Cattiveria altrui: non per farne un elogio, ma è una maestra di cui non sapevamo di aver bisogno

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Cattiveria altrui

Celebrare la cattiveria del prossimo non significa legittimare l’accanimento come fine ultimo, ma scoprire nel più spietato e definitivo dei maestri una lezione che, forse, non avremmo mai voluto imparare. Se la gentilezza ci accoglie e ci protegge, la cattiveria degli altri ci sveglia. È una forza d’urto che frantuma le illusioni, costringendoci a guardare la realtà per quella che è, senza il filtro rassicurante delle nostre speranze.

La cattiveria altrui ci insegna a resistere, a non illuderci e a rispettarci un po’ di più

Ecco perché ritengo che dovremmo essere grati alla cattiveria altrui per almeno quattro grandi insegnamenti. Prima di tutto, distrugge la nostra ingenuità, perché chi agisce con malizia o egoismo spietato traccia una linea netta tra il mondo ideale e il mondo reale. Poi, ci insegna, a nostre spese purtroppo, che il rispetto non è una reazione automatica del prossimo, ma un confine che spetta a noi difendere. Rivela la nostra forza, perché la cattiveria è un test di resistenza non richiesto. E funziona come lo specchio più sincero, mostrando esattamente di cosa siamo capaci quando veniamo messi all’angolo, svelando risorse, orgoglio e dignità che non sapevamo di possedere.

In più, ci trasmette l’arte del distacco. Niente come un atto di gratuita spietatezza, aiuta finalmente a fare pulizia. Ci insegna a selezionare, a dire di no e a comprendere che non tutti meritano il nostro tempo, la nostra comprensione o la nostra vulnerabilità e definisce per contrasto chi vogliamo essere, poiché osservare la bassezza altrui è il modo più rapido per misurare la nostra altezza morale. Insomma, diventa un monito vivente e ci mostra con precisione chirurgica tutto ciò che non vorremo mai diventare.

Sembravano traversie ed eran in fatti opportunità — Giambattista Vico

La cattiveria degli altri, dunque, è un po’ come il fuoco che tempra l’acciaio: fa male, brucia, ma ci restituisce al mondo più forti, più lucidi e straordinariamente liberi. E la psicanalisi cosa dice? Si tratta di banale cattiveria o di dura realtà? Lo abbiamo chiesto allo psicoanalista e saggista Gianpaolo Furgiuele.

Gianpaolo Furgiuele/Credit: foto per gentile concessione dell’Ufficio Stampa

L’opinione dell’esperto: “La cattiveria nasce dai bisogni di chi la mette in pratica”

Comprendo il fascino di questa idea, perché contiene un fondo di verità, ovvero che nessuno cresce psicologicamente restando sempre protetto e mai contraddetto. La realtà, quando delude le nostre aspettative, ci obbliga a crescere. Questo è un principio che la psicoanalisi conosce bene fin da Freud. Il passaggio dall’infanzia all’età adulta è anche un passaggio dal principio di piacere al principio di realtà, cioè dall’illusione di essere al centro del mondo alla scoperta che il mondo ha le sue leggi, indipendenti da noi. Farei pertanto une distinzione tra frustrazione che fa crescere e un atto di cattiveria gratuita. Winnicott, parlava di «frustrazione ottimale». In altre parole, un bambino ha bisogno di piccole delusioni, dosate, per costruire un Io solido. Ma quelle frustrazioni funzionano solo se restano dentro una relazione di base sicura, dove c’è comunque qualcuno che si prende cura di te.

La cattiveria vera, quella gratuita, non ha questa funzione. Non è «dosata». Non ha nessuna intenzione di farci crescere. Anzi, Nasce spesso da bisogni di chi la mette in pratica e non da un qualche misterioso disegno pedagogico nei nostri confronti. Basti pensare al bisogno di potere, di scaricare frustrazione, di sentirsi superiore. Faccio un riferimento a qualcosa di molto concreto, che vediamo ogni giorno nei percorsi clinici con adolescenti.

Bullismo e cyberbullismo: un trauma che spesso non diventa consapevolezza

Il bullismo, e ancora di più il cyberbullismo. Chi lo subisce non ne esce più forte. Ne esce, nella maggior parte dei casi, con ansia, iper-vigilanza, isolamento sociale, a volte sintomi depressivi importanti. Il cyberbullismo è ancora più devastante proprio perché è continuo, non ha un limite di tempo o di spazio. Al contrario, la vittima non ha mai una tregua, non c’è un momento in cui la crudeltà si ferma e si può tornare a un contesto sicuro. E, senza quella tregua, senza un adulto o una relazione che aiuti a dare un senso a quello che è successo, quell’esperienza non diventa consapevolezza. Il trauma in questi casi è la situazione la più comune.  

Melanie Klein direbbe che la differenza sta nella capacità della persona di elaborare l’esperienza negativa integrandola senza esserne distrutta. Ciò nonostante, questa capacità non è un dato di natura, perché va costruita. Un ragazzino che subisce bullismo a scuola oppure online non ha ancora gli strumenti psichici per trasformare quella violenza in lezione di vita. Penso sinceramente che non è la cattiveria a farci crescere, ma la nostra capacità, spesso costruita insieme a qualcun altro, non da soli, di attraversare esperienze difficili senza esserne distrutti. Confondere le due cose rischia di lasciare sole proprio le persone più fragili, dicendo loro che il dolore che stanno subendo, in fondo, farà bene.

Se dovessi scrivere il vero «elogio», lo intitolerei «Elogio della disillusione» o, al limite, «Elogio di chi non ci risparmia la verità». Perché il punto non è quanto qualcuno sia stato cattivo con noi, ma quanto noi, con o senza il suo aiuto, siamo riusciti a trasformare quel colpo in qualcosa di utile. E quella trasformazione, lo dico da clinico, non è merito di chi ci ha fatto del male. È merito nostro, o di chi ci ha aiutato a rialzarci dopo” .

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Giornalista, Blogger, Autrice SIAE, Ufficio Stampa, esperta di cultura e comunicazione, con oltre 20 anni di esperienza nel settore della carta stampata, del web, della radio e della tv. Founder di Studio Lovatelli, è autrice di un docufilm, ha diretto e dirige alcuni magazine online. Rappresentante di Interessi Camera Deputati ed è socio fondatore dell’Associazione Mai Più Solo ODV ETS

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