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Otroverso: il neologismo che trasforma il rifiuto del gruppo in identità

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Otroverso

Nell’era della fluidità, in cui le delimitazioni e le categorizzazioni dovrebbero essere ormai roba superata, sembriamo, invece, non averne mai abbastanza. Anzi, proprio perché la libertà rimane un’utopia da carta bollata, come direbbe, purtroppo, più di qualcuno, piuttosto che vivere essendo semplicemente se stessi, siamo talmente ossessionati dalle etichette da sentire il bisogno di inventarne di nuove. Un po’ ciò che sta accadendo con la distinzione tra “introverso” ed “estroverso”, evidentemente non più sufficienti a descrivere le personalità odierne. Ed è così che adesso nasce l’otroverso, parola che descrive chi non si riconosce né nell’estroverso né nell’introverso, non si sente a proprio agio nei gruppi, nella “comunalità” sociale e preferisce la profondità delle relazioni uno-a-uno, l’originalità del pensiero individuale nonché l’autenticità al conformismo.

Strano, no? Eppure, è incredibilmente vero.

Nuove parole, ma le domande sono sempre le stesse: chi è l’otroverso?

Secondo quanto riportato, l’otroversione è un concetto coniato recentemente dallo psichiatra newyorkese Rami Kaminski, che avrebbe voluto dare un nome, e forse una dignità, a quelle persone che si sentono “altre”, che faticano a sentirsi parte della folla ma vivono bene nel proprio spazio mentale. Ma è davvero tutto così semplice? E soprattutto: ha senso introdurre nuovi termini di personalità ogni volta che qualcuno si sente “fuori posto”?

Da sempre la psicologia ha usato schemi e tipologie per descrivere come siamo: introversi ed estroversi, neurotipici e neurodivergenti, e via dicendo. Queste classificazioni servono, aiutano a capire. Ma quando iniziano a proliferare come fiori selvatici, può succedere che spingano all’ansia: “Sono abbastanza ‘otroverso’?”, “Rientro in qualche altra categoria?”, “Chi o cosa sono se non abbastanza estroverso da piacere o abbastanza introverso da essere compreso?”.

L’“otroverso” offre un rifugio per chi non si riconosce nei modelli esistenti: un’identità alternativa, forse più libera. Ma risulta anche essere un’arma a doppio taglio: se da un lato può alleggerire la pressione del conformarsi, dall’altro può diventare un’etichetta ulteriore, da indossare, magari con senso di inadeguatezza se si pensa di non essere un “otroverso perfetto”.

C’è però qualcosa di vecchio in questa novità. Difatti Groucho Marx, nel suo stile beffardo, una volta disse:

Non vorrei mai far parte di un club che accetterebbe uno come me come socio

Questa frase suona come l’antenata dell’otroversia. Groucho insegnava che appartenenza forzata o standardizzata è già perdita di sé. Che forse è meglio non entrare affatto, se il prezzo è rinunciare alla propria autenticità.

Un bisogno di equilibrio

L’idea dell’“otroverso” potrebbe servire bene a molte persone che si sono sentite sempre “in mezzo”, escluse sia dai gruppi rumorosi sia da quelli silenziosi. E se il concetto ha presa è perché tocca un nervo sensibile: la nostalgia dell’essere accettati, sì, ma senza perdere sé stessi. Ma il rischio è che la ricerca di un’identità così “antisistema” diventi un’altra forma di conformismo: diventare “altro” potrebbe diventare l’ultimo standard da rispettare, il modo più elitario di sentirsi speciale. Non si può sfuggire sempre: anche l’“essere fuori” può diventare una categoria a cui aderire rigidamente, con le sue aspettative, le sue regole implicite, le sue ansie.

Forse la vera lezione è che non è tanto importante in quale categoria ci si riconosca, ma sentirsi liberi di farlo o di non farlo. Avere la possibilità di definire la propria identità, scegliere quando stare con gli altri e quando stare soli, quando parlare e quando ascoltare in silenzio. In fondo, essere “otroversi” potrebbe non essere una diagnosi, né un marchio; potrebbe essere un invito: a ridiscutere le categorie, a scavare nella profondità delle nostre relazioni, ad abbracciare la diversità anche interiore, quella che non si vede ma si sente. Perciò, la sola domanda che dovremmo porci è: “Quanto costa essere se stessi?“.

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