Ci sono film horror che scelgono di spaventare mostrando subito il proprio mostro. E poi ci sono quelli che preferiscono insinuare il dubbio, costruire lentamente una sensazione di disagio e convincerci che dietro un volto innocente possa nascondersi qualcosa di terribilmente sbagliato. Case 39, diretto nel 2009 dal regista tedesco Christian Alvart, appartiene alla seconda categoria. Al centro della storia c’è una bambina, Lilith Sullivan, interpretata da Jodelle Ferland, e proprio la sua apparente fragilità rappresenta il cuore più inquietante del film. A interpretare Emily Jenkins, l’assistente sociale che prende a cuore il caso, è Renée Zellweger, in un ruolo lontano dalle commedie romantiche che l’avevano resa celebre. Accanto a lei troviamo Bradley Cooper, nei panni del detective Doug Hayes, e Ian McShane.
In “Case 39” una bambina che chiede di essere salvata

Emily Jenkins lavora come assistente sociale e ogni giorno si confronta con famiglie problematiche, bambini maltrattati e situazioni nelle quali distinguere il bene dal male non è sempre così semplice. Il caso numero 39 riguarda Lilith, una bambina che sembra vivere in una famiglia profondamente disturbata. I genitori mostrano nei suoi confronti un comportamento inquietante e Emily comincia a temere che la piccola sia vittima di abusi. Quando una notte la situazione precipita, Emily decide di intervenire personalmente. Ed è qui che la pellicola compie la sua prima, fondamentale scelta narrativa: lo spettatore è portato a schierarsi dalla parte della bambina. Lilith appare indifesa. Ha paura. Cerca aiuto. E soprattutto sembra avere bisogno di qualcuno disposto finalmente ad ascoltarla. Emily diventa quel qualcuno. Ma l’orrore, in questo film, nasce proprio da questa convinzione.
La forza di Case 39 non risiede tanto nella quantità degli spaventi quanto nel modo in cui il film lavora sulla percezione dello spettatore. Lilith è interpretata da Jodelle Ferland con una calma quasi innaturale. Il suo volto non è quello della classica bambina posseduta che urla, si contorce e manifesta immediatamente la propria natura maligna. Al contrario, Lilith è spesso tranquilla. Troppo tranquilla. Il film costruisce progressivamente una contraddizione: più Emily cerca di proteggere Lilith, più qualcosa nella bambina sembra non tornare. È un meccanismo semplice, ma efficace. Perché l’orrore non arriva soltanto dalla possibilità che Lilith sia pericolosa. Arriva soprattutto dalla consapevolezza che Emily potrebbe aver commesso un errore irreparabile proprio mentre pensava di fare la cosa giusta.

Quando la vittima diventa il carnefice
Il film gioca con uno dei temi più classici del cinema horror: la trasformazione dell’innocenza in qualcosa di minaccioso. La bambina non è semplicemente “malvagia”. Il film preferisce mostrarla come una presenza capace di comprendere le debolezze degli adulti e di sfruttarle. Il suo vero potere non è soltanto soprannaturale. È psicologico. Lilith riesce a entrare nella vita di Emily attraverso la compassione. E una volta ottenuta la sua fiducia, comincia lentamente a modificare l’equilibrio delle persone che la circondano. È questa la parte più interessante: l’orrore nasce dal rapporto tra protezione e manipolazione.
Emily vuole salvare Lilith perché crede che ogni bambino meriti una seconda possibilità. Ma proprio questa convinzione rischia di trasformarsi nella sua più grande debolezza.
Renée Zellweger lontana da Bridget Jones
Uno degli elementi più curiosi della pellicola è la presenza di Zellweger. Il pubblico l’aveva conosciuta soprattutto attraverso personaggi brillanti, ironici e sentimentali. Qui, invece, l’attrice si trova dentro un universo cupo, dominato dalla paura e dalla paranoia. Emily è inizialmente una donna pragmatica, abituata a gestire situazioni difficili. Non è una persona ingenua. Ed è proprio per questo che la sua progressiva perdita di controllo funziona.
Il film non racconta soltanto la lotta di una donna contro una creatura soprannaturale. Racconta anche il crollo delle sue certezze. Emily passa infatti dalla sicurezza alla paura, dalla compassione al sospetto, fino alla consapevolezza che la persona che aveva deciso di salvare potrebbe essere diventata la sua più grande minaccia.
Jodelle Ferland, il vero volto del film
Se Renée rappresenta il punto di vista dello spettatore, è Ferland a dominare davvero questo interessante film dell’orrore. La sua Lilith è inquietante proprio perché non ha bisogno di esagerare. La bambina può apparire dolce in un momento e completamente glaciale in quello successivo. Il suo sguardo diventa progressivamente più difficile da interpretare e il contrasto tra l’aspetto infantile e ciò che accade intorno a lei produce gran parte della tensione. È una delle caratteristiche che rendono il film più interessante rispetto a molti horror dello stesso periodo. Il vero mostro non arriva dall’esterno. Il mostro entra in casa. E lo fa chiedendo di essere accolto.
Il terrore dentro le mura domestiche
La seconda metà del film abbandona gradualmente il mistero iniziale e lascia spazio all’horror soprannaturale. Gli episodi che coinvolgono le persone vicine a Emily diventano sempre più estremi e il film introduce una serie di immagini disturbanti che trasformano ambienti quotidiani in luoghi minacciosi. La casa, che dovrebbe rappresentare protezione, diventa una trappola. Il rapporto tra Emily e Lilith assume così una dimensione quasi claustrofobica. Non c’è più una semplice assistente sociale che cerca di aiutare una bambina: c’è una donna che comprende di essere entrata inconsapevolmente in una situazione dalla quale potrebbe non riuscire più a uscire. Ed è proprio questo cambio di prospettiva a dare al film il suo momento più riuscito.
Definire Case 39 semplicemente come un film horror sarebbe però riduttivo. Nella prima parte è quasi un thriller psicologico. Il film ci presenta un caso sociale, una possibile storia di abusi e una donna che cerca di capire cosa stia realmente accadendo. Poi arrivano gli elementi soprannaturali. Infine, la pellicola assume apertamente i toni dell’horror demoniaco. Questa contaminazione lo rende interessante soprattutto nella sua costruzione iniziale. Lo spettatore viene spinto a cercare una spiegazione razionale insieme a Emily, prima che il film cominci lentamente a demolire ogni possibile certezza. È una strategia narrativa che funziona perché il dubbio precede la paura.
Il caso che Emily non avrebbe mai dovuto aprire
Il titolo stesso sembra quasi quello di una pratica burocratica qualsiasi: un numero, un fascicolo, un caso tra tanti. Ma dietro quel numero c’è una storia che cambierà completamente la vita di Emily.

Ed è forse questa la metafora più interessante del film: nel lavoro dell’assistente sociale, ogni pratica contiene una persona, una famiglia, una tragedia. Emily è abituata a entrare nelle vite degli altri per cercare di rimettere insieme ciò che si è spezzato. Con Lilith, però, succede qualcosa di diverso. Per una volta, è il caso a entrare nella sua vita.
Uscito in un periodo nel quale il cinema horror americano era particolarmente interessato a demoni, possessioni e bambini apparentemente innocenti, non rivoluziona il genere. Non è questo il suo punto di forza. Il suo interesse sta piuttosto nel modo in cui utilizza elementi conosciuti per costruire una storia che parte da una situazione estremamente concreta: una bambina che potrebbe essere vittima di violenza. Il soprannaturale arriva dopo. E proprio per questo risulta più disturbante. Perché prima di chiederci se Lilith sia una creatura demoniaca, il film ci costringe a considerare una domanda molto più reale: quanto siamo disposti a rischiare per salvare qualcuno che crediamo indifeso?
A distanza di anni, Case 39 può essere visto come uno di quegli horror che hanno avuto meno attenzione di quanto meritassero. Non tutto funziona allo stesso livello e il film, soprattutto nella parte conclusiva, segue strade già percorse da altre produzioni del genere. Ma la sua premessa rimane efficace e alcune sequenze conservano una notevole capacità di disturbare. Soprattutto, resta memorabile il rapporto tra Emily e Lilith. Una donna convinta di aver trovato una bambina da proteggere.
Una bambina che forse ha scelto proprio quella donna perché aveva bisogno di qualcuno da manipolare. E in mezzo, la sottile linea che separa la compassione dalla paura.
Un’innocenza che fa paura

Il cinema horror ha spesso utilizzato i bambini come incarnazione dell’inquietudine: piccoli volti, grandi occhi e una purezza che improvvisamente si trasforma in qualcosa di incomprensibile. Case 39 riprende questa tradizione e la porta dentro una storia apparentemente semplice.
Il risultato non è un capolavoro del genere, ma è un film capace di costruire una buona atmosfera e, soprattutto, di lasciare allo spettatore una sensazione precisa: a volte la porta dell’orrore non viene spalancata con la forza. È sufficiente che qualcuno ci chieda gentilmente di aprirla. E quando Emily lo fa, per salvare Lilith, non sa ancora che quello che sta accogliendo nella propria vita non è una vittima. È il suo incubo.
Se dico che voglio il gelato, tutti i giorni dopo la scuola…tu devi provvedere…chiaro? (Lilith)
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