Se da un lato Milano ama presentarsi agli occhi del mondo come capitale europea, simbolo nostrano della moda, del design, degli affari e delle opportunità, dall’altro, guardando ciò che accade quotidianamente per le sue strade e i suoi quartieri, l’immagine che ci viene restituita è senza ombra di dubbio molto meno rassicurante. Il tema della sicurezza, infatti, è sempre più centrale per il capoluogo lombardo e, per quanto lo si voglia ignorare riducendolo banalmente ad una questione di percezione o ad uno dei tanti pretesti da agenda politica per uno scontro ideologico, è un problema serio che va affrontato alla svelta.
A ricordarcelo è l’aggressione apparentemente immotivata, una delle tante (per non dire troppe!), questa volta ai danni di Luca Burini, direttore di Novella2000, che proprio qualche tempo fa avevamo avuto il piacere di intervistare. Peccato solo, però, che negli ultimi giorni il giornalista non abbia riempito i rotocalchi nazionali grazie al suo lavoro, ma per essere stato vittima, suo malgrado, di una vicenda che forse più di qualunque altra illustra meglio la realtà milanese contemporanea.
Luca Burini aggredito in centro a Milano: perché episodi del genere continuano a verificarsi?
L’episodio risale allo scorso 6 settembre. Stando a quanto riferito dal diretto interessato, sono circa le sei del mattino quando si trova in zona Porta Romana, tra viale Monte Nero e viale Lazio, e viene avvicinato da tre ragazzi di circa vent’anni. Tutto avrebbe avuto inizio con la richiesta di una sigaretta e pochi istanti dopo Burini si sarebbe ritrovato circondato, spinto contro un muro e colpito ripetutamente al volto. Secondo il suo racconto, sono una ventina i pugni ricevuti. Quella che inizialmente appare come una rapina, dunque, avrebbe assunto presto i contorni di qualcosa di ancora più inquietante: una violenza che sembra andare ben oltre la volontà di sottrarre un portafogli o un telefono.
C’era solo fame di sangue
Così ha riferito Burini. Fortunatamente, riesce a mettersi in salvo e, ferito e sanguinante, a chiedere aiuto. Corre verso un tram, tenta di attirare l’attenzione dei passeggeri, mentre le automobili continuano a transitare. Tuttavia, nessuno interviene e dopo l’aggressione arriverà anche quella che ha descritto come un’odissea di oltre cinque ore prima di riuscire a formalizzare la denuncia.
Il problema sicurezza a Milano non è soltanto una questione di “percezione”
Per anni, quando si è parlato di sicurezza nelle grandi città, si è fatto ricorso alla parola “percezione”. Comodo, certo, perché permette di trasformare la paura di chi vive ogni giorno determinate zone in qualcosa di soggettivo. I dati, però, ci dicono ben altro. Anzi, l’Indice della criminalità 2025 del Sole 24 Ore, elaborato sui dati del Dipartimento della Pubblica Sicurezza relativi al 2024, colloca l’area metropolitana milanese al primo posto per numero di delitti denunciati in rapporto alla popolazione: circa 6.952 ogni 100mila abitanti, per oltre 225mila denunce in dodici mesi, una media di circa 618 al giorno, benché il totale risulti comunque in lieve diminuzione rispetto all’anno precedente e inferiore ai livelli registrati in alcuni periodi tra il 2006 e il 2014.
Allo stesso modo, in base alle stime del Censis, nel 2024 a Milano si sono registrate 2.624 rapine in pubblica via, il 32,1% in più rispetto al periodo pre-pandemico del 2019, mentre nel primo semestre del 2025 crimini del genere risultavano in diminuzione del 18,4% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Perciò, non possiamo dire di avere a che fare con una realtà urbana in cui si sta manifestando una crescita incontrollata, ma sicuramente non si può fingere che il problema non esista. Anche perché, diciamocelo, non si può (e non si dovrebbe) parlare di “città sicura” solo nel momento in cui diminuisce il numero complessivo dei reati, bensì ci è concesso quando chi la vive non deve chiedersi in continuazione quale sia la strada da evitare e dove tenere il telefono, o peggio, guardarsi costantemente le spalle.
Che cosa è successo alla Milano che conoscevamo?
Eppure, Milano ha costruito buona parte della propria fortuna sulla capacità di anticipare il futuro. Era la città nella quale si arrivava per lavorare, creare, produrre, inventare. La sede della cultura editoriale e industriale, della moda, della pubblicità, della televisione, del teatro, della notte. Lo è ancora, per carità, ma è pure una delle città più costose, nevrotiche, spesso meno accoglienti e degradate del Nord Italia. A poco servono la Fashion Week, i grattacieli, gli aperitivi da venti euro, le inaugurazioni e qualche area alla portata di pochi per renderla grande, se poi diventano una cortina di fumo per nascondere ben altro. le persone devono avere la libertà di poterla vivere serenamente, da sole, di notte, senza spray al peperoncino sempre in mano o timore nei confronti di chiunque si avvicini.
Nel racconto di Burini c’è inoltre un elemento che dovrebbe inquietarci, persino più dei pugni, ossia l’indifferenza di chi rimane ad osservare, impassibile, come se nulla fosse accaduto o per mera paura di andare incontro alla medesima sorte. Un uomo sanguinante cerca aiuto e, stando alla sua testimonianza, intorno a lui tutto si muove indisturbato. Il tram passa, le macchine pure. E le persone? Beh, se ne stanno lì, a guardare, e magari sono proprio quelle che per prime si lamentano di una tale situazione, perdendo ogni volta l’opportunità di far sentire la propria voce. La questione non riguarda esclusivamente le Forze dell’ordine, il Comune, il Governo o il numero delle pattuglie presenti nelle strade, ma riguarda ciascuno di noi!
Attrarre capitali a costo di perdere umanità
Burini stesso, parlando ai microfoni di Tgcom24, ha sottolineato esattamente questo aspetto: non possiamo lamentarci dell’insicurezza se poi, davanti a qualcuno in difficoltà, scegliamo di voltarci dall’altra parte. Chissà, probabilmente abbiamo così interiorizzato la paura da trasformarla in indifferenza. Vediamo qualcosa che non va e acceleriamo il passo. Sentiamo gridare e cambiamo marciapiede. Qualcuno chiede aiuto e pensiamo che intervenire significhi soltanto rischiare di diventare la prossima vittima. È comprensibile, ma è anche terribile, poiché se una comunità perde l’istinto di proteggere chi le sta accanto, il degrado non è più urbano, è sociale!
Insomma, che direzione sta imboccando Milano? Seriamente siamo disposti a permettere che continui ad attrarre capitali, e capitale umano, a costo di perdere la nostra di umanità? La sicurezza non appartiene alla destra o alla sinistra, non dovrebbe essere uno slogan elettorale e nemmeno una parola della quale vergognarsi. È una delle condizioni fondamentali della libertà individuale ed essere liberi significa per giunta poter aspettare un tram alle sei del mattino senza essere circondati da tre sconosciuti e presi a pugni.
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