marzo – Dalle ore 07:00 alle ore 15:00
Se vi siete persi il precedente #FOCUS, potete recuperarlo -> QUI <-
Referendum Giustizia: servono davvero le 500mila firme? E per cosa votiamo? – L’Opinione
Referendum Giustizia, quando la magistratura non può essere alla portata di chiunque – L’Opinione
Referendum giustizia 2026: il mio No per difendere la Costituzione
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