Referendum giustizia: il mio “No” per difendere Costituzione e indipendenza della magistratura

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Referendum - Foto: Pixabay.com

Il referendum sulla giustizia 2026, promosso dall’attuale Governo guidato da Giorgia Meloni e dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, interviene su alcuni articoli della Parte II della Costituzione, quelli dedicati all’ordinamento della magistratura. Il referendum vorrebbe infatti modificare gli articoli 87, 102, 104, 105, 106 e 107 della Costituzione repubblicana italiana. Ma quali sarebbero le conseguenze reali? E perché a mio avviso occorre votare “No”?

Cosa prevede il Referendum sulla giustizia 2026

La riforma costituzionale propone modifiche agli articoli 87, 102, 104, 105, 106 e 107 della Costituzione italiana per:

  • Introdurre la separazione delle carriere tra giudici e PM;
  • Creare due CSM distinti (uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri);
  • Istituire un’Alta Corte disciplinare;
  • Modificare i meccanismi di selezione e sorteggio dei componenti del CSM.

Secondo il Governo Meloni, la riforma mira a rafforzare i controlli interni e superare il sistema delle correnti nella magistratura. Tuttavia, lo stesso ministro Carlo Nordio ha dichiarato pubblicamente che la separazione delle carriere non renderà i processi più veloci, smentendo uno degli argomenti spesso associati alle riforme della giustizia.

La riforma interviene sull’architettura costituzionale senza però affrontare le vere inefficienze strutturali del sistema e senza ridurre i tempi dei processi. Inoltre non rafforza le risorse degli uffici giudiziari e non tutela l’indipendenza della magistratura, ma rispecchia molto il “Piano di rinascita democratica” della loggia massonica P2 di Licio Gelli.

Perché votare “No”

La riforma del Governo Meloni sulla giustizia non va a tutelare né i cittadini né il popolo, ma i potenti, i politici, i miliardari e i poteri occulti poiché mira a controllare, condizionare e indirizzare la magistratura. A svelare i reali obiettivi dell’attuale esecutivo è stato lo stesso ministro della Giustizia Carlo Nordio in diverse interviste e dichiarazioni rilasciate alla stampa. 

Durante la recente conferenza stampa a Palazzo Chigi, dove ha affiancato il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi nell’illustrare il decreto Sicurezza approvato dopo gli scontri di Torino, il ministro Nordio si è spinto oltre svelando le reali intenzioni del Governo Meloni:

Chi controlla la polizia? La controlla la magistratura. E chi controlla la magistratura? Non esiste un potere senza un controllo. È quello che noi cerchiamo di introdurre con la riforma costituzionale. Oggi la magistratura è controllata da sé stessa e dalle sue correnti, nel Csm e nella sua sezione disciplinare, che è una giustizia domestica. Con l’inserimento dell’Alta Corte, non più soggetta alla baratteria delle correnti che invece costituiscono una giustizia domestica, ci sarà un controllo attribuito alla magistratura, ma il controllo sarà anche sulla magistratura.

In realtà il principio costituzionale afferma chiaramente: “I giudici sono soggetti soltanto alla legge”, e non al Governo o alla maggioranza parlamentare del momento. Diversi mesi fa aveva invitato anche le opposizioni a votare a favore di questa riforma poiché servirà anche a loro quando andranno nuovamente al Governo. Pertanto la riforma non serve ai cittadini, poiché non migliora tempi, efficienza e qualità dei procedimenti; non rende più facile l’accesso alla giustizia e non tutela i diritti dei cittadini ma aiuta soltanto la casta dei politici, i poteri occulti e i potenti.

Occorre votare “No” al referendum del 22 e del 23 marzo 2026 poiché la riforma del Governo Meloni comporterà numerosi rischi e pericoli sotto diversi profili: istituzionale, tecnico e sistemico.

Rischio per l’indipendenza della magistratura e indebolimento dell’obbligatorietà dell’azione penale

La separazione costituzionale tra giudici e pubblici ministeri indebolirà il principio di autonomia e indipendenza sancito dall’articolo 104 della Costituzione. L’attuale assetto prevede un unico organo di autogoverno, il Consiglio Superiore della Magistratura, presieduto dal Presidente della Repubblica. La riforma vuole introdurre due CSM distinti, uno per i giudici e uno per i PM. Pertanto separare le carriere potrebbe aprire la strada a un pubblico ministero più vicino al Governo, alterando l’equilibrio tra accusa e giudice e mettendo a rischio l’autonomia dell’azione penale.

L’articolo 112 della Costituzione (che non viene formalmente modificato ma è strettamente collegato al tema) stabilisce l’obbligatorietà dell’azione penale. Pertanto separare le carriere potrebbe rendere il PM più assimilabile all’avvocatura dello Stato, ma in particolar modo nel lungo periodo favorirà un modello in cui il Governo orienterà le priorità investigative. Tutto ciò rappresenterebbe un cambio strutturale dell’equilibrio costituzionale e democratico del nostro Paese.

Il problema reale è il funzionamento del sistema

I problemi strutturali ed endemici della giustizia italiana (durata dei processi, carenza di organico, inefficienze organizzative, ecc.) non dipendono dall’unità delle carriere. La riforma interviene sulla struttura costituzionale senza però affrontare le vere e numerose criticità:

  • digitalizzazione incompleta;
  • carenza di personale amministrativo;
  • tempi lunghi dei processi;
  • sovraccarico degli uffici giudiziari.

Rischio di politicizzazione dei PM

La riforma prevede meccanismi di sorteggio per la componente togata nei nuovi CSM. Il sorteggio non garantirà necessariamente competenza e rappresentatività, ma ridurrà la responsabilità politica e istituzionale delle nomine. Il problema delle correnti non si risolve con il sorteggio, ma con riforme organizzative interne.

Nel modello italiano attuale, il pubblico ministero appartiene allo stesso ordine dei giudici, pur svolgendo funzioni diverse. Con la nuova riforma del Governo Meloni, un PM separato può diventare più esposto alle dinamiche politiche e creerebbe uno squilibrio a favore dell’accusa o, al contrario, un indebolimento delle indagini su reati contro la pubblica amministrazione.

Un cambiamento costituzionale irreversibile

Essendo una modifica molto significativa della Costituzione, la riforma è strutturale, difficilmente reversibile e destinata a incidere in modo molto negativo e pericoloso sull’assetto democratico, spianando la strada all’autoritarismo e a una maggiore concentrazione di potere nelle mani del Governo.

Un cambiamento così profondo della Costituzione repubblicana italiana richiederebbe un consenso parlamentare più ampio, poiché è a rischio non solo l’autonomia e l’indipendenza della magistratura ma le fondamenta democratiche della nostra Repubblica antifascista. D’altronde la nostra Costituzione è stata scritta dai nostri padri costituenti per tutelare e salvaguardare il principio della sovranità popolare, il principio della separazione dei poteri e i diritti inviolabili dell’uomo oltre ad evitare concentrazioni di autorità e per scongiurare il ritorno del Fascismo in Italia.

Dal Decreto Sicurezza alla Riforma sulla Giustizia, l’obiettivo del Governo Meloni è molto chiaro: scopiazzare il modello americano di Donald Trump e il modello ungherese di Viktor Orban per traghettare il nostro Paese da un regime democratico a un regime autoritario, con la progressiva abolizione di una serie di diritti e libertà fondamentali dell’uomo sanciti dalla nostra Costituzione e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Un pericoloso e vergognoso salto nel buio, che va scongiurato!

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Giornalista web, addetto stampa e docente appassionato di spettacolo, tv, moda, calcio, lifestyle, cronaca rosa e nera, cinema e attualità. Dal 2010 è iscritto all'albo dei giornalisti pubblicisti della Puglia. Scrive per diverse testate giornalistiche digitali e cartacee, siti e blog di carattere nazionale. Ha svolto il ruolo di giurato per diversi contest e concorsi di bellezza di rilievo regionale e italiano, da Miss Reginetta d'Italia 2019 in Puglia a Top Kids Model Italy 2019 fino a Top Model of the World Italy 2019. É addetto stampa di molti brand di abbigliamento e accessori, calendari senza veli ed eventi di moda, come il Bari Fashion Red Carpet 2016 e 2019. É laureato alla triennale in SPRISE all'Università degli Studi di Bari e alla magistrale in Relazioni Internazionali per lo Sviluppo Economico all'Universitas Mercatorum. Inoltre ha conseguito il master in HRM e tre master in discipline economico-giuridiche. Il suo motto è: "Libertà, laicità, legalità, eguaglianza e meritocrazia".

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