Notte dei lunghi coltelli: la società cambia ancor prima delle leggi che la governano

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Notte dei lunghi coltelli
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Le parole sono azioni – Ludwig Wittgenstein

Siamo alle porte del 92esimo anniversariio della tristemente nota Notte dei lunghi coltelli. Tra il 30 giugno e il 2 luglio 1934, infatti, Adolf Hitler ordinò la repressione dei vertici delle SA e di numerosi avversari politici, trasformando una resa dei conti interna al regime nel definitivo consolidamento del proprio potere. Per gli storici rappresenta uno dei passaggi decisivi attraverso cui il nazionalsocialismo eliminò ogni residuo equilibrio interno e mostrò che la violenza di Stato poteva diventare uno strumento ordinario di governo. Alcuni direbbero che oggi, in diverse parti del mondo, e magari anche in Italia, l’aria che si respira non sia poi così diversa, tuttavia sarebbe scorretto identificare l’estrema destra attuale con ciò che accadde quasi un secolo fa.

La storia, del resto, non può e non deve diventare un catalogo di analogie. Il nazismo fu un fenomeno politico unico, nato in un contesto irripetibile, con caratteristiche ideologiche e criminali che non possono essere sovrapposte automaticamente ai movimenti politici contemporanei. Le differenze di contesto, di istituzioni e di obiettivi sono senz’altro profonde. Ciò nonostante, ci è possibile comunque osservare alcuni meccanismi ricorrenti della politica, come il ruolo del linguaggio, la costruzione del consenso e la progressiva normalizzazione di idee che, nel tempo, possono ridefinire il confine di ciò che una società considera accettabile.

Tra nazismo e remigrazione: dalla “Notte dei lunghi coltelli” ai giorni nostri

Ogni grande trasformazione politica, lo sappiamo, è preceduta da una trasformazione culturale. Prima di cambiare le leggi, cambia il modo in cui la realtà che quelle leggi regolamentano viene racconta. Così come prima di ridefinire i diritti, sono le categorie a ridefinirsi. E allo stesso modo, prima ancora che la politica intervenga, è il linguaggio a spostare il confine di ciò che appare normale, accettato e perfino ovvio. È una dinamica che riguarda qualsiasi democrazia e qualsiasi orientamento politico. E chissà, forse è proprio per tale ragione che il dibattito sviluppatosi nelle ultime settimane intorno alla parola “remigrazione” merita attenzione, indipendentemente dal giudizio che ciascuno può esprimere sul tema dell’immigrazione.

Fino a pochi anni fa quel termine apparteneva quasi esclusivamente ai movimenti identitari dell’Europa centrale. Oggi è entrato a far parte, invece, del lessico della politica e della nostra quotidianità. In Germania, ad esempio, continua a rappresentare uno dei temi più controversi del confronto pubblico, soprattutto per il suo utilizzo da parte di settori della destra radicale. E in Italia? Ebbene, suddetta espressione è uscita definitivamente dalla nicchia alla quale era relegata complici manifestazioni, iniziative pubbliche e un dibattito mediatico che ne ha sicuramente moltiplicato la diffusione. Perciò, cosa succede quando un concetto nato in ambienti politici minoritari diventa improvvisamente una parola di uso corrente? Vale la pena di chiederselo, perché le parole, specialmente ai giorni nostri, non descrivono soltanto la realtà, ma contribuiscono a costruirla!

Credit: foto a cura di LeoSch da pixabay.com/licensefree

Parole che cambiano prima della politica e noi non ce ne accorgiamo nemmeno

In quest’ottica, tenendo bene a mente i contesti e i presupposti, la Notte dei lunghi coltelli di certo non va eletta a modello della trasformazione di ogni movimento radicale nel nazismo o dell’irrigidimento del dibattito che conduce inevitabilmente all’autoritarismo. Al contrario, essa può essere un ottimo caso di studio per cercare di comprendere che le società cambiano gradualmente, ma cambiano, e spesso più in fretta di quel che pensiamo. La normalità di oggi sarebbe sembrata impensabile pochi anni prima. E ciò che domani verrà considerato normale nasce quasi sempre da parole che adesso ci sembrano innocue.

Del resto, ce ne sono alcune che semplificano problemi complessi e che finiscono irreparabilmente per sostituire categorie giuridiche con categorie identitarie, mentre altre spostano il centro del dibattito senza che ce ne rendiamo conto. “Remigrazione” è senza ombra di dubbio uno di questi termini. C’è chi la utilizza per far riferimento ad una politica più rigorosa sui rimpatri e sulla gestione dei flussi migratori, e chi per denominare un progetto identitario incompatibile con i principi di una democrazia pluralista. Dunque, è cosa accade quando un neologismo modifica il modo in cui una società guarda alle persone prima ancora che alle norme?

Certo, non troveremo nuovi nazismi dietro l’angolo, ma occorre interrogarsi costantemente sul linguaggio che utilizziamo (e che finiamo, il più delle volte involontariamente, per utilizzare), sul suo significato e sulla sua progressiva normalizzazione, per esercitare quella vigilanza democratica che ciascuna società libera dovrebbe considerare parte integrante della propria maturità civile!

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Laureato in Scienze della Produzione e Protezione delle Piante presso la facoltà di Scienze e Tecnologie Agrarie, Università degli Studi di Milano nel 2020 è iscritto all’Ordine degli Agronomi e Forestali Como - Lecco – Sondrio. Offre consulenza tecnica qualificata per privati ed enti pubblici. Lavori ordinari e straordinari su alberi, giardini, terrazzi, siepi, e barriere verdi. Progettazione, pianificazione e direzione lavori con particolare attenzione e sensibilità alle problematiche ambientali. Riqualificazione di aree verdi, aiuole, parchi, giardini e orti per privati ed enti pubblici. Specializzato in rilievi, censimenti, valutazione e verifica della stabilità degli alberi tramite analisi e metodi sia visivi (VTA) che strumentali, si occupa di progettazione terrazzi e aree verdi, pratiche di abbattimento, riqualificazione di parchi e giardini, prevenzione e cura del verde.

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