Il teatro ha sempre occupato un ruolo di primaria importanza all’interno della società. Difatti, esso consente di esplorare una vasta gamma di tematiche atemporali e di questioni attuali, personali o sociali che siano, e, in alcune occasioni, di poterne dibattere direttamente con il pubblico. O perlomeno, così era in passato, quando il sipario si alzava su chi, della recitazione e dei temi trattati, ne sapeva realmente qualcosa. Oggi, invece, il palcoscenico sembra esser calcato da gente che non possiede alcunché da offrire ad una platea di spettatori altrettanto passivi, dai cosiddetti “figli d’arte” che di artistico non hanno proprio nulla, da individui che antepongono esigenze di mercato a prerogative drammaturgiche e da chi ha permesso che il proscenio, da luogo di dibattito, riflessione e puro intrattenimento, divenisse una vetrina per aspiranti divi, divine e presunti tali.
Di questo avviso è anche Livio Galassi, regista e attore che vanta una carriera lunga oltre 50 anni, che ci ha permesso di dare un piccolo sguardo nel dietro le quinte di quello che, per molto tempo, è stato il suo mondo.
I cambiamenti nel teatro: da talento e passione a servilismo del mercato e dubbia formazione
“Al giorno d’oggi, quando in molte note di regia leggete la dicitura “scena volutamente nuda, essenziale”, è necessario che voi la traduciate in ‘scena forzatamente vuota perché la produzione non ha soldi per la scenografia – o almeno così dice’. ‘Togli questo. Questo pure. E togli anche questo’. ‘Togli il mio nome’, rispose il mio amico Uberto Bertacca quando fu richiamato al Sistina, dopo che aveva abbandonato il teatro immiserito di mezzi e di cultura, lui che aveva dispiegato il suo talento di scenografo con la generosità di Garinei che ormai non c’era più.

Può essere stimolante anche un teatro di sottrazioni, ma deve avere un senso, un senso teatrale non esclusivamente economico, e comunque esige addizioni di colta ricerca, di luci e di talenti attoriali. Per chi conserva nelle orecchie e nell’anima le magiche voci di Salvo Randone, di Carmelo Bene, di Sarah Ferrati, di Lilla Brignone e di tanti altri giganti che ci hanno emozionato, non è facile – diciamo pure che è impossibile – affidare la mente al banale e vuoto chiacchiericcio di molti interpreti contemporanei, pure famosi, microfonati, perché la loro voce raggiungerebbe a malapena le prime file.
Un inevitabile paragone
Non è simpatico il confronto tra prima e dopo, si può cadere nella retorica, nella nostalgia, ma qui è doveroso ricordare ai giovani che li precede un Olimpo di autori, registi, attori, scenografi, costumisti, traduttori, che hanno l’obbligo di conoscere prima di affacciarsi al teatro. Per chi conserva negli occhi e nell’anima le regie di Strehler, di Ronconi, di Bob Wilson, la magia di Lindasy Kamp, il rigore metafisico di Pina Bausch, arduo è seguire la vanità ottusa di tanti “registucoli” che profanano i classici per mettere in scena le proprie nevrosi che non interessano al pubblico, che si vede poi costretto a rileggersi a casa il testo per capire tutto ciò che non ha visto.
Attori che si improvvisano registi per alleviare le spese di produzione, autori che si improvvisano registi per essere saldati con i proventi della Siae, e la professionalità crolla. Per coloro che rammentano le colte ed elaboratissime analisi dei grandi critici sul senso delle regie – scavando e illuminando i più reconditi significati – sul linguaggio, sulla recitazione di ognuno, decretando a volte il successo di uno sconosciuto, è avvilente accettare una critica – le poche volte che c’è – che cita solo il protagonista, ruba alle note di regia l’analisi che non saprebbe fare, e della regia scrive solo il nome, e a volte neanche quello.
L’esperienza di Livio Galassi
Non parlo per teoria, ma perché ho attraversato più di mezzo secolo di teatro, e tra regie, riprese e collaborazioni ho al mio attivo un centinaio di allestimenti, affiancato da grandi interpreti nei teatri più prestigiosi. Un ultimo esempio: una mia recente regia di “Ecuba” di Euripide con una straordinaria Paola Quattrini che in questo personaggio ha riversato tutta la sua esperienza di attrice e tutta la sua umanità di donna e di madre.
La direzione delle più grandi stelle, passate e presenti
Giuste e meritate le lodi alla sua potente interpretazione, ma per tutti gli altri un anonimo elenco di nomi, regia inclusa. L’unico aggettivo che mi sono guadagnato da una giornalista che aveva assistito a una prova e, commossa, si era complimentata con tutti, e con grandi elogi, nell’articolo che poi scrisse, la sola menzione su di me che avevo dedicato tutta la mia esperienza e la mia sensibilità al tragico nitore dello spettacolo, fu: esperta regia. Grazie! Almeno quello. Dopo aver diretto la Papas, Foà, Scaccia, Durano, Ferrari, Pandolfi, Pagliai, Gassman, Mazzamauro, Blanc, Buzzanca, Brigliadori, Russo – e tanti altri grandi nomi che l’economia dell’articolo non mi consente di citare – fino ai più giovani Siravo, Gravina, Boni, Dini. Dopo tutto questo “futuro alle spalle” ritengo che almeno il termine “esperto” me lo sia guadagnato.
Ho avuto il privilegio di condividere anni intensi, eccitati ed eccitanti, faticosi e sublimi, per un teatro irripetibile, che l’indifferenza e l’avarizia dei tempi non consente più. Oggi i sipari si aprono su presuntuosi scomposti epigoni senza stile e senza fascino – salvo rare eccezioni di talenti che eroicamente resistono. I protagonisti della scena – osannati da una critica smemorata – entrano nei luoghi che l’abnegazione e i sacrifici nostri hanno reso sacri, come le orde dell’Isis nei templi di Palmira. E quasi sempre, le produzioni non sono che un progetto consumistico, cinico e incolto. Oggi la domanda che più ti senti ripetere da produttori, distributori, esercenti è:
Ma si ride? Oh, sì certo!… Fino alle lacrime
“
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