Machina Sacra, parlano gli ideatori Max Magaldi e Matteo Mandelli: “Non profana il sacro!”

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Max Magaldi e Matteo Mandelli

C’è un gesto che appartiene da secoli alla grammatica della preghiera: il capo chino, le mani raccolte, il corpo concentrato in un atto di affidamento. Tuttavia, oggi quello stesso gesto si ripete ovunque, nelle strade, sui treni, nelle piazze, nei bar, negli spazi privati e pubblici della vita quotidiana. Solo che tra le mani, al posto di un rosario o di un libro sacro, c’è uno smartphone. È da questa sovrapposizione potente, quasi perturbante, che nasce Machina Sacra, performance realizzata nell’ambito del Festival Microcosmi, a Bosco, in provincia di Salerno.

Un’opera che ha assunto la forma della processione, ma che al centro non pone una tradizionale immagine religiosa. Al contrario, mette in scena il rapporto dell’uomo contemporaneo con i dispositivi digitali, con l’intelligenza artificiale, con la dipendenza dall’attenzione e con quella nuova liturgia quotidiana che ciascuno di noi celebra, spesso senza accorgersene. Ideata da Max Magaldi e Matteo Mandelli, ha acceso nei giorni scorsi numerose discussioni, interpretazioni, entusiasmi e polemiche. Alcuni vi hanno visto una provocazione nei confronti della fede. Gli autori, invece, rivendicano una lettura più sottile: non un attacco alla religione né una profanazione del sacro, ma una riflessione sul modo in cui la tecnologia assorbe funzioni simboliche un tempo proprie del sacro. Orientare, rassicurare, connettere, dare risposte.

Proprio per questo, abbiamo deciso di raggiungerli telefonicamente e di intervistarli per voi. Buona lettura!

Credit: Il Gazzettino/YouTube

Il Vangelo va annunciato con il linguaggio del proprio tempo – Papa Francesco [parafrasi da “Il Messaggio per la LVIII Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali (2024)]

Genesi e accoglienza di “Machina Sacra”: Magaldi e Mandelli rivendicano una lettura più sottile

Buongiorno Max Magaldi e Matteo Mandelli, e benvenuti. Come nasce l’idea di Machina Sacra?

M. Mandelli: ‘Machina Sacra’ nasce dall’osservazione di un gesto molto semplice: ogni giorno affidiamo ai dispositivi digitali una parte sempre più importante della nostra vita. Chiediamo indicazioni, cerchiamo risposte, conserviamo ricordi, prendiamo decisioni. Mi sono chiesto se questo rapporto non stesse assumendo una dimensione quasi rituale. L’opera non nasce per provocare la religione, ma per mettere in dialogo due sistemi simbolici apparentemente lontani: il rito e la tecnologia. Mi interessa osservare come cambiano i nostri gesti e cosa rimane immutato nel bisogno umano di credere, di essere guidati e di cercare un significato.

M. Magaldi: La figura umana con le mani giunte e il capo chino ha da sempre evocato una sola cosa: la preghiera. Ciò nonostante, da quando lo smartphone è entrato nelle nostre vite, incontriamo persone in quella stessa posizione, e noi stessi la assumiamo più volte al giorno, in ogni luogo, e non per pregare. A testa bassa, col telefono tra le mani, scrolliamo, scriviamo, commentiamo, cerchiamo, compriamo, credendo che quel momento sia nostro. Intimo, privato. Invece, proprio in quel momento siamo parte di una nuova liturgia, collettiva e inconsapevole, durante la quale cediamo tutti le stesse cose, nello stesso momento: dati, attenzione, tempo, presenza.

‘Machina Sacra’ è il dispositivo artistico che materializza questa liturgia e la rende visibile, prendendo con grande rispetto l’oggetto più sociale e collettivo della liturgia cattolica — la processione — e trasformandolo in una camminata tra persone isolate e sole col proprio device. Perché nella nuova liturgia che raccontiamo in Machina Sacra la separazione non è un difetto, ma è l’essenza del rito stesso: separarci, tutti insieme.

Chi ha partecipato alla realizzazione del progetto? Quale patto si è creato con la comunità?

M. Magaldi: Realizzata all’interno del ‘Festival Microcosmi’, è una performance che ha coinvolto l’intera comunità di Bosco in un’azione partecipata, una riflessione comunitaria sul labile confine tra ciò che ci connette e ciò che ci separa, nell’anno di ‘Magnifica Humanitas’, l’enciclica di Papa Leone XIV dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale. Abbiamo costruito l’opera negli spazi di Casa Ortega, a porte aperte. Il laboratorio è stato così luogo di incontro con la comunità. Poi abbiamo organizzato due incontri collettivi, sia con la parrocchia che con la Proloco, per dialogare con gli abitanti di Bosco sui temi del digitale, sul senso dell’opera e per provare a spiegare quale fosse l’idea alla base della “processione”.

Credit: Max Magaldi.

Alla fine credo che ognuno di loro abbia compreso buona parte delle motivazioni e, in qualche modo, le abbia fatte sue, tanto che la partecipazione durante la processione è stata ampia e intensa. Più difficile invece sarà capire come sono stati assorbiti i migliaia di commenti sotto i video e i post che hanno riempito il web dopo che la performance è andata virale. Mi rendo conto che, per chi non è abituato a stare sotto i riflettori social, è molto complesso affrontare il “plotone d’esecuzione” dei commenti su Facebook o Instagram.

Penso che tornerò a Bosco già la settimana prossima per parlare proprio di questo. D’altra parte, le azioni che faccio da qualche anno ibridano spesso ambienti reali e digitali: in questo caso, la piazza reale del paese si espande e si mescola con quella dei social.

In alcuni articoli usciti a riguaro è stato sottolineato che l’opera non intende attaccare la fede. Perché questa precisazione era necessaria?

M. Mandelli: Le polemiche fanno parte dell’arte contemporanea quando affronta temi sensibili. Quello che mi ha colpito, però, è che molte persone, anche profondamente legate alla tradizione religiosa, dopo aver vissuto l’opera hanno colto che non c’era alcuna volontà di dissacrare. L’obiettivo non era sostituire un rito, ma creare uno spazio di riflessione. E quando il dialogo prende il posto dello scontro, credo che l’arte abbia già raggiunto una parte del suo scopo.

Si è creata una certa distanza tra l’intenzione comunicativa dell’opera e il modo in cui è stata interpretata pubblicamente?

M. Magaldi: Come spesso mi accade, la maggior “semiosi imprevista” dell’opera è successa dentro di me, durante la lavorazione a Casa Ortega. Durante la residenza a Bosco è cresciuta dentro di me una parte diventata poi elemento imprescindibile. Il simulacro tecnologico protagonista della processione, quando si impossessa dei telefoni dei fedeli, si comporta esattamente come fanno gli LLM che tutti usiamo ogni giorno: è lui — o lei — ad essere “devoto” a noi, è lui a pregare i suoi fedeli.

Questo paradosso ulteriore, che solo chi ha partecipato alla processione o visitato l’opera in ostensione nella cappella ha potuto cogliere, è molto interessante. In Machina Sacra il “fedele” non è un timorato di Dio, perché è il suo dio ad essere un’entità servile, a disposizione, impegnata a complimentarsi con noi, che ci chiede perdono in continuazione. Ed è proprio attraverso questo servilismo che ci mantiene a lui — o a lei — fedeli.

D’altra parte, l’abitudine a questa accondiscendenza è un altro degli elementi tecnologici che aumenta ancora di più la nostra predisposizione all’isolamento, perché ci disabitua sempre di più al confronto vero, alle critiche, ai pareri contrari. L’intelligenza artificiale, attraverso questa piaggeria reiterata, accelera ulteriormente la polarizzazione e l’isolamento che già i social hanno costruito in vent’anni di evoluzione. E questo crea la situazione assurda di chi entrava nella Cappella del Carmine di Bosco: una cappella dove si incontra un “santo” che, invece che lasciarsi venerare, ti venera.

Qual è il confine tra rappresentazione del sacro, critica del sacro e profanazione del sacro?

M. Magaldi: Io credo che la rappresentazione artistica debba sempre essere critica, è inevitabile. Solo in questo modo chi si imbatte in quella rappresentazione sarà spinto a interrogarsi su ciò che ha davanti. Se questa cosa non succede, l’artista ha fallito. Se invece succede, indipendentemente da quale sia la risposta alla domanda che il pubblico si fa, l’artista ha fatto il suo dovere.

Ecco perché il confine tra rappresentazione e critica, per me, non esiste: la rappresentazione è critica, sempre. In un certo senso l’artista è proprio questo: un giocoliere di confini. Li spinge oltre, li sposta in là, nel migliore dei casi li fa scomparire. L’artista deve sconfinare, sempre. Ed è per questo che spesso sembra che l’artista sia un profanatore, semplicemente perché non può rimanere dentro ai confini comuni. Poi mi rendo conto che alcuni confini sono più delicati di altri, e che quelli legati al mondo della religione lo sono di sicuro.

In che modo poter leggere l’opera senza fraintenderne il senso più profondo?

Max Magaldi: La buonafede. Il fatto che ‘Machina Sacra’ non è la presa in giro di una processione, ma anzi usa il potere simbolico riconosciuto da tutti — fedeli e non — a questo oggetto liturgico, e lo usa come fondamenta solide su cui reggersi. D’altra parte, la processione è già un oggetto ibrido per natura. È una forma che da sempre contiene cose diverse. Metterci la tecnologia non è una violazione: è continuare esattamente ciò che la processione ha sempre fatto, cioè assorbire il nuovo, il terreno, a volte anche il “pagano”.

Inoltre, la processione è l’oggetto liturgico più sociale che esista. Non pretende che chi partecipa sia un fedele. Si va in processione per pregare e rendere omaggio al santo, ma anche per incontrarsi, stare insieme, parlare di cose terrene. Potremmo dire che la processione è la soglia tra sacro e comunità, e noi abbiamo solo provato ad aprire quella soglia per gettare uno sguardo su un panorama diverso.

Machina Sacra‘ lavora già dal titolo su una tensione tra dispositivo tecnico e dimensione religiosa: che cosa significa accostare la macchina al sacro?

M. Mandelli: Non li considero due opposti. Il sacro, per me, non coincide necessariamente con la religione. È quella dimensione dell’esistenza che ci mette davanti a domande più grandi di noi. L’innovazione, se vissuta con coscienza, può diventare uno strumento per continuare a porci quelle stesse domande. Per questo credo che possano convivere. Ci sarà sempre uno spazio profondamente umano, intimo e irriducibile, che nessuna tecnologia potrà abitare completamente. È proprio quel luogo che l’arte dovrebbe continuare a custodire.

Non credo che il digitale stia sostituendo la religione. Credo piuttosto che stia assumendo alcune delle funzioni che storicamente appartenevano ai sistemi simbolici: orientare, rassicurare, connettere, dare risposte. La mia ricerca non vuole stabilire se questo sia giusto o sbagliato. L’arte, per me, non serve a emettere sentenze ma a rendere visibili trasformazioni che spesso viviamo senza accorgercene. Forse non abbiamo smesso di credere. Abbiamo semplicemente cambiato ciò che illumina il nostro cammino.

M. Magaldi: La dimensione macchinica e tecnologica fa da sempre parte della ritualità in ogni sua forma. Il fuoco è stato da sempre legato ad ogni tipo di rituale sacro, e cosa era il fuoco se non una delle prime e più straordinarie tecnologie? Quando abbiamo iniziato a lavorare all’idea della processione, facendo ricerca, ho scoperto che gli oggetti portati a spalla in processione che avevano qualità meccaniche di qualche tipo prendono il nome di “macchine processionali”.

A Venezia, qualche anno fa, nella Chiesa di San Francesco della Vigna, ho avuto la fortuna di vedere un crocifisso “parlante” tardo-gotico, una sorta di robot ante litteram dotato di un meccanismo interno che gli faceva muovere la lingua ed emettere fumo d’incenso dalla bocca, a simulare l’ultimo respiro di Cristo. Insomma, la liturgia cattolica ha anch’essa da sempre utilizzato delle “macchine” per aumentare il tasso di coinvolgimento emotivo dei fedeli. Bene, quella che abbiamo costruito con Mandelli è una macchina che cerca di fare la stessa cosa, anche se in maniera paradossale.

Quale ruolo hanno avuto i media nella costruzione del caso?

M. Magaldi: L’intervento dei media, soprattutto dei social media, ha spostato tutto sulla controversia. Ma era naturale che fosse così e, in un certo senso, previsto. Per quanto mi riguarda, tutti i commenti social di tutti gli articoli usciti su Machina Sacra sono parte integrante dell’opera e della liturgia che ‘Machina Sacra’ mette in scena, perché dimostrano l’estremizzazione, la polarizzazione e la semplificazione di quello che una volta si chiamava dibattito. Ed è proprio questa dinamica a stare alla base della separazione e dell’isolamento tra persone che il nostro lavoro celebra e porta in processione.

Una processione del nostro tempo

Insomma, Magaldi e Mandelli non sembrano in alcun modo voler sostituire il sacro, né irriderlo. Piuttosto, provano a mostrare dove il sacro continua a riapparire, anche quando crediamo di esserci ormai lasciati alle spalle i suoi linguaggi. Nel gesto quotidiano dello smartphone, nell’interrogazione dell’intelligenza artificiale, nella richiesta di conferme, nella ricerca di orientamento, nell’isolamento condiviso dei social, l’opera individua una ritualità nuova ed inquietante, e non perché sia apertamente religiosa, ma perché produce forme di affidamento, devozione, dipendenza e appartenenza.

La forza dell’opera sta a mio avviso qui, ossia nel non limitarsi a scandalizzare, ma nel costringerci a riconoscere e riconoscerci. Abbiamo ancora il capo chino, le mani raccolte e bisogno di risposte. È cambiato soltanto l’oggetto (o il soggetto?) che illumina il nostro volto. Grazie a Max e Matteo per averci permesso di riflettere ed interrogarci, in fin dei conti, proprio sui noi stessi!

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Studioso di comunicazione, semiotica e vessillologia. Esploratore, attivista culturale e saggista. Già consigliere comunale e militante radicale "contro la pena di morte". Laurea in relazioni pubbliche (Iulm, Milano), diplomi di alta formazione nel pensiero filosofico di Tommaso d’Aquino e Anselmo d’Aosta presso atenei pontifici; “Esperto in criminologia esoterica”, master in bioetica. Tra i suoi interessi di ricerca: diritti umani, peace studies, hate speech online, analfabetismo religioso. Da oltre dieci anni Ministro della Chiesa di Scientology e rappresentante italiano dello scrittore statunitense L. Ron Hubbard.

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