“Mamma, mi annoio”: e se la noia dei bambini non fosse un nemico?

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Noia

Mamma, mi annoio

Chi, da genitore, non ha mai sentito questa frase? E chi, soprattutto, non è andato in panico? Be’, quando si tratta di genitori, si sa, ci sono aspettative alte quanto l’Everest! Chi mette al mondo un figlio, di questi tempi, deve rispettare degli standard rigorosissimi, degli esami di coscienza che sembrano le prove di ammissione ad Harvard solo per aver sgarrato nella routine nanna e chiunque, chiunque dico, per una volta – stanco e stressato – alzi la voce finisce in terapia per tre o quattro decenni.

Ogni preparazione di colazione sembra una presentazione power-point in agenzie di pubbliche relazioni, di quelle dove convincere gli investitori, e a ogni capriccio, con tuo conseguente rimprovero, immagini mentalmente la Montessori che viene da te e ti guarda scuotendo la testa, delusa. Quindi una frase come quella ci getta nel panico, perché ci fa sentire inadeguati. Perché insinua nel nostro cervello l’idea che no, non abbiamo fatto del nostro meglio: non siamo stati interessanti come il mondo fatato dei bimbi ci chiede. E allora parte il piano B.

Il piano B per ovviare alla noia dei nostri bambini

Il piano B, quello che ci salverà dalla condanna al Tribunale dei Genitori-Inadeguati, dal flagello dell’incompetenza genitoriale, dalla pubblica gogna. E allora è subito un tripudio di: “Amore, cosa vuoi fare, allora? Mammina cosa organizza? Vuoi il tablet? Il cartone animato proiettato nella parete… o nel cielo? Vuoi colorare, solo disegnare, vuoi per caso scalare il Monte Bianco, imparare a fare le lasagne? Che ne pensi se giochiamo, saltiamo, battiamo le mani un pochino? Ah, no? Vuoi allora, che ne so, analizzare le sostanze al microscopio, imparare a costruire una scrivania, cercare le formiche nel parchetto davanti casa?“. Nel caso di bimbi sotto i due anni, la salvezza è sempre l’acqua. “Amore, giochiamo con l’acqua?“. E, di fronte al fiotto nel bidet – con conseguente allagamento del bagno, ma ne vale sempre la pena – gli occhi si illuminano.

Il vero problema è un altro: non saremo noi a chiedere troppo a noi stessi?

Sissignori, il problema è un altro. Quando ero piccola, i momenti di noia erano oro. Ricordo ancora oggi i lunghissimi e afosi pomeriggi estivi a casa dei nonni, dove – siccome non c’era granché da fare – qualcosa di interessante, ebbene sì, si inventava di sana pianta. Dopo uno sbuffo, l’idea. ESATTO, TE LA INVENTAVI: INVENTAVI MONDI E STORIE E LEGGENDE E CANZONI, proprio questo. E allora partivi con cugini e fratelli alla ricerca di incavi nel muro, sicuramente appartenuti ad antenati, o ti recavi in piccoli anfratti paesani abitati sicuramente dai fantasmi. Inventavi canzoni e balletti – che a pensarci ora sorridi, pensando a quanto la coordinazione fosse scarsa e arrangiata. Raccontavi storie al calare della notte. Oppure, disegnavi nel viottolo dietro casa una pista e giocavi con le macchinine. Ed era bello, perché l’avevi riempito con la tua stessa immaginazione, quel momento morto.

Cioé, i bambini mica quando ci dicono: “Mi sto annoiando“, ci stanno giudicando. Loro ci stanno solo dicendo che in quel preciso momento non sanno esattamente come impiegare il tempo. Solo questo, una banale informazione che non deve quindi creare panico e paura, né aspettative. Siamo noi, probabilmente, a essere diventati quelli che non vogliono che i figli si annoino. Che si spaventano a morte all’idea di vederli con le mani in mano. Quando siamo diventati così schiavi della vita frenetica, di quella che toglie il respiro e non permette nemmeno di pensare, che il momento di noia ci sembra da eliminare in fretta, come un’infestazione di blatte nel soggiorno? Quando siamo diventati incapaci di spingere questi nostri pargoli verso un po’ di creatività, guardandoli destreggiarsi in quella che dovrebbe essere una parte perfettamente normale della vita?

Il tempo dei bambini – e degli adulti – costantemente scandito

Forse il problema è proprio questo. Quando ero bambina, la noia – come ho detto – era normale. Quando proprio proprio non sapevamo cosa inventare – siuri e siure, sappiate che sto tirando fuori questo ricordo dagli anfratti della mia mente da vecchia gallina stagionata marchiata Millennial – i nostri genitori, anche se più i nonni, ci dicevano, serafici: “Vai dalla vicina, dille che ti deve dare un po’ di ‘stentu‘”. E noi correvamo, convinti (non sapendo il significato vero e proprio del termine) fosse qualche ingrediente per il pranzo. “Stentu” in sardo, usato in quel l’accezione, vuol dire: tempo da impegnare in qualche modo. Insomma, siccome ti stai annoiando, vai dalla vicina che ti intrattiene un pochino. E lei lo faceva per davvero, sorrideva e ci dava qualcosa da fare o qualcosa da riportare a casa. Anche solo un mazzetto di prezzemolo o un uovo. E noi eravamo contenti. Ora i ragazzini fanno judo, pallavolo, scherma, palestra, piscina, ginnastica ritmica e artistica, calcio e chi più ne ha ne metta, ma non hanno un momento per loro.

Nemmeno noi, del resto. Ci riempiamo le giornate come se anche solo l’idea di avere un momento libero ci spaventasse. Ma la vita è anche questo, è anche saper aspettare, è anche riuscire a pensare che va tutto bene anche se non siamo sempre produttivi, sempre al top, sempre brillanti e pieni di idee e progetti, anche se quel momento per noi lo trascorriamo senza nulla di “importante” da sbrigare.

September slow, la nuova tendenza che può farci respirare

September slow. È la tendenza (che ho trovato in un articolo del The Guardian) a pensare che si debba ripartire da settembre per rinnovare la propria energia, imparando a vivere senza troppa ansia. E senza troppa fretta. Senza, insomma, le mille attività che imponiamo a noi stessi e ai nostri figli. Settembre è il momento in cui si può fare il punto della situazione, quel periodo dell’anno dove tutto sembra iniziare dopo estati torride, ferie e giornate lunghissime. È quel momento dove le giornate iniziano a diventare corte, le temperature miti e si deve – SI DEVE! – rallentare. È un concetto che, se fatto nostro, farà la differenza. Possiamo, a settembre, decidere di riempire le nostre agende o semplicemente di non farlo appieno. Possiamo decidere se vale la pena riempire il cervello al 100% o lasciare un 30% libero, che poi alla fine si riempirà comunque – ma in modo inaspettato, quindi magico.

E allora come rispondere al “Mamma, mi annoio”? Be’, con una dose di fiducia in quelli che sono gli adulti del futuro. “Stupiscimi, amore, vediamo cosa sei in grado di inventarti per trascorrere al meglio questo pomeriggio“. Oppure, provare anche un’altra cosa, che pare sia un toccasana: costruire rapporti anche sulla quotidianità. Una chiacchierata mentre, insieme, si piegano i calzini. Una canzone cantata mentre si pelano le patate. Un balletto mentre si dà la scopa. Nulla è più bello per un figlio di sapere che la propria mamma e il proprio babbo li coinvolgono in quelle che sono le attività normali, quotidiane, che tra una risata e una confessione possono diventare speciali nella loro serenità.

L’errore da evitare e l’importanza di imparare a tollerare il vuoto

Ecco, evitiamo anche di fare diventare la noia un esercizio di autonomia, però. Cioè, non è che se il bambino poi alla fine non fa proprio nulla, e continua ad annoiarsi, noi la prendiamo male e ci facciamo un altro inesorabile e cattivissimo esame di coscienza. I bambini ogni tanto si annoiano e continuano a farlo, punto. Non devono per forza fare qualcosa di epico per trascorrere ogni momento morto. E va bene così.

Tuffiamoci anche noi, qualche volta, nel nulla della noia. Spegniamo gli schermi, guardiamoci attorno e lasciamo i pensieri. Perché imparare a tollerare quel vuoto è importante, possiamo lasciarlo lì, senza temerlo. E lasciare che, in quel vuoto, qualcosa magari accada da solo.

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Giornalista pubblicista, editor e scrittrice, ha in tasca una laurea in Lettere e un master in Criminologia. Ha pubblicato sette libri, spaziando dall'horror al romance, e lavora nel campo del giornalismo da dieci anni. Tra le sue pubblicazioni, "I segreti di una culla vuota" e "Chi me lo ha fatto fare".

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