Israele, in nome di quale Dio si massacrano le sue creature?

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Israele
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Di fronte alle immagini che arrivano ogni giorno da Gaza, una domanda si impone con forza alla coscienza del mondo: in nome di quale Dio si può continuare a infliggere tanta sofferenza a esseri umani e animali innocenti? Non è una domanda contro una religione, né contro un popolo, né contro Israele stessa. Anzi, è una domanda rivolta ad un governo, ad una classe dirigente e ad una comunità internazionale che troppo spesso sembra incapace di fermare la spirale della violenza.

Quando la difesa si scontra con il limite della coscienza: il governo di Israele porrà fine a tutto questo, prima o poi?

L’umanità deve porre fine alla guerra, o la guerra porrà fine all’umanità — John F. Kennedy

Dopo il terribile attacco del 7 ottobre 2023, che ha provocato la morte di centinaia di civili israeliani e ha lasciato ferite profonde nella società israeliana, il diritto di Israele a difendere la propria popolazione è stato riconosciuto da gran parte del mondo. Tuttavia, suddetto diritto alla difesa non può trasformarsi nel diritto alla devastazione indiscriminata, così come non può (e non deve) diventare una licenza morale per ignorare il valore della vita umana.

Le cronache, le testimonianze e le immagini diffuse da giornalisti, organizzazioni umanitarie e semplici cittadini raccontano una realtà fatta di famiglie distrutte, bambini feriti o uccisi, anziani abbandonati tra le macerie, ospedali al collasso e intere comunità private di acqua, cibo e cure mediche. In quelle stesse immagini compaiono anche animali affamati, feriti, abbandonati in territori trasformati in campi di distruzione.

Ogni guerra genera dolore, ma esiste una soglia oltre la quale quest’ultimo smette di essere una conseguenza inevitabile del conflitto e diventa una tragedia morale che interpella l’intera umanità. Molti osservatori, giuristi internazionali e organizzazioni per i diritti umani ritengono che quella soglia sia stata superata da tempo.

Le vittime civili e il peso morale di una guerra senza fine

Il governo guidato da Benjamin Netanyahu continua a sostenere che le operazioni militari siano necessarie per eliminare la minaccia rappresentata da Hamas. Ciò nonostante, più il numero delle vittime civili cresce, più diventa difficile per l’opinione pubblica mondiale accettare che tutto questo sia soltanto il prezzo inevitabile della sicurezza. Eppure, la storia del popolo ebraico è una storia segnata da persecuzioni, esili e sofferenze indicibili. Proprio per questo molti si aspettano da Israele una sensibilità particolare verso il dolore degli innocenti. Quando invece le immagini mostrano bambini che scavano tra le rovine per cercare i propri familiari, o creature viventi lasciate senza protezione né soccorso, la distanza tra i valori proclamati e la realtà percepita appare sempre più profonda.

Criticare il governo Netanyahu non significa essere contro Israele. Al contrario, significa credere che nessuna nazione possa preservare la propria dignità morale rinunciando al rispetto della vita umana e affermare che la sicurezza non può essere costruita sulle macerie dell’umanità. Perciò, resta inevitabile chiedersi in nome di quale Dio si possa giustificare tutto questo!?! Certamente non in nome del Dio della misericordia, della giustizia e della compassione invocato dalle grandi tradizioni religiose, perché nessun Dio che riconosca valore alle sue creature potrebbe gioire della morte degli innocenti.

Oggi più che mai serve il coraggio della pace, della diplomazia e della responsabilità. Serve che il mondo smetta di contare le vittime come statistiche e torni a riconoscerle come persone, perché ogni bambino ucciso, ogni civile travolto dalla guerra, ogni essere vivente lasciato a soffrire rappresenta una sconfitta per l’intera umanità. E davanti a questa sconfitta nessuno dovrebbe sentirsi assolto dal silenzio!

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