C’è chi protesta perché non riesce più a pagare le bollette, chi perché il proprio stipendio non basta ad arrivare alla fine del mese e chi invece perché, dopo anni passati a “buttare” (letteralmente, visto l’andazzo) impegno e sudore sui libri o in qualsiasi lavoro, si ritrova senza uno straccio di prospettiva davanti, mandando a farsi benedire anni di sacrifici fatti in vano. Poi ci sono quelli che lavorano dodici ore al giorno per mantenere un’attività, quelli che trasportano le merci da una parte all’altra del Paese e quelli che chiedono opportunità migliori per una popolazione che, senza ombra di dubbio, merita molto di più di una corsa al riarmo.
Insomma, in Italia le ragioni per essere scontenti non mancano affatto. Ad essere assente, semmai, sembrerebbe la concreta possibilità che qualcuno presti davvero attenzione ad un malessere generale che assume forme diverse a seconda di chi lo vive, soprattutto quando le manifestazioni di coloro che si riversano in strada nella speranza di poter vedere i propri diritti finalmente garantiti e rispettati finiscono per essere oscurate, mediaticamente e politicamente, dalle azioni di chi, con ogni eventualità, non conosce neppure le reali motivazioni che hanno spinto migliaia di italiani a riempire le piazze delle proprie città.
Dalle piazze agli scaffali vuoti: un malcontento ormai impossibile da ignorare


Nei giorni scorsi, infatti, la protesta degli autotrasportatori contro il caro carburanti ha mostrato quanto le difficoltà di una singola categoria possano ripercuotersi su tutto il nostro amato stivale. In diverse aree del Mezzogiorno, ad esempio, i blocchi e le interruzioni delle operazioni di carico e scarico hanno rallentato le consegne, lasciando temporaneamente vuoti alcuni reparti dei supermercati, specialmente quelli dei prodotti freschi. Frutta, verdura, latte e altri alimenti deperibili sono diventati effettivamente più difficili da trovare.
Del resto, il carburante è fondamentale e se le spese aumentano senza che le tariffe consentano di assorbirle, la sostenibilità stessa dell’attività rischia di venir meno. Un problema, quest’ultimo, che affligge ugualmente agricoltori, fornai, piccoli imprenditori e chiunque debba acquistare materie prime, far fronte a costi e sostenere un esercizio commerciale cercando di non trasferire ogni rincaro sui clienti.
Lavoratori, studenti e il diritto di non volersi più accontentare
Ciò che ne vien fuori, dunque, è un effetto domino in cui ciascuno prova a difendere il proprio lavoro e il proprio reddito, mentre il consumatore si ritrova a fare i conti con prezzi elevati, disponibilità ridotte e un potere d’acquisto sempre più sotto pressione, fino all’esasperazione. Perciò, non è difficile capire perché si protesti, o perlomeno non dovrebbe. Assai più complicato, invece, è riuscire a trovare una soluzione che non si limiti al mero “contentino” da propaganda e che non scarichi il peso della protesta sulle spalle di chi sta affrontando difficoltà analoghe, poiché l’autotrasportatore che non è più in grado di sostenere le spese del proprio mezzo, il commerciante che fatica a pagare l’energia e una famiglia che deve rinunciare ad una parte di quel che potrebbe mettere in tavola sono tutti parte di un unico problema.
A protestare sono inoltre gli studenti, che chiedono un diritto allo studio più accessibile, perché l’istruzione non dovrebbe mai diventare un lusso riservato esclusivamente a chi può permettersi affitti spropositati, trasporti il più delle volte manchevoli e spese decisamente fuori dal normale. Al loro fianco ci sono anche i lavoratori che chiedono salari più adeguati, i cittadini che vorrebbero servizi pubblici più efficienti e tutti quelli che meriterebbero condizioni di vita “semplicemente” più dignitose. Saranno pure motivazioni differenti, ma ciascuna di esse è accomunata dal diritto di non volersi più accontentare.
Milano e il rischio di dimenticare perché si protesta
Peccato solo, però, che qualcuno pare aver scambiato il diritto di protesta con il pretesto per commettere indisturbato dei reati. Un po’ ciò che è successo il 17 ottobre a Milano, dove, nel corso della manifestazione promossa da Italia in Piazza contro il carovita, gravi disordini, scontri e danni a negozi e persone hanno fatto passare in secondo piano le motivazioni iniziali della mobilitazione. Si può (e si deve) manifestare contro i rincari, gli stipendi bassi, le condizioni di vita precarie o le scelte di un governo, ma quale risultato si ottiene distruggendo o danneggiando l’attività di gente che, probabilmente, sta affrontando le nostre stesse problematiche?

Non credo che una devastazione indiscriminata e senza senso renda più forte una rivendicazione. Anzi, penso che la indebolisca, per di più distogliendo, a favore dei pochi e a discapito dei molti, l’attenzione da quelle che sono le ragioni legittime. Ci indigniamo quando si verificano cariche della polizia contro folle di manifestanti, perché non dovremmo farlo per chi compie atti che ben poco hanno a che vedere con lo scopo di quella manifestazione?
La violenza non può e non deve diventare accettabile a seconda di chi la esercita. È doveroso pretendere che le forze dell’ordine rispettino la legge e che qualsiasi abuso venga documentato, accertato e perseguito. Per quel che mi riguarda, però, per quanto strano possa sembrare a tanti, lo è altrettanto esigere che chiunque commette violenze debba risponderne, indipendentemente dal fatto che porti una divisa o partecipi ad un corteo, così come è imperativo condannare un tipo di violenza che, spesso e volentieri, passa a mio avviso inosservata: quella di uno Stato che non provvede al benessere di tutti i cittadini che è chiamato a rappresentare.
Quando la protesta finisce per favorire ciò che si vorrebbe cambiare
Il mio non è banale “sdegno per una vetrina rotta”, che magari è perfino assicurata, ma constatazione del fatto che, alla fine, il risultato che si ottiene è esclusivamente quello di rafforzare una narrazione che si cerca di contrastare e chi manifesta diventa puntualmente un nemico da combattere. D’altronde non sono proprio azioni del genere che oscurano le rivendicazioni della piazza e servono su un piatto d’argento l’occasione all’attuale politica di spostare il dibattito quasi esclusivamente sul terreno della sicurezza? Certo, se la risposta istituzionale alle questioni sociali che alimentano il malcontento (vale a dire, alla precarietà, alle difficoltà economiche, all’abbandono scolastico e alla mancanza di prospettive) mostrasse la medesima determinazione che ha nell’introdurre nuove restrizioni, vivremmo indubbiamente nel Paese migliore del mondo.

C’è chi mi dice che la gente è arrabbiata e stanca, e che in passato sono stati proprio atti di questo tipo a produrre i cambiamenti di cui godiamo ancora oggi. Lo so e lo vedo anch’io, ma credo che episodi simili a quelli di Milano non facciano altro che alimentare una già esistente “guerriglia fra poveri” che non giova a nessuno, se non al sistema che si vorrebbe cambiare.
Se arreco danni a chi con il proprio lavoro cerca di sopravvivere tanto quanto me, non ho reso quel sistema più giusto; se aggredisco qualcuno che sta svolgendo il proprio lavoro, non ho sicuramente conquistato un diritto. E se un intervento sproporzionato reprime il diritto di chi manifesta pacificamente, di certo non si rafforza la fiducia nelle istituzioni. Dovremmo scendere in piazza tutti uniti, con gli stessi obiettivi, altrimenti il rischio è che ognuno pensi a sé e che il problema rimanga semplicemente dov’era.
L’ingiustizia in qualsiasi luogo è una minaccia alla giustizia ovunque — Martin Luther King Jr.
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