La notizia ANSA arrivata da Strasburgo lo scorso 11 giugno 2026 non riguarda soltanto i Testimoni di Geova. Riguarda l’Italia, riguarda ognuno di noi. Ha a che vedere con il modo di intendere il pluralismo religioso e, più in profondità, la grammatica con cui la politica decide chi è pienamente riconoscibile nello spazio pubblico e chi resta in stanza d’attesa.
Dieci anni fa la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva infatti ricevuto il ricorso n. 49687/16 della Congregazione cristiana dei Testimoni di Geova contro il nostro Paese. E qualche giorno fa, alla fine, ha ravvisato una discriminazione nella mancata conclusione dell’intesa con lo Stato e nella conseguente esclusione dai benefici collegati, tra cui l’otto per mille. I tentativi di arrivare a un’intesa erano iniziati già nel 1977. Quasi mezzo secolo dopo, Strasburgo ha detto una cosa molto semplice: un’attesa così lunga, se non è adeguatamente giustificata, non è più soltanto attesa. Può diventare discriminazione.
Un estratto della sentenza: L’11 giugno 2026, nel caso Christian Congregation of Jehovah’s Witnesses v. Italy — ricorso n. 49687/16 — la Prima Sezione della Corte europea dei diritti dell’uomo ha ritenuto che l’impossibilità per la Congregazione cristiana dei Testimoni di Geova di concludere un’intesa con lo Stato italiano, con conseguente esclusione dal sistema dell’otto per mille, integrasse una violazione del divieto di discriminazione. Per la sentenza completa, cliccate qui ->[Link] <-
La Corte non ha imposto all’Italia di concedere privilegi ai Testimoni di Geova. Ha invece rilevato una violazione dell’articolo 14 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, letto insieme all’articolo 9 sulla libertà di pensiero, coscienza e religione, e all’articolo 1 del Protocollo n. 1 sulla protezione della proprietà. In altre parole: non si tratta di pretendere una corsia preferenziale, ma di evitare che una confessione religiosa sia esclusa per decenni da un sistema di riconoscimento e dai suoi effetti materiali.
La CEDU condanna lo Stato Italiano: non ha permesso ai Testimoni di Geova di ricevere l’8 per mille dell’IRPEF.
Nel sistema italiano, l’articolo 8 della Costituzione prevede che le confessioni religiose diverse dalla cattolica possano regolare i propri rapporti con lo Stato mediante intese. È uno dei pilastri costituzionali del pluralismo religioso. Ma ogni soglia, se non viene attraversata, può diventare anche un confine. L’intesa non ha solo un valore tecnico. Consente di disciplinare i rapporti con lo Stato e, tra le altre cose, di accedere al meccanismo dell’8 per mille. Restarne fuori significa dunque subire una conseguenza non soltanto simbolica, ma anche materiale: meno risorse, meno strumenti, meno piena presenza nei canali pubblici del riconoscimento.
Dal 1977 all’11 giugno 2026
I Testimoni di Geova, nel caso esaminato dalla Corte, non erano privati della possibilità di esistere, riunirsi o professare la propria fede. Il problema era più sottile: la piena traduzione della loro presenza nel codice istituzionale dello Stato risultava rinviata da decenni. E il tempo, in questi casi, non è mai neutro. Un ritardo di pochi mesi può essere fisiologico. Un rinvio di anni può essere discutibile. Una vicenda che parte dal 1977 e arriva al 2026 diventa un fatto politico, giuridico e simbolico. Un’attesa di quasi cinquant’anni comunica qualcosa. Suggerisce all’opinione pubblica che vi sia qualcosa di irrisolto, di ambiguo, di non completamente affidabile.
Non a caso, tra gli argomenti richiamati nel dibattito pubblico figurano spesso le posizioni dei Testimoni di Geova sulle trasfusioni di sangue, sulla donazione del sangue e sulla partecipazione al voto. Sono temi delicati, certamente discutibili in una società aperta. Ma proprio qui sta la distinzione decisiva: una cosa è criticare una dottrina religiosa; altra cosa è trasformare quella distanza culturale in ragione implicita di minor riconoscimento istituzionale.
“La democrazia non può essere soltanto il governo della maggioranza: deve essere anche la protezione delle minoranze” – Karl Popper, The Open Society and Its Enemies (1945).
Riconoscere non significa approvare
Una democrazia pluralista non deve approvare le credenze di tutti. Deve però garantire che il dissenso culturale non diventi penalizzazione simbolica. La neutralità dello Stato non consiste nel fingere che le differenze non esistano, ma nel non assumere la religione maggioritaria, storica o culturalmente più rassicurante come misura implicita di tutte le altre.
La sentenza CEDU sui Testimoni di Geova, dunque, non demolisce il sistema delle intese. Lo costringe però a guardarsi allo specchio. Se l’intesa diventa una soglia indefinita, se i tempi non sono chiari, se le ragioni del mancato approdo restano insufficienti, allora il riconoscimento smette di essere garanzia di pluralismo e rischia di diventare un dispositivo di gerarchizzazione. Nel quadro più ampio del Consiglio d’Europa, che comprende 46 Stati, questa decisione assume anche un valore di principio: la libertà religiosa non è solo libertà di culto in senso stretto, ma anche possibilità per una comunità di essere trattata senza discriminazioni quando chiede accesso ai dispositivi pubblici di riconoscimento.
Una questione che supera la singola confessione
Da qui nasce la necessità di un riconoscimento religioso non gerarchico. Non un trattamento di favore. Non una corsia preferenziale. Ma un criterio democratico minimo: le minoranze religiose devono poter essere riconosciute, consultate e valutate secondo parametri trasparenti, senza che la loro distanza dalla sensibilità maggioritaria le condanni a una cittadinanza simbolica dimezzata.
Il caso dei Testimoni di Geova supera quindi la vicenda di una singola confessione. È un test sulla qualità del pluralismo italiano. Una comunità politica non è davvero pluralista solo perché consente alle minoranze di esistere. Lo diventa quando costruisce procedure capaci di farle significare come parte legittima del “noi” democratico.
Leggi anche:
Esorcisti contro l’Intelligenza Artificiale: il vero nuovo male del nostro tempo? – L’Opinione
Israele, in nome di quale Dio si massacrano le sue creature? – L’Opinione
Donald Trump, quando lo Studio Ovale diventa un cabaret di deliri di onnipotenza – L’Opinione
Per rimanere aggiornato sulle ultime opinioni, seguici su: il nostro sito, Instagram, Facebook e LinkedIn
