L’ultimo giorno di asilo nido è arrivato, la festa organizzata dalle maestre per la consegna dei diplomini è arrivata. Vedere tuo figlio con il tocco è un’emozione unica: tra qualche mese, alla materna, sembrerà davvero lontano il primo momento in cui hai sentito il suo profumo di neonato per la prima volta. Gli occhi – i tuoi – si riempiono di lacrime mentre lui, orgoglioso, stringe tra le mani il foglio che attesta un nuovo traguardo raggiunto. Gli fai una foto. Non è la foto più bella che hai, ma è così ricca di significato che appare perfetta. Prossimo step? Aprire Facebook o Instagram e postarla. In fondo, che male c’è?
Voi lo fate? Ebbene, sappiate che non siete cattivi genitori, siete solo fieri, contenti. Scrivete il suo nome, per fargli gli auguri e taggate il posto in maniera del tutto tranquilla. Tuttavia, è davvero sicuro, di questi tempi, pubblicare foto di piccoli, in particolare dei vostri (o dei nostri) sui social? E, in secondo luogo, viene rispettata la loro voglia di privacy?
“Che male c’è?”, nessuno e tutto insieme: il problema della privacy e della condivisione sulle piattaforme
Ecco, appunto, abbiamo sollevato due problemi degni di nota: la privacy e la sicurezza. Ma partiamo con ordine, con qualche dato tecnico. Quando si posta una foto – e non me ne vogliano le persone che pensano di proteggersi da tutto questo con lunghi post che iniziano con “Non do in nessun caso il consenso a prendere le mie istantanee e blablabla”, che sono solo fuffa – il controllo su quell’immagine si riduce drasticamente. Di per sé non è necessariamente grave, ovviamente, ma quando si tratta di bambini bisogna un attimino analizzare diverse cose. Quello che per noi è uno scatto dolce, di un momento importante, può essere salvato, screenshottato, condiviso, modificato, associato al nome del bambino e ad altre informazioni sulla sua vita e, soprattutto, può finire in contesti completamente diversi da quello per cui lo avevamo pubblicato. Praticamente nostro figlio ha tre anni e un’identità digitale che non ha scelto.
E se lui, fra dieci anni, vedesse quegli scatti e non ne fosse contento? E se si arrabbiasse, persino, perché avete condiviso con decine e centinaia di persone (talvolta sconosciute) informazioni sue, magari foto di contesti delicati? Ultimamente, mi trovo spesso davanti video di bimbi che piangono a dirotto o che fanno il bagnetto. Addirittura alcuni dormono o sono malati. Sono momenti di per sé intimi, casalinghi. Anche le crisi che di quando in quando i bimbi hanno – e vi assicuro che sono plateali, scenografiche, con bimbi per terra che urlano e si dimenano e si disperano – sono semplicemente legate al fatto che stanno imparando a gestire le emozioni, piano piano. È un momento privato, dove secondo me bisogna solo cercare di consolare, di parlare, di aiutare quel bambino in quel momento così delicato.
“Mamma, io non volevo mi riprendessi”
E se lo dicesse tuo figlio, ormai adolescente? Tu come reagiresti? E qui si parla solo di consenso, non sono ancora arrivata ai pericoli della rete. Penso che sia necessario che ognuno di noi pensi che nostro figlio è una persona distinta da noi, un individuo che crescerà e che un giorno avrà il diritto di decidere quale immagine di sé consegnare al mondo. A tre, quattro, cinque anni non può ancora farlo.
E badate bene, non parlo della foto fatta da dietro, senza inquadrare viso o altre caratteristiche riconoscibili, sia legate a lui che al luogo in cui vi trovate. Quella, in linea generale, espone molto meno: non cristallizza necessariamente un momento intimo e non mostra nomi o altre informazioni direttamente riconducibili al bambino. Io parlo del bagnetto, del pianto, della malattia, delle situazioni in cui il bambino è vulnerabile. Ma anche dei visi accompagnati da nomi, luoghi, scuole, attività o altre informazioni che permettono di ricostruire pezzi della sua vita.
I pericoli della rete
Ora, immaginiamo una foto normalissima. Vostra figlia che mangia il gelato. È inquadrata di viso, con il musetto sporco di fragola. Sopra, il tag della gelateria. Nel post, il suo nome con l’hashtag #ilgelatopreferito. Ah, e magari l’età, del tipo “Bimbe di nove anni felici e dove trovarle”. Sembra tutto ok, no? Sembra innocua, giusto? Presi singolarmente, quei dettagli sembrano davvero serenissimi. Ma messi insieme raccontano molto più di quanto immaginiamo: un volto, un nome, un’età, un luogo frequentato e persino una preferenza. Non significa che chiunque veda quella fotografia abbia necessariamente cattive intenzioni. Il problema è che, una volta pubblicata, non possiamo sapere chi la vedrà, chi la conserverà o in quale contesto potrebbe essere utilizzata in futuro. E non è necessario immaginare lo scenario peggiore per capire il problema.
Oltre al fatto che chiunque possa fare sua una foto, gli strumenti di manipolazione delle immagini sono sempre più accessibili e rendono ancora più difficile prevedere quale possa essere la sua destinazione una volta uscita dal nostro controllo.
“La vedono solo i miei amici”, pensereste. E questo, credetemi, lo pensano davvero tutti. Ma il punto non è necessariamente immaginare che tra i nostri amici si nasconda qualcuno con cattive intenzioni. Il punto è accettare che non possiamo controllare davvero ogni passaggio successivo alla pubblicazione. Non ci ha insegnato nulla sapere che, anche dietro profili apparentemente normali, possono nascondersi comportamenti completamente diversi da quelli che immaginiamo? Non ci ha insegnato nulla sapere che contenuti condivisi in un contesto privato possono finire altrove? Il male certe volte si vede, eh, ma altre no. E noi, che siamo adulti, dobbiamo proteggere il sangue del nostro sangue anche considerando possibilità che non possiamo prevedere. Oltretutto, anche nei profili blindati i contenuti possono essere salvati o fotografati da chi ha accesso. Ripeto, il mondo del web è talmente vasto che, una volta caricato, un contenuto non è più soltanto nostro.
I contenuti che smettono di essere solo nostri
Il punto non è sempre pensare al peggio, ma accettare che, nel bene o nel male, quello che postiamo non è più solo nostro. E poi una foto che a noi sembra bella, normale, perfetta, per un’altra persona può assumere un significato completamente differente. E non si demonizza assolutamente chi condivide le foto, non è questo l’intento di questo articolo. L’ho scritto su, lo ribadisco: siamo esseri umani, ci piace mostrare con orgoglio i primi passi, le prime parole, le prime partenze per le gite, i diplomini. E ci sta, ci sta tutto. Ma dobbiamo, secondo me, domandarci se sia necessario farlo con persone che non appartengono alla cerchia di persone fidate.
Conservare memoria è giusto, mandare le foto ai nonni e agli zii lontani è giusto. Ma chiediamoci: questo momento voglio condividerlo anche con chi non conosco? Voglio spedire quest’istantanea nello sfavillante mondo dell’Internet, dove tutto resta? E se il vero atto d’amore sia immortalare tutto, tenere per l’appunto memoria dei momenti belli, scattare e scattare mille foto per poi tenerle nei nostri archivi, per farle vedere a nostro figlio quando sarà grande?
Del resto, non c’è nulla di più magico di un momento speciale che rimane nostro!
Ci aspettiamo di più dalla tecnologia e meno gli uni dagli altri — Sherry Turkle
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